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Demografia e disuguaglianze: le velocità diverse del Pianeta “stretto”

Nel 2019 la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7,7 miliardi di persone. Un miliardo in più rispetto al 2007, due miliardi in più rispetto al 1994, “appena” venticinque anni fa. Secondo le ultime previsioni pubblicate dalle Nazioni Unite, da qui al 2030 sul Pianeta saremo 8,3 miliardi, 9,7 miliardi al 2050, 10,9 miliardi al 2100. Oltre a quelle “curve” e a quei “numeri” c’è però un “mondo che procede a velocità diverse” e che va indagato al di là di “scenari troppo distanti”, come suggerisce il prof. Massimo Livi Bacci

Tratto da Altreconomia 218 — Settembre 2019
Le strade del mercato di Lagos, in Nigeria @ istockphoto.com/it/portfolio/peeterv

Nel 2019 la popolazione mondiale ha raggiunto quota 7,7 miliardi di persone. Un miliardo in più rispetto al 2007, due miliardi in più rispetto al 1994, “appena” venticinque anni fa. Secondo le ultime previsioni pubblicate dalle Nazioni Unite a fine giugno di quest’anno (“World Population Prospects 2019”), da qui al 2030 sul Pianeta saremo 8,3 miliardi, 9,7 miliardi al 2050, 10,9 miliardi al 2100. Oltre a quelle “curve” e a quei “numeri” -aggiornati ogni due anni dall’Onu tramite l’incrocio di oltre 1.600 censimenti nazionali e 2.700 indagini- c’è però un “mondo che procede a velocità diverse” e che va indagato al di là di “scenari troppo distanti”, come suggerisce Massimo Livi Bacci, professore di Demografia presso la facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze. Un’indagine che coinvolge lo “stato di salute” del Pianeta e dei suoi abitanti.

A fronte di un “forte rallentamento a livello planetario della crescita della popolazione” (Livi Bacci), si assiste a comportamenti differenti a seconda delle aree. Ad esempio, le Nazioni Unite ritengono che l’Africa Sub-sahariana, con una crescita prevista di 1 miliardo di persone tra oggi e il 2050, potrebbe “pesare” per “oltre la metà della crescita della popolazione mondiale”. Con prospettive di un ulteriore forte incremento fino a fine secolo. Al contrario, nello stesso periodo, si stima che in 55 Paesi o aree del Pianeta si possa verificare una “diminuzione di almeno l’1% della popolazione”. Le “riduzioni” più elevate -fino a circa il 20%- sono attese in Bulgaria, Lettonia, Lituania, Ucraina. Crescita, arresto o declino. E invecchiamento: “Nel 2018 -avverte l’Onu- per la prima volta, le persone con 65 anni o più, in tutto il mondo, erano più numerose dei bambini sotto i cinque anni. Ed entro il 2050, i 65enni o gli over 65 oltrepasseranno i giovani tra i 15 e i 24 anni”.

“Il fattore demografico influisce sulle disuguaglianze economiche e sociali del mondo”, riflette Livi Bacci, che sottolinea il paradossale “ritardo” dell’area dell’Africa Sub-Sahariana, dove la natalità è “ancora molto alta”. “Un Paese come la Nigeria -continua l’accademico- registra un numero medio di figli per donna intorno ai cinque, che è elevatissimo considerando la mortalità relativamente bassa. E un tasso di crescita della popolazione del 3% all’anno significa raddoppiare la popolazione in poco più di 20 anni”.

Non è un percorso ineluttabile: “Paesi che avevano gli stessi livelli di povertà dell’Africa, in Asia ma anche in America Latina, hanno compiuto notevoli passi avanti in materia di controllo delle nascite, scommettendo su più elevati investimenti sui bambini, sulla scolarizzazione, sull’uscita della donna dal ‘recinto’ della casa. E questo ritardo è un aspetto molto rilevante”. Com’è rilevante, si legge nelle previsioni Onu, il fatto che siano “i 47 Paesi in via di sviluppo a registrare la crescita più rapida, molti dei quali proiettati a raddoppiare la popolazione tra il 2019 e il 2050”.

Una “sfida” posta agli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. “Senza dubbio una crescita simile ha effetti sul piano sociale -osserva Livi Bacci-: quando un Paese cresce così tanto, si sviluppa con il freno a mano tirato. Penso alle difficoltà nel campo dell’istruzione, ai riflessi sulle giovani generazioni, a investimenti pubblici inevitabilmente non adeguati”. Ma a questa difficoltà obiettiva, fa notare ancora lo studioso, se ne aggiunge una “ancora più grave: quella sotto il profilo ambientale”.

“Torno al caso della Nigeria: se vorrà uscire dalla povertà, dovrà moltiplicare per molte volte il reddito pro-capite e quindi dovrà bruciare quelle risorse e materie prime non rinnovabili necessarie per avere sufficienti livelli di sviluppo. Un elemento dall’impatto ambientale rilevante. Non solo in Africa ma anche in altri continenti. La crescita demografica significa infatti anche l’intrusione in aree fragili. Penso all’antropizzazione del bacino del Congo o della foresta Amazzonica, aree importanti per gli equilibri ambientali planetari. Ma anche in Paesi dalla più bassa crescita demografica, come il Sud Est asiatico, la Cina -che perde popolazione- o l’India -che cresce ma a tassi rallentati-, la popolazione si addensa in aree fragili, ovvero le aree costiere, zone basse, fragili e perciò suscettibili di essere devastate da eventi meteorologici estremi”.

È catastrofismo? “No, è guardare la realtà. Sono effetti noti che vanno controllati”. Livi Bacci parla di “spazio”. “Il nostro mondo è ormai direttamente o indirettamente antropizzato per più della metà della sua superficie, e quella che resta non è abitabile o lo è solo parzialmente. Questo ci dice che il futuro aumento demografico dovrà avvenire con un attento uso dello spazio disponibile. A questo bisogna dedicare attenzione e governo. Ma non mi pare sia un tema avvertito”.

Il disinteresse della politica conduce inevitabilmente al contesto dell’Italia, dove la regressione demografica è un processo in atto da tempo. A luglio 2019 l’Istat ha pubblicato il bilancio demografico del 2018. “Rispetto al 2014 -ha scritto su Neodemos.info Gianpiero Della Zuanna, professore di Demografia all’Università di Padova-, oggi in Italia vivono 700 mila persone in meno, ma gli italiani con più di 70 anni sono mezzo milione in più”.

“La crescita demografica significa infatti anche l’intrusione in aree fragili. Penso all’antropizzazione del bacino del Congo o della foresta Amazzonica”

“Non siamo soli -chiarisce Livi Bacci-. Grandi Paesi come Giappone, Spagna, Corea del Sud e Cina, sono nella condizione demografica dell’Italia. Ciò non significa che le prospettive dell’Italia non siano preoccupanti, ovviamente”. Un dato sopra tutti dà conto della situazione: nel 2018 nel nostro Paese sono nati 440mila bambini, 18mila in meno rispetto al 2017 e 137mila in meno rispetto al 2008. “Il dato dello scorso anno è pari a meno della metà delle nascite degli anni Sessanta, un livello bassissimo -spiega Livi Bacci-. Oggi in Italia ci sono più donne che hanno 82 anni rispetto alle bambine che hanno meno di un anno. Più bisnonne delle bisnipoti. È un fatto preoccupante acuito dall’assenza di segni concreti di un’azione che fermi questa bassissima natalità”.

Natalità azzerata e porte sempre più “chiuse” agli immigrati: pura “schizofrenia” secondo lo studioso. Il saldo migratorio in Italia continua a diminuire: 85mila unità nel 2017 contro le 434mila nel 2008. Di fronte a queste evidenze, anche l’esecutivo uscente ha dichiarato di voler puntare su “più culle”. “Ma come facciamo a passare da 450mila nascite alle 750mila che ci vorrebbero per mantenere i ‘conti in ordine’ e far sì che sia una società non declini e rimanga stazionaria? Dove li peschiamo? Da dove li tira fuori il ministro dell’Interno Salvini? Dai bonus bebé? Non basta -continua Livi Bacci-, occorrono politiche molto ‘forti’ delle quali, peraltro, non si sa bene quando e quale effetto potranno avere. Perché non c’è un automatismo, le persone non sono gettoniere nelle quali metti soldi ed escono bimbi. Queste politiche non ci sono e se ci fossero gli effetti sarebbero graduali. Segnalo che alcuni partiti che alle elezioni del 4 marzo 2018 dicevano le cose più brutte sugli immigrati, ma tradivano nel proprio programma la consapevolezza della loro importanza. Il ‘segreto’ è non dirlo pubblicamente. È la paranoia di alcune parti politiche. Anche l’amico Orban (Livi Bacci sorride, ndr), in Ungheria, si misura con una popolazione in declino e chiude le porte all’immigrazioe. Ma almeno da quelle parti hanno messo in campo una politica pro natalità, pro giovani, pro riproduzione che può darsi che cominci a dare qualche riscontro. Non è detto, sia chiaro, ma si preoccupano di agire su quel fronte. Noi invece non ce ne preoccupiamo, se non a slogan”.

A furia di ripeterle, invano, quelle “politiche” hanno ormai “annoiato” l’accademico, coetaneo delle bisnonne ormai più numerose delle bisnipoti. “Primo: più donne al lavoro, perché per fare figli occorrono due cespiti di entrate. Secondo: meno asimmetrie di genere nella conduzione della casa, della famiglia e degli affari privati, oggi sproporzionatamente sulle spalle delle donne. In questo l’Italia eccelle -negativamente- con la Grecia, più della Spagna e del Portogallo. Terzo: maggiore autonomia alle giovani generazioni. Oggi rispetto a vent’anni fa, l’età alla quale i giovani diventano autonomi finanziariamente è aumentata patologicamente. E quindi le decisioni riproduttive vengono assunte tardi, ma poiché l’orologio biologico esiste, lo spazio temporale per mettere al mondo figli si restringe. Ricordiamoci poi che chi mette al mondo i figli oggi respira l’aria del suo tempo. E se quest’aria gli dice che i figli diventano autonomi a 35 anni, e che si dovranno mantenere fin quando arrivano i primi segnali della mezza età, allora i “programmi riproduttivi” si rivedono al ribasso. E questo non va bene”. Catastrofismo anche questo? “No -sospira Livi Bacci-. Modesto senso comune”.

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