Esteri

Da Seoul/Pochi progressi, tanta retorica: chiude il G20

Il summit dei G20 di Seoul è finito come i segnali della vigilia lasciavano presagire: in maniera deludente. Un po’ come accade in Italia durante la notte dei risultati elettorali, tutti i principali attori globali hanno provato a vendere le…

Il summit dei G20 di Seoul è finito come i segnali della vigilia lasciavano presagire: in maniera deludente. Un po’ come accade in Italia durante la notte dei risultati elettorali, tutti i principali attori globali hanno provato a vendere le 22 pagine del comunicato conclusivo dell’incontro e i relativi annessi come una vittoria delle proprie abilità diplomatiche. Tutto sommato però, come ormai accade da tempo durante questi eventi internazionali, la montagna ha partorito il topolino.

Le questioni scottanti dell’agenda negoziale, la cosiddetta guerra monetaria e i disequilibri della bilancia dei pagamenti, rimangono tali. Gli Usa mostrano il loro apprezzamento per il fatto che la “svalutazione competitiva” delle monete – in primis il renminbi cinese – sia stata riconosciuta come un problema, la delegazione dell’ex Impero di Mezzo che oltre tale riconoscimento non si sia andati. In merito al monitoraggio degli eccessi di flussi di export, si chiede un’attività di monitoraggio al Fondo monetario internazionale (FMI) che, da quando è scoppiata la crisi e il G20 è assurto a direttorio mondiale, ha ritrovato nuova linfa, a dispetto degli errori commessi in un passato nemmeno troppo lontano. A proposito di FMI, tutti esaltano la sua parziale riforma, che concede ai Paesi emergenti il sei per cento in più in termini di potere di voto, omettendo di dire che la metà di questo sei per cento è stato sottratto alle realtà in via di sviluppo. In poche parole, le nuove potenze si rafforzano, i poveri continuano a mangiare la polvere. Il maquillage completo delle istituzioni finanziarie internazionali – ovvero anche della Banca mondiale, oltre che del Fondo – rimane una chimera.

Nell’addendum enfaticamente definito Seoul Consensus per compiacere l’attivissima presidenza coreana, si è fatto il pieno di retorica sullo sviluppo, da raggiungere tramite commercio internazionale, infrastrutture e investimenti privati, oltre che lavoro e sicurezza alimentare (nel qual caso si richiama in causa la World Bank come attore da affiancare alla FAO). A prima vista il Consensus appare un bell’esercizio di stile, con generici rimandi agli anni a venire.

Uno dei punti su cui ci si aspettava di più, molto di più, è quello dei sussidi all’estrazione dei combustibili fossili, di cui si chiedeva l’eliminazione nel vertice di Pittsburgh del settembre 2009. Nulla di fatto anche in Corea. E intanto l’Ong americana Oilwatch denuncia che l’Exim Bank, l’assicuratore pubblico statunitense, nel 2009 ha distribuito 2,5 miliardi di dollari di sussidi alle compagnie petrolifere. Visto anche il flebile testo sul tema dei cambiamenti climatici – che auspica un risultato positivo dell’imminente meeting di Cancun ma rimanda all’accordo-truffa di Copenhagen – sulla materia ambientale le note sono molto dolenti.

E l’Italia? Non pervenuta, e non solo perché Silvio Berlusconi ha deciso di non tenere una conferenza stampa finale, per la disperazione della stampa italiana, più concentrata sulle sorti del nostro governo che sull’esito finale del summit.

A margine del vertice c’è da segnalare il fallimento della trattativa tra i padroni di casa della Corea del Sud e gli Stati Uniti sull’accordo bilaterale di libero scambio, siglato nel 2007 ma mai ratificato da entrambi i Paesi. Il presidente Obama non è riuscito a portare a casa maggiori concessioni, come richiesto soprattutto dal comparto automobilistico stelle e strisce, e non se n’è fatto nulla, per la gioia della società civile del Paese asiatico. Come tanti degli argomenti all’ordine del giorno nel summit di Seoul, anche di questo si riparlerà in futuro.

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giovedì 11 novembre 2010

Mentre i grandi della Terra arrivano a Seoul alla spicciolata, va in scena la manifestazione organizzata dai sindacati coreani. Dopo quella di domenica scorsa, che ha contato circa 20mila presenze, questa è meno partecipata (circa 5mila persone) ma non per questo sentita dagli attivisti muniti di cartelli e bandiere, tante e colorate. Lo stile dell’evento è molto coreano: organizzazione massima, ritualità estrema – soprattutto nella sequela di interventi che si succedono sul palco prima della partenza della marcia – e abbondante uso di slogan e canzoni del movimento operaio locale. Oltre alla contestazione al G20 tout court, accusato di non essere in grado di risolvere una crisi provocata dai suoi membri più potenti e autorevoli, l’attenzione della società civile locale si è concentrata sull’accordo di libero scambio che sta per essere siglato con gli Stati Uniti. “Una vera e propria sciagura”, lo definisce il presidente del sindacato KCTU, Kim Young-hoon.

In realtà il percorso della manifestazione è breve e ben lontano dal luogo dove si svolge il summit. L’assembramento davanti alla stazione centrale della capitale coreana vive qualche minuto di tensione quando le forze di polizia – dispiegata in massa, con circa 2mila unità sul campo – bloccano il passaggio ai manifestanti in testa al corteo. Volano spintoni, ma poi tutto si placa e i poliziotti lasciano libero il passaggio. A fine dimostrazione ci si mette anche un tremendo temporale a raffreddare gli eventuali bollori da una parte e dall’altra.

 

Forse l’atmosfera sarà più tesa durante gli incontri dei capi di stato e di governo accolti in pompa magna dal padrone di casa, il presidente coreano Lee Myung-bak. Le pesanti schermaglie della vigilia lasciano presagire che non ci sarà nessun accordo sulla delicatissima questione dei cambi valutari, come invece in mattinata presagiva il Korea Herald in uno slancio di ottimismo frutto della voglia matta dei coreani di dipingere il primo vertice dei G20 che si tiene in Asia come un grande successo. Oltre ai 200 milioni di euro investiti per organizzare la due giorni di negoziati, l’esecutivo di Seoul punta forte sul conquistare punti in termini di credibilità politica. Come già accennato, è improbabile che il quinto incontro del nuovo direttorio mondiale in due anni possa essere considerato un punto di svolta per le sorti dell’umanità. La spinta dei primi due appuntamenti, quello di Washington e soprattutto di Londra dell’aprile del 2009, si è dissolta, così come non c’è più traccia del supposto ritrovato multilateralismo “causato” dalla crisi. A proposito di crisi, difficile negare che ci sia ancora e che non faccia sentire la sua presa ferrea. Eppure – o forse proprio per questa ragione – i leader delle 20 principali realtà mondiali si sono presentati qui in Corea in ordine sparso, con tutta l’intenzione di difendere i loro interessi nazionali senza fare troppe concessioni alle rispettive controparti.

 

Esempio eclatante di questo status quo il conflitto a tutto campo tra Usa e Cina, le due anime di un G20 che già mostra le prime rughe, sebbene sia giovanissimo e da poco abbia raccolto il testimone dal malandato G8, ormai tenuto in vita artificialmente solo per una questione di forma.

 

Ulteriore prova del ridimensionamento della nuova assise dei grandi è la sparizione di alcune tematiche ritenute fino a poco tempo fa di enorme delicatezza e attualità, come quella dei paradisi fiscali, che a Seul non è presente in agenda. Che l’abbiano fatto per togliere dall’imbarazzo il nostro presidente del Consiglio, così infastidito dall’affaire Antigua?

 

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