Esteri

Congo, vagiti di democrazia – Ae 78

Un popolo stremato da 10 anni di guerra, affamato, non pagato, non ha grandi pretese in testa: vuole la pace Poco meno di un’ora dopo la chiusura delle urne inizia a far buio. Non sono neanche le 6 del pomeriggio….

Tratto da Altreconomia 78 — Dicembre 2006

Un popolo stremato da 10 anni di guerra, affamato, non pagato, non ha grandi pretese in testa: vuole la pace


Poco meno di un’ora dopo la chiusura delle urne inizia a far buio. Non sono neanche le 6 del pomeriggio. Il presidente del seggio accende la lampada a pile che ogni bureau de vote ha in dotazione: in questa aula, in tutta la scuola, non c’è elettricità. Il segretario svuota l’urna, e inizia il conteggio. Poco dopo la lampada non basta più, si passa anche alle candele: lo spoglio andrà avanti tutta la notte. È il travaglio della democrazia.



Bukavu è il capoluogo della provincia del Sud Kivu, nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Si affaccia sul lago Kivu, che segna il confine col Rwanda. Ma sta in alto, a 1500 metri sul livello del mare. Siamo a fine ottobre e con un po’ di ritardo è iniziata la stagione delle piogge.

La precipitazione è improvvisa e violenta, ma non dura molto: allaga le strade, le trasforma in fiumi di fango. Da queste parti, nel cuore dell’Africa nera, è una benedizione. Piove anche oggi, 29 ottobre, poco prima della chiusura dei seggi di una giornata storica: quella in cui il popolo congolese, per la prima volta nella sua storia, dopo 30 anni di dittatura e 10 di guerra, dopo i milioni di morti, le violenze, gli stupri e i saccheggi, dopo tutto questo il popolo congolese sceglie e vota. Oggi si decide chi sarà il presidente della Repubblica. Sapremo solo un paio di settimane dopo che Joseph Kabila avrà battuto Jean Pierre Bemba. Il giovane presidente del governo provvisorio, figlio di quel Laurent Kabila che nel 1997 aveva contribuito a far cadere la dittatura di Mobutu con l’aiuto dell’esercito rwandese, supera il leader ribelle del Movimento per la liberazione del Congo (sostenuto nel 1998 dall’Uganda) con il 58% dei consensi. Joseph Kabila, “l’uomo della pace” che ottiene consensi plebiscitari all’Est, sconfigge Bemba, sostenuto all’Ovest e nella capitale Kinshasa, l’uomo che ha fatto della “congolesità” il cuore della sua campagna elettorale.



Non tutto fila liscio: prima, durante e dopo il voto le tensioni tra le opposte fazioni sfociano in violenze che causano la morte di una decina di persone almeno. Tuttavia la calma regge. All’indomani della pubblicazione dei risultati, lo sconfitto dichiara di non accettare il verdetto e che userà tutte le vie legali per “far rispettare la volontà del popolo”.

E invece le elezioni sono state “libere e trasparenti”.

Lo testimoniano i volontari dell’associazione Beati i costruttori di pace, venuti qui tra gli altri in qualità di osservatori elettorali internazionali. Per vigilare sul voto, garantirne la trasparenza, dare credibilità internazionale all’intero processo elettorale. Per sostenere la neonata democrazia. I Beati lavorano sul Congo da molto tempo. Nel 2001 avevano contribuito alla preparazione del primo Simposio per la pace, portando a Butembo (nel Nordest del Paese) 300 italiani per quello che ormai è considerato il primo passo sulla via del cessate il fuoco e degli accordi di pace. Oggi sono venuti in 35 (a luglio, per il primo turno elettorale -vedi box- erano in 60), persone dai 24 ai 63 anni con storie e origini diverse. Controlleranno, conteranno, verificheranno, passeranno la notte nei seggi con gli scrutatori: volontariamente, gratuitamente, pagandosi il viaggio andata e ritorno. Ad Altreconomia hanno chiesto di seguirli e di curare per loro l’ufficio stampa dal Congo.



Gli osservatori internazionali giunti in Congo sono un migliaio, ma solo gli italiani lo hanno fatto senza averne niente in cambio. Hanno scelto di stare a Est, dove tutte le guerre sono iniziate, dove sono state maggiori le sofferenze. Territori dove ancora persistono tensioni e dove difficilmente sarebbero andati gli osservatori di altre missioni internazionali. Come il villaggio di Minembwe, sull’altopiano sopra la città di Uvira: da qui nel 1996 è partita la rivolta della popolazione banyamulenge (tutsi di origine rwandese), primo evento dal quale la guerra si accese come un fuoco. O il territorio di Walungu, a Sudovest di Bukavu. Nelle foreste della zona sono presenti bande di miliziani armati (ex militari hutu rwandesi fuggiti nel 1994 dopo il genocidio) protagonisti tuttora di incursioni notturne contro la popolazione locale. O ancora il territorio di Kalehe, dove invece si raggrupparono le truppe del generale Nkunda (filo rwandese, fuori controllo e dotato di un proprio esercito irregolare), protagoniste nel 2004 della temporanea occupazione di Bukavu, il più grave atto di violazione degli accordi di pace che ha fatto temere una ripresa del conflitto. Nessuno a Est ha dimenticato la guerra, anche perché le ferite sono ancora aperte. A ottobre la Fao ha pubblicato il consueto rapporto annuale sulla fame del mondo. Ecco cosa dice del Congo: “Un Paese con il potenziale di nutrire l’Africa intera è ancora tra quelli con la più scarsa sicurezza alimentare del mondo: il 72% della popolazione non ha cibo a sufficienza”. Ce lo conferma Patient Bagenda, del comitato “Antibwaki” di Bukavu, che lavora sin dal 1965 sulla malnutrizione e la sicurezza alimentare: oggi opera in 237 villaggi aiutando nella produzione agricola e nell’allevamento. “Ci sono sempre meno terreni fertili, e quelli esistenti sono in mano a multinazionali o allo Stato. Non esiste una politica che aiuti una produzione duratura. Che a sua volta è scoraggiata dal massiccio ricorso alle importazioni. Anche gli aiuti umanitari alimentari che arrivano dell’estero devono innanzitutto sostenere la produzione locale, non sostituirsi ad essa”.



Il Congo importa tutto. Anche il riso, da Pakistan, Thailandia, Cina, India. La guerra ha distrutto tutte le industrie e le infrastrutture. Le strade sono quasi impraticabili, quelle asfaltate coprono poche centinaia di chilometri in un Paese grande otto volte l’Italia. La benzina costa 1,2 dollari al litro, più di quanto guadagna al giorno la maggior parte della gente.

Nel Kivu l’elettricità manca all’80% della popolazione, e interi quartieri non la vedono per mesi. La centrale elettrica funziona a un quarto della potenza, e i funzionari rivendono illegalmente l’elettricità al di là del confine, ai rwandesi. Per strada si vedono solamente auto con la guida a destra: arrivano da Dubai, porto franco. Le moto invece arrivano dall’India. Auto e moto sono un’invasione recente: chi le acquista poi le affitta a tassisti improvvisati. Le linee telefoniche fisse non esistono più da anni: i primi aerei commerciali arrivati nel Paese col cessate il fuoco hanno trasportato ripetitori per telefoni cellulari. Oggi sono diffusissimi, anche se la maggior parte delle persone aspetta di essere richiamata perché non può permettersi di telefonare. È strano pensare che quei telefonini sono stati fabbricati probabilmente utilizzando il coltan e la cassiterite depredati dalle miniere congolesi (vedi pag. 25). Eppure proprio le comunicazioni cellulari hanno contribuito a unire un Paese così vasto.

E non c’è traccia di latte fresco: solo quello in polvere Nestlé prodotto in Olanda che, si fatica a dirlo, è indispensabile.

Invece dalla Cina arriva di tutto, addirittura gli abiti tradizionali, i “pagne”.

A Bukavu l’unico impianto produttivo è quello della birra Primus: la società appartiene alla Bralima, che ha sua volta è della Heineken. Tra impiegati e indotto, dà lavoro a 5mila persone. In città la guerra ha creato un forte divario tra la moltitudine di poverissimi e la classe (prima inesistente) dei ricchi che hanno guadagnato durante il conflitto col commercio di materie prime. Da un lato spuntano di continuo case di lusso, mentre i poveri vivono di espedienti. Tra loro i moltissimi sfollati che la guerra ha allontanato dalla campagna, arrivati in città alla ricerca di sicurezza e lavoro. In 10 anni Bukavu ha raddoppiato la popolazione, che oggi è di almeno 750mila abitanti. 300 mila vivono nella bidonville di Kadutu, sulle colline dietro la città. I bambini di strada sono quadruplicati negli ultimi 5 anni: oggi sono almeno 20mila. Perfino gli insegnanti vedono raramente lo stipendio che lo Stato dovrebbe dare loro, e per questo chi vuole mandare il proprio figlio a scuola deve pagare, anche se la Costituzione prevede che l’insegnamento primario sia obbligatorio e gratuito. Tradotto vuol dire che meno della metà dei bambini fra i 6 e gli 11 anni va a scuola, e solo un quarto di chi la frequenta conclude gli studi primari. Tra la classe dei ricchi e la maggioranza di poverissimi tuttavia si sta lentamente espandendo una sorta di ceto medio: si tratta di piccoli commercianti, o di impiegati che lavorano per gli organismi umanitari o per la Monuc, la missione Onu in Congo (vedi box).



Le elezioni non cambieranno questo Paese da un giorno all’altro. L’opinione comune è che le vere, prime elezioni saranno le prossime, fra cinque anni. Gli eletti -specie quelli delle assemblee provinciali- hanno vinto grazie al denaro speso nella campagna elettorale, comprando simpatie e voti. Ancora oggi i posti di potere sono occupati in funzione di affari privati. “Non esiste ancora una coscienza politica” ci dice Franco Bordignon, missionario saveriano in Congo dal 1972. “I congolesi dovranno capire che a loro appartiene il potere di eleggere chi li governa, e quindi anche quello di destituire chi non lavora per il benessere di tutti. Forse c’è bisogno di una intera generazione. Un popolo stremato da 10 anni di guerra, affamato, non pagato, non ha grandi pretese in testa: vuole la pace”. Franco non ha lasciato il Congo nemmeno durante la guerra. Il valore del suo lavoro e di quello dei suoi collaboratori colpisce chiunque vi si imbatta. Se volete contattarlo scrivetegli: papabravo@sat.signis.net oppure papafox1941@yahoo.fr



Il segreto del coltan

La maledizione del Congo sono le sue immense ricchezze minerarie. È stato per accaparrarsene il controllo che si sono combattute le due guerre che tra il 1996 e il 2003 hanno causato quasi 4 milioni di morti. È per controllare le miniere di oro, coltan, cassiterite, diamanti, rame, che 8 eserciti di altrettante nazioni sono entrati nel Paese, e tuttora gruppi armati fuori controllo terrorizzano la popolazione. Sul drammatico intreccio tra multinazionali e guerra il gruppo di esperti Onu guidati dall’egiziano Mahmoud Kassem ha negli anni redatto una serie di rapporti (vedi anche Ae 16 e 29). L’ultimo è il documento 1027 datato 2003: il gruppo non si limita a denunciare il sistematico saccheggio delle risorse congolesi ma fa anche i nomi di tutte le multinazionali coinvolte e indica le responsabilità dei governi esteri (www.un.org). Ufficialmente le esportazioni della Repubblica Democratica del Congo si dividono tra diamanti (46%, 870 milioni di dollari in valore), greggio (20%), cobalto (14%), rame (3%). La realtà è ben diversa. Solo il 5% delle ricchezze minerarie estratte in Congo si traduce in ricchezza per il Paese. Il resto finisce all’estero per vie illegali attraverso le frontiere con Rwanda e Uganda soprattutto. Con gli accordi di pace è diminuito il ricorso alla violenza ma non il saccheggio. In alcune province, come l’Ituri, gruppi armati indipendenti controllano ancora le miniere con la forza. Un esempio è la miniera di Mongwalu, il cui oro finisce per lo più in Uganda. La relativa sicurezza ha permesso un aumento dello sfruttamento, ancora saldamente condotto da imprese estere. Il governo da parte sua ha concesso importanti esenzioni fiscali (per periodi che vanno dai 15 ai 30 anni) a numerose società miste, la maggior parte delle quali non ha pagato che 400 mila dollari di imposte.

Sempre d’oro è la miniera di Kamituga, a 180 chilometri dalla città di Bukavu, Sud Kivu, un tempo controllata dai francesi della Someki e ora tornata ufficialmente in mano ad africani. Tuttavia anche qui sembrano arrivare le mire cinesi, tanto che la strada che porta dalla città alla miniera verrà interamente realizzata da imprese private arrivate dalla Cina.

A partire dal 1999 il Paese si è lanciato sull’estrazione di coltan, il minerale utilizzato per la fabbricazioni di cellulari, di cui possiede almeno la metà delle riserve mondiali. Sul tema sono stati pubblicati numerosi rapporti, i più recenti dei quali curati dalla ong inglese Global Witness (www.globalwitness.org).



Il Paese della guerra mondiale d’Africa

Con 2,3 milioni di chilometri quadrati, la Repubblica Democratica del Congo è, dopo il Sudan, il più vasto Stato dell’Africa nera e detiene quasi la metà delle foreste dell’intero continente. È tutt’altro che sovrappopolato: la popolazione ufficiale è di 56 milioni di abitanti (anche se probabilmente sono almeno 60 milioni).

Dopo le due guerre del 1996 (invasione dei tutsi rwandesi che occupano l’Est del Paese, allora chiamato ancora Zaire) e del 1998 (la “Guerra mondiale d’Africa” terminata nel 2003 con oltre 3,5 milioni di morti) l’aspettativa di vita media è di 43 anni, più bassa rispetto al 1990, e la mortalità infantile colpisce 120 bambini ogni mille neonati. Ancora oggi muoiono 1.200 persone al giorno come diretta conseguenza dei danni provocati dalle guerre: malnutrizione, malattie, armi. La metà sono bambini.



Le elezioni? Sono un lungo viaggio

Nel 2006 la Repubblica Democratica del Congo indice per la prima volta dall’indipendenza (1960) elezioni libere. Si vota per la presidenza della Repubblica, le due Camere parlamentari e le assemblee provinciali (equivalenti alle nostre regioni). Il primo turno elettorale (deputati e presidenziali) si tiene il 30 luglio, il secondo (ballottaggio per le presidenziali e assemblee provinciali, che poi nomineranno i senatori) il 29 ottobre. Le istituzioni democratiche sono stabilite dalla Costituzione (che prevede una repubblica presidenziale e semi federale) approvata dalla popolazione nel referendum del dicembre 2005. Il processo elettorale è stato interamente condotto dalla Commissione elettorale indipendente (Cei, www.cei-rdc.cd) guidata dal sacerdote Apollinaire Malumalu, già rettore dell’università di Butembo. I risultati delle presidenziali, con la vittoria di Joseph Kabila, sono considerati provvisori fino a quando la Corte suprema non li validerà, a metà dicembre.



Nazioni unite, peacekeeping costoso ma utile

La missione Onu nella Repubblica Democratica del Congo è stata creata il 30 novembre 1999 con la risoluzione 1291 del Consiglio di sicurezza. È la più importante e imponente fra le 18 missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite operanti oggi. È anche la più costosa: il suo budget annuale supera abbondantemente il miliardo di dollari.

Il suo mandato è diviso in quattro fasi: applicazione degli accordi di cessate il fuoco, vigilanza sulla loro violazione, processo (tuttora in corso) di disarmo, smobilitazione dei militari, rimpatrio e reinserimento, facilitazione della transizione democratica attraverso le elezioni. La missione Monuc opera sotto il capitolo 7 dello Statuto Onu che prevede l’intervento armato: sono 16.800 i militari impiegati (da 19 Paesi, il contingente maggiore è indiano) ai quali vanno aggiunti 2.600 ufficiali civili. www.monuc.org



Armi, nessuno si chiama fuori

Nell’ultimo decennio il Consiglio di sicurezza Onu ha imposto 13 embarghi contro la vendita di armi nella RD Congo: tutti, compreso l’ultimo del 2003, sono stati sistematicamente violati. Storicamente il primato nella fornitura di armi (soprattutto “leggere”) spetta a Francia, Italia e Regno Unito; oggi gli armamenti continuano ad arrivare in gran parte dall’Europa orientale. A settembre la campagna ControlArms ha presentato un rapporto in cui denuncia il ritrovamento in Congo di proiettili provenienti da Grecia, Cina, Russia e Usa. Secondo i dati Monuc, le mine antiuomo sono di fabbricazione egiziana (su licenza italiana), quelle anticarro yugoslave come le bombe da mortaio e i razzi. Le bombe a mano invece sono di fabbricazione cinese e belga. L’embargo viene aggirato facendo passare armi dall’Est del Paese, attraverso Rwanda e Uganda.



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