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Contro la guerra, primo non rassegnarsi – Ae 34

Numero 34, dicembre 2002Una campagna di stampa infinita fa da apripista all'intervento in Iraq. Se ne parla tanto che ormai il confronto armato sembra ineluttabile. Ma la pace ha i sui preliminari. AdessoQuanto tempo manca alla guerra? Forse fino al…

Tratto da Altreconomia 34 — Dicembre 2002

Numero 34, dicembre 2002

Una campagna di stampa infinita fa da apripista all'intervento in Iraq. Se ne parla tanto che ormai il confronto armato sembra ineluttabile. Ma la pace ha i sui preliminari. Adesso

Quanto tempo manca alla guerra? Forse fino al 21 febbraio, forse meno. È il giorno entro il quale gli ispettori dell'Onu dovranno presentare le loro relazioni sull'Iraq: dovranno dirci se è vero o meno che Saddam Hussein ha ripreso, in violazione alle risoluzioni delle Nazioni Unite, a riarmarsi o dispone di armi di distruzione di massa (chimiche, batteriologiche o nucleari) o di apparati industriali capaci eventualmente di produrle (per esempio industrie farmaceutiche o chimiche rapidamente riconvertibili a usi bellici).

Gli ispettori agiscono su mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che impegna l'Iraq a fornirgli “accesso immediato, incondizionato e illimitato” a qualsiasi luogo del Paese. Se saranno ostacolati nella loro missione gli ispettori ne riferiranno al Consiglio di sicurezza. L'interpretazione degli Usa è che, in questo caso, il ricorso alla forza militare sarà a questo punto legittimo, cioè già autorizzato dalla stessa risoluzione del Consiglio di sicurezza che ha consentito agli ispettori di entrare in Iraq.

Francia, Cina e Russia (che insieme a Usa e Gran Bretagna sono i membri permanenti del Consiglio) escludono invece che la risoluzione Onu preveda già l'uso automatico della forza. La decisione dovrà essere presa con una nuova votazione del Consiglio di sicurezza. Ma né gli uni né gli altri sembrano, a questo punto, mettere in discussione l'intervento armato (con o senza una nuova risoluzione).

E questo è anche il frutto di una campagna di stampa, questa sì infinita: a furia di sentir parlare di guerra (in tv, sui giornali, nei talk show) l'idea ci è diventata quasi familiare, ci siamo quasi abituati a pensare che la guerra può essere uno strumento “normale” di soluzione dei conflitti.

È innanzitutto a questa abitudine che bisogna sottrarci. La guerra è sempre un punto di non ritorno. E in più oggi, siamo costretti a confrontarci con quest'altra idea, quella della guerra preventiva -in questo caso contro l'Iraq- che fa tabula rasa di ogni precedente criterio: fin qui il diritto internazionale ha legittimato il diritto alla difesa, e poi -in maniera controversa- un qualche diritto a un'ingerenza umanitaria (non necessariamente bellica). Ma quello a cui siamo di fronte è un salto davvero inedito.

C'è una ineluttabilità, una rassegnazione di fronte alla guerra irachena. Ma la guerra è davvero inevitabile?

Scott Ritter, ex marine ed ex capo-ispettore Onu negli arsenali di Saddam (si dimise e in seguito accusò gli Usa di spiare l'Iraq con gli ispettori), in un recente giro in Italia ha spiegato che, per il momento, la speranza di evitare la guerra sta proprio nel lavoro di questo pugno di uomini. Prima di ogni altra cosa bisogna fare di tutto perché possano svolgere la loro missione.

La pace (o la guerra) ha sempre dei preliminari. Chiaro che anche per i parlamentari sarà poi un problema votare quando tutta la questione si sarà ridotta a un sì o un no: ma la pace è questione di adesso.

12 anni fa, ma i titoli sono gli stessi
La guerra del Golfo cominciò la notte di mercoledì 1 agosto 1990, quando le forze armate irachene occuparono il Kuwait. Quattro settimane dopo, il 28 agosto, il piccolo emirato fu annesso da Saddam Hussein come diciannovesima provincia irachena. Il 17 gennaio 1991, a circa sei mesi dall'occupazione, George Bush senior ordinò alle forze di una vasta coalizione patrocinata dalle Nazioni Unite -anche se costituita essenzialmente dagli statunitensi- l'attacco contro Baghdad. Il 28 febbraio, appena quattro giorni dopo l'inizio delle operazioni di terra, la resistenza degli iracheni poteva dirsi domata. Mentre il Kuwait veniva abbandonato precipitosamente dai reparti iracheni in fuga, decimati e sbandati, il governo di Baghdad accettava tutte le risoluzioni fin lì adottate dalle Nazioni Unite. Si raggiunse il cessate il fuoco.

L'Iraq aveva lasciato sul terreno decine di migliaia di caduti e centinaia di migliaia di prigionieri. Gli Usa lamentavano invece la perdita in battaglia di 148 uomini. L'epoca della “guerra asimmetrica” era cominciata.

Michele Paolini!!pagebreak!!

Riserve: l'Iraq è secondo solo all'Arabia
Tutto il petrolio che vorremmo

Oltre il 60 per cento delle riserve petrolifere mondiali si trovano nei Paesi del golfo, e l'Iraq, con circa 112 miliardi di barili è il secondo Paese dopo l'Arabia saudita. In Iraq si trovano alcuni dei giacimenti di maggiori dimensioni, da cui si può estrarre petrolio abbondante e a basso costo per molti anni, assicurando un sicuro ritorno degli investimenti. Possibile che tutto questo non c'entri nulla con le minacce di guerra?

Il controllo delle riserve petrolifere è stato alla base di molti conflitti che hanno caratterizzato il secolo appena trascorso, dalla guerra di Suez nel 1956 fino al lungo conflitto tra Iran e Iraq negli anni '80, e nulla indica che nel frattempo il problema della sicurezza nell'approvvigionamento energetico dei Paesi occidentali si sia risolto. Negli ultimi dieci anni il consumo di petrolio nel mondo è aumentato di oltre il 13 per cento, mentre le scoperte di nuovi giacimenti hanno fatto aumentare le riserve solo del 3,6 per cento, e nei prossimi anni la situazione non sembra destinata a migliorare.

Il 16 maggio 2001 l'amministrazione Bush ha diffuso il National Energy Policy Report, un documento che definisce le linee della politica energetica Usa, frutto del lavoro di una commissione guidata dal vicepresidente Dik Cheney, che presenta un quadro della situazione insolitamente allarmato: “L'America nell'anno 2001 si trova a fronteggiare la più grave penuria di energia dall'embargo del petrolio degli anni Settanta… Le stime indicano che nei prossimi 20 anni il consumo petrolifero aumenterà del 33 per cento, il consumo di gas di oltre il 50 per cento e la domanda di elettricità crescerà del 45 per cento. Se la produzione energetica statunitense crescerà allo stesso tasso degli anni Novanta andremo incontro a uno scarto sempre crescente… Fra 20 anni l'America importerà 2 barili di petrolio su 3, una condizione di accresciuta dipendenza da poteri esteri che non sempre hanno a cuore gli interessi dell'America”.

Ma il quadro potrebbe essere anche peggiore se le previsioni più pessimistiche sul progressivo esaurimento delle riserve mondiale dovessero avverarsi e la produzione petrolifera dovesse raggiungere il picco massimo entro il 2010. Dopo di allora potrebbe esserci sempre meno petrolio e sempre più caro.

In ogni caso per soddisfare la sete di petrolio dei prossimi anni saranno necessari enormi investimenti che dovranno venire dalle grandi compagnie petrolifere, tutte a capitale Usa o europeo, che ovviamente vogliono delle garanzie precise prima di rischiare i loro soldi.

Saddam certo non può dare queste garanzie, ma un governo amico degli Usa potrebbe farlo, e vista l'entità delle riserve dell'Iraq, sarebbe anche un partner perfetto per limitare il potere dell'Arabia Saudita all'interno dell'Opec.

Emilio Novati

Il libro dell'ex ispettore
Uscito nello scorso settembre “Guerra all'Iraq” (Fazi editore, 115 pagine, 10 euro) è una lunga intervista a Scott Ritter, ex ispettore capo di Unscom, la missione Onu incaricata di controllare il disarmo di Saddam Hussein. Dimessosi poco prima del fallimento definitivo di Unscom, Scott analizza con cognizione di causa le accuse degli Usa all'Iraq. E, dati alla mani, spiega perché, in larga parte, sono pretestuose e strumentali.

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