Ambiente

Dall’Europa una fotografia sfocata sui biofuel

La Commissione europea pubblica il rapporto sulle energie rinnovabili. Nel documento un’analisi limitata ed annacquata dell’effetto della produzione di agrocarburanti sul prezzo delle materie prime agricole, e quindi sulla sovranità alimentare e sul diritto al cibo

La partita sui biocarburanti che si sta giocando a Bruxelles ha registrato una nuova offensiva della Commissione che ieri (27 marzo, ndr) è uscita con il suo rapporto biennale sui progressi realizzati in materia di energie rinnovabili e, molto importante, sulla sostenibilità dei biocarburanti. Infatti, pur non prevedendo dei criteri di natura sociale vincolanti, la direttiva che regola, tra le altre, la politica europea in materia di biocarburanti, prevede che la Commissione relazioni su base biennale in merito agli impatti  che i combustibili di origine vegetale possono avere sul livello dei prezzi alimentari, sull’accesso alla terra e su altre questioni di sviluppo.

A fronte delle crescenti evidenze relative al contributo che la domanda di prodotti agricoli per produrre biocarburanti dà alla dinamica inflattiva e all’aumento della volatilità dei prezzi alimentari -tra le altre cose espresse anche da istituzioni internazionali come la Banca mondiale, l’Organizzazione mondiale del commercio, la FAO- molti si aspettavano che la Commissione ammettesse una maggiore correlazione tra l’aumento del consumo di biocarburanti in Europa e l’andamento dei prezzi delle relative commodity agricole, in particolare quelle utilizzate per produrre biodiesel che rappresenta il 75% del consumo di biocarburanti nel vecchio continente. La Commissione, invece, ammette un impatto minimo, appena il 4% nel periodo 2008-2010, in cui i prezzi delle commodity agricole sono saliti alle stelle.

Ancora più deludenti le considerazioni sulla questione "diritto alla terra" e "land grabbing". Nonostante sia ormai evidente che la domanda agroenergetica stia contribuendo in modo determinante alla nuova corsa alla terra, e che in molti casi le acquisizioni su larga scala rappresentino un rischio enorme per la sicurezza alimentare delle comunità locali, che si traducono in violazioni sistematiche dei diritti umani, la Commissione tende a sottostimare il ruolo giocato dai biocarburanti europei. Infatti, da un lato essa fa riferimento esclusivamente agli ettari effettivamente messi in coltivazione, che al 2010 erano 3.2 milioni in Europa e 2.4 nei Paesi extraeuropei. Tuttavia, avendo preso come periodo di riferimento il biennio 2009-2010, la Commissione in realtà non coglie con efficacia la dinamica attuale. Infatti, essa arriva a sostenere che al 2010, le superficie interessate da casi di land grabbing per produzione agro energetica da destinare al mercato europeo si attestavano tra i 50mila ed i 160mila ettari di terra.

Tuttavia, la Commissione arriva a questa conclusione attraverso una metodologia di ricerca discutibile, basata esclusivamente sulla consultazione e rielaborazione dei dati contenuti nel database online dell’International Land Coalition (ILC), certo il più completo in circolazione, ma senza andare sul campo a verificare i progetti, promuovere una mappatura più sistematica, ridimensionando le conclusioni a cui giunge la stessa ILC e non consultando le comunità locali né dando seguito alle numerose denunce e analisi fornite dalla società civile.

L’analisi, insomma, fa una fotografia vecchia di tre anni, caratterizzata da una metodologia discutibile e scarse risorse per la sua realizzazione, ma guiderà la futura (in)azione dell’Europa nell’affrontare -con efficacia- gli impatti sociali dei biocarburanti. Nello stesso giorno in cui la Commissione presentava la sua ricerca, ActionAid ha pubblicato un’analisi da cui emerge che attraverso la raccolta di dati incrociati e verificati da fonti multiple, gli investimenti in terra da parte di imprese europee in Africa per coltivazioni agro-energetiche riguardano una superficie stimata in 6 milioni di ettari.
L’Italia è il secondo investitore dopo l’Inghilterra, con oltre 18 accordi realizzati. Il punto è che molta di questa terra ancora deve essere coltivata, ma l’analisi sugli impatti necessitano anche di una visione di prospettiva. Cosa accadrà infatti tra cinque-dieci anni se, senza intervenire sulle politiche che incentivano la produzione e consumo di biocarburanti in Europa e che spingono questi investimenti, questi sei milioni di ettari saranno davvero tutti coltivati? Gli impatti su diritti umani fondamentali, come quello al cibo, potranno diventare estremamente rilevanti se non si pone un limite a tutto questo.
Limite che purtroppo sembra che i Paesi europei non vogliano mettere. Infatti, in questi stessi mesi, come abbiamo già spiegato su altreconomia.it, a Bruxelles e nelle capitali dei Paesi membri si discute se e come migliorare la sostenibilità sociale ed ambientale dei biocarburanti europei. A fronte di un proposta della Commissione che prevede di dimezzare l’utilizzo di biocarburanti di prima generazione, ovvero quelli ricavati da prodotti agroalimentari, rispetto a quanto necessario per raggiungere l’obiettivo del 10% di sostituzione di fonti fossili con rinnovabili nel settore dei trasporti al 2020 -una proposta non in grado di garantire un’effettiva sostenibilità ma che rappresenta tuttavia un passo in avanti- molti Paesi membri, tra cui l’Italia, si stanno opponendo. Chiedono di non porre un limite così alto alla "prima generazione".

Il rapporto della Commissione merita un’analisi più approfondita che realizzeremo nei prossimi giorni.  Tuttavia, molto di più e meglio poteva essere fatto per realizzare un’analisi di impatto efficace che fornisse basi solide per la definizione di azioni correttive altrimenti difficili da promuovere in un contesto, quello europeo, dove i Paesi membri si stanno rilevando  molto più sensibili alle lobby economiche più che ai diritti delle persone.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia