Altre Economie

Dalle stalle alle zolle, il capitale è in rete

Provincia di Cremona: prove di “altreconomia” con il progetto “Filiera corta solidale”, che coinvolge produttori e associazioni, botteghe e gruppi di acquisto “Nella Frisona non credo più. È troppo sfruttata, selezionata. La capra, invece, è un animale ancora sufficientemente rustico,…

Tratto da Altreconomia 121 — Novembre 2010

Provincia di Cremona: prove di “altreconomia” con il progetto “Filiera corta solidale”, che coinvolge produttori e associazioni, botteghe e gruppi di acquisto

“Nella Frisona non credo più. È troppo sfruttata, selezionata. La capra, invece, è un animale ancora sufficientemente rustico, il cui latte ha qualità superiori a quello di vacca”. Per questo, da una decina d’anni, ci sono 300 capre nelle stalle dell’Azienda agricola “le Tavernazze”, di Elda e Giovanni Pagliari. Il loro latte viene trasformato in formaggi, tutti biologici certificati. “Ho campi sufficienti per alimentare il bestiame, perché credo che in un’azienda ‘bio’ debba esserci il ciclo completo, gli animali e il foraggio -racconta Elda-. Ho creato una nicchia nella nicchia”. Siamo a pochi chilometri dalla città di Cremona, nel “cuore” della Pianura Padana, una provincia agricola dove nei campi regna la produzione intensiva e in stalla l’allevamento di tipo industriale. Qui il biologico deve fare i conti con la diffidenza delle famiglie.
“Nessuno è profeta in patria” scherza Fulvia Mantovani della cooperativa Iris. La realtà per cui lavora è tra i pionieri del biologico in Italia. E oggi dai campi di Calvatone e dal pastificio di Piadena, due località in provincia di Cremona, rifornisce gruppi d’acquisto solidali (Gas) in tutta Italia. “Vorremmo fare qualcosa in più. Viviamo in un territorio dove l’agricoltura è industriale, e anche il piccolo contadino usa fertilizzanti. È molto più difficile coinvolgere le persone qui che in città. Qui sembra ‘tutto campagna’, tutto ecologico. Ma non è così”. Fulvia ed Elda sono sedute intorno a un tavolo, nella cascina dei Pagliari. Insieme a loro ci sono altri produttori biologici locali: di formaggi, carni, ortaggi, verdure, frutta, miele, vino. Parlano della pioggia delle ultime settimane che ha rovinato le lattughe nei campi, affogate. Sono nove, dieci con la cooperativa sociale “Non solo noi”, che gestisce 3 botteghe di commercio equo e solidale, quelli che partecipano alla riunione di “Filiera corta solidale”, la rete che riunisce associazioni del territorio, gruppi d’acquisto solidali e produttori “bio” certificati (vedi box). Il progetto ha preso forma all’inizio del 2010. Oggi si discutono gli ultimi dettagli prima dell’inaugurazione del mercato locale “virtuale”, da metà ottobre sul portale www.filieracortasolidale.it: un mercato capace di sfruttare gli strumenti informatici per andare incontro alle famiglie, ma ancorato alle zolle di terra.
Il percorso che ha portato alla creazione di “Filiera corta solidale” è iniziato nel 2009. La spinta è arrivata dalle Acli, tramite l’Associazione di volontariato Acli Lombardia (Aval), grazie a un finanziamento del Bando volontariato 2008. “Stiamo seminando -racconta Gigi Cappellini, delle Acli di Cremona-, dobbiamo arrivare a segnare nella ‘cultura’ il mondo produttivo. Altrimenti le parole solidarietà e sussidiarietà, che sono nel nostro Dna, si fanno vuote”.
La semina è iniziata nel 2005: quell’anno è nato un primo sportello dell’economia solidale, con l’obiettivo di favorire la distribuzione di prodotti locali in alcuni ristoranti. Laura Rossi, che coordina “Filiera corta solidale”, racconta che quel progetto, poi fallito, ha lasciato in eredità alcune criticità. E siccome è sbagliando che s’impara, è proprio da quei limiti che ha preso le mosse la creazione della rete: “Non c’era un magazzino -spiega Laura-, mentre adesso avremo una struttura messa a disposizione dalla Caritas, appena fuori Cremona”. La Caritas diocesana ha creduto nel progetto, e si è sobbarcata i costi per ricavare un magazzino a norma, 100 metri quadri a disposizione di “Filiera corta solidale” dal gennaio 2011. “Con loro abbiamo concordato che la cooperativa sociale Carità e Lavoro, che si occupa dell’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, si occuperà della distribuzione dei prodotti -continua Laura-. La Caritas ha portato una sensibilità in più, un’apertura di gradi del progetto”.    
Aspettando gennaio, nella prima fase -che definiscono “sperimentale”- il progetto si appoggia a una delle aziende agricole coinvolte.
Un’altra delle aziende coinvolte nella rete, Ca’ de Alemanni, di Alessandra Lazzeri, “condividerà” il proprio furgone refrigerato. “Ci diamo tre mesi di tempo per mettere a punto esigenze e richieste. In questo periodo raccoglieremo gli ordini una volta ogni due settimana -spiega Laura-. Il sito internet è un piccolo gestionale, costruito su misura per noi. È aperto: ogni giorni può nascere un nuovo gruppo d’acquisto. Il nostro obiettivo non è rifornire i Gas già esistenti, ma andare a sollecitare una domanda nuova”. All’inizio del 2011 nascerà una cooperativa tra tutti i produttori locali: è un altro frutto dei semi gettati da Filiera corta solidale, e sarà chiamata a gestire la parte commerciale del progetto. Tre, invece, sono i gruppi di lavoro, già attivi, cui possono partecipare tutti i soggetti coinvolti nella rete: uno lavora su “regole e criteri”, il secondo alla costituzione di un “Distretto di economia solidale”, il terzo alla definizione del programma culturale. Per garantire la trasparenza di ogni acquisto, ogni famiglia dovrà unirsi a un’associazione di promozione sociale, una sorta di Gas “sollecitatore” che sarà l’intestataria del comodato gratuito del magazzino, e permetterà ai produttori di fatturare tutto ciò che vendono. Ogni nuovo gruppo d’acquisto, formato da almeno 5 famiglie, non potrà accedere automaticamente agli ordini: l’autorizzazione scatterà dopo un incontro, e la condivisione del Codice etico di Filiera corta solidale: “Non siamo un e-commerce -traduce Laura-; in questo progetto contano fiducia e trasparenza; contano le relazioni”. “Non organizziamo solo la vendita, ma anche la visita in cascina, incontri pubblici durante l’anno -riprende Fulvia di Iris-. Questo vuole essere un investimento di contaminazione”. Sono 250 le famiglie che hanno manifestato interesse alla “Filiera corta solidale”, la declinazione cremonese del modello di piccola distribuzione organizzata. Altre verranno coinvolte con un ricco programma culturale. Ad ottobre, Claudia Facchini ha portato a Cremona lo spettacolo “Label”, prodotto dal dipartimento pace e stili di vita delle Acli; a novembre, il “contenitore” Filiera corta solidale ospiterà Gianni Tamino (a Cremona, su “Biodiversità, alimentazione, sostenibilità”) e Luca Mercalli (a Casalmaggiore, “Cosa sta succedendo al clima del nostro pianeta”).   
Un bel passo avanti rispetto alla Fiera internazionale del bovino da latte, ospitata a Cremona e giunta quest’anno alla 65° edizione.

Acli e Caritas i promotori
È il “capitale della relazione” a dar forza al messaggio di “Filiera corta solidale”, “Una spesa diversa è possibile: ecologica, economica, solidale”. Della rete, i cui promotori sono Acli e Caritas, fanno parte anche l’Arci Cremona, la cooperativa “Nonsolonoi”, i soci locali di Banca Etica, il Comitato provinciale beni comuni, Libera, Slow Food e i 4 gruppi d’acquisto solidali attività nella provincia di Cremona.
Le nove aziende agricole coinvolte (l’elenco è sul sito) producono carni, farine, prodotti da forno, pasta, formaggi caprini, vaccini, frutta, verdura, tofu, seitan e vino. Caffè, tè, zucchero e cioccolato arrivano dal circuito del commercio equo e solidale. L’olio è quello di Libera. L’unica deroga al criterio del “chilometro zero” è il vino, che in tutto il territorio cremonese non viene prodotto. Rosso, bianco e rosato arrivano dall’Oltrepò pavese, prodotte dalla cooperativa sociale “La vigna”, che già distribuisce nei Gas e in molte botteghe del mondo. Le vigne distano un’ottantina di chilometri dal Torrazzo, simbolo della città di Cremona.
Info: www.filieracortasolidale.it, info@filieracortasolidale.it, 0372-80.04.21

Di che pasta siamo fatti
La cooperativa Iris dà vita a una fondazione "per il cambiamento culturale, sociale ed economico"

Quarantasette soci lavoratori e circa 15 milioni di euro di fatturato (circa il dieci per cento nel circuito dei Gas) rendono la cooperativa agricola Iris una della realtà più importanti del panorama biologico italiano. È stata fondata nel 1978, e oggi coltiva quasi 40 ettari all’interno del Parco Naturale Oglio Sud, che garantiscono le materie prime per la pasta, le conserve e passate di pomodoro, le farine, i cracker, i biscotti. I cereali biologici arrivano anche da contadini di zone marginali italiane. 
Facciamo biologico da 30 anni. Abbiamo trasformato il territorio. Da quando ci siamo noi, qui crescono più alberi. Ma vorremmo far di più” spiega Fulvia Mantovani, una delle socie della coop. Da un lato, c’è il progetto “Filiera corta solidale”, descritto nell’articolo a pagina 29; dall’altro, Iris ha appena dato vita a una fondazione, con l’obiettivo di “mettere il patrimonio culturale, professionale e organizzativo [di Iris, ndr] a disposizione di chi vuole impegnarsi per un cambiamento culturale, sociale ed economico”.
Maurizio Gritta, presidente della cooperativa, da sei mesi presenta il progetto tra i gruppi d’acquisto solidali e partecipando alle fiere di settore: “Lo stimolo è giunto dai nostri consumatori, che sentono il bisogno di un ‘polo culturale’, perché biologico non è solo un modo di fare economia, ma anche un modo di gestire produzioni e relazioni. Stiamo lavorando a questo progetto da 4 anni”. Una carta dei valori (la potete legge su www.irisbio.com) elenca gli ambiti d’azione della fondazione. Sono, tra gli altri, promuovere ricerca, sviluppo, formazione dell’agricoltura biologica e biodinamica, promuovere la cultura contadina, promuovere sul territorio l’assistenza e l’inserimento di persone diversamente abili o con difficoltà economiche, promuovere la cultura della mutualità, dell’autogestione e della cooperazione e di un rapporto diretto fra produttori e soggetti fruitori diretti.
Iris ha investito nella fondazione 50mila euro, il capitale iniziale, ma statuto e regolamento aprono la partecipazione a tutti i soggetti interessati: “L’obiettivo è quello di mettere in relazione due soggetti, ricercare finanziamenti per lo sviluppo di nuove attività biologiche, per attività di consulenza. Alcuni progetti franano perché mancano gli strumenti -spiega Gritta-. La fondazione presterà denaro senza interesse e senza chiedere garanzie patrimoniali: non puntiamo a sostituirci alle banche, alle Mag; la fondazione è aperta a coloro che hanno  voglia di rischiare la propria parte”. Info: 0375-97.115, 335-62.21.223

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