Ambiente

“Coltivando cave” a Lecco

Qui Lecco Libera ha prodotto un bel documentario, dando voce alle amministrazioni comunali che stanno discutendo il nuovo Piano provinciale delle attività estrattive, per evidenziare i limiti e i conflitti d’interesse di un dibattito viziato dalla presenza sul territorio di grandi stabilimenti che producono calce e cemento

L’attività estrattiva nel nostro Paese è un ossimoro. Perché la trasformazione permanente del paesaggio, il cui fine è ricavare materia prima per l’industria del cemento o per le attività edilizie, viene accostata all’agricoltura. Le cave, nel linguaggio tecnico, vengono infatti coltivate. E “Coltivando cave” è il titolo, che coglie appieno questo ossimoro, del bel documentario realizzato da Qui Lecco Libera per accompagnare l’iter amministrativo del nuovo Piano provinciale delle attività estrattive in discussione, dall’autunno scorso, nel lecchese. Alla “prima”, lo scorso 24 febbraio, durante una presentazione del libro Le conseguenze del cemento, hanno assistito oltre un centinaio di persone. 
Armati di videocamera, delle bozza del Piano e di un set di domande, gli attivisti di Qui Lecco Libera hanno intervistato amministratori locali e provinciali per cercare di capire -da ognuno di loro- il parere in merito alle “cubature” prospettate per un ventina di Comuni della Provincia di Lecco.
Per ogni “caso” hanno fatto parlare i numeri, mostrando le “schede” contenute nella bozza di Piano, e alle interviste fanno da contrappunto anche le immagini delle aree di cava già attive. Foto che aiutano a capire che, ad esempio, dietro l’idea di ripristino ambientale e di rinaturalizzazione di una ex cave spesso si nasconde una fregatura.
Tra le tante interviste, colpiscono quelle a due membri della giunta provinciale lecchese, Fabio Dadati e Antonio Rossi. Il primo ha la delega allo Sviluppo economico e al Turismo, il secondo (che è l’ex campione olimpionico di canoa) allo Sport, ed entrambi dichiarano rapporti di lavoro con Unicalce, leader italiano nella produzione di calce, cha ha uno stabilimento sul territorio lecchese.
La cava più “eclatante”, però, è senz’altro quella del monte Cornizzolo, proposta dai cementieri della Holcim, in un’area interessata dalla presenza di un antico complesso romanico (“per il quale è stato avviato il procedimento per il riconoscimento da parte dell’Unesco”, come si legge nella delibera con cui la Comunità montana Lario Orientale ha espresso parere negativo sull’ambito estrattivo), di un Parco locale d’interesse sovracomunale, di un sito d’interesse comunitario (Sic) e di una zona di protezione speciale (Zps) riconosciute da parte dell’Unione europea. 
Contro l’apertura della cave è attivo un comitato Cornizzolo No Cava, che per il prossimo 22 aprile ha organizzato una manifestazione chiamata “Cornizzolo day, per dire no alla cava sul monte Cornizzolo”.  
La scheda messa a disposizione dai tecnici della Provincia è chiara rispetto alle richieste dell’impresa: “La ditta Holcim (Italia) spa è titolare di un cementificio situato in Comune di Merone (Co), che si fornisce di marna da cemento dalle miniere di Brenno, Rio Gambaione e Lisso, mentre si fornisce di calcare dalla sola Cava Valle Oscura. Considerato che le riserve esistenti nella cava Valle Oscura soddisfano circa il 20% del fabbisogno calcareo sino al 2016, la ditta propone l’inserimento di un nuovo ambito estrattivo per lo sfruttamento della risorsa 7.1 posta in Comune di Civate. La proposta prevede l’estrazione di 20.000.000 di
tonnellate nel ventennio, pari a circa 8.000.000 mc di calcare in un giacimento da individuare nella risorsa 7.1 "Civate”. 
La “risorsa 7.1 ‘Civate’”, però, per bocca del suo sindaco dimostra che non ci sta.
Anche perché il territorio lecchese ha già dato, e come riconosce anche il dossier di Fai e Wwf “Terra rubata. Viaggio nell’Italia che scompare” nel paragrafo dedicato alle attività estrattive “le cave di calcare per cementifici e analoghe sono le più pregiudizievoli per il paesaggio, poiché sorgono sui fianchi di colli e montagne, e si sviluppano con grande rapidità, stante l’incessante richiesta di questo materiale, di cui in  Italia c’è una notevole domanda.
Per la loro posizione risultano visibili a chilometri di distanza, assumendo il tipico aspetto di enormi cicatrici color bianco abbagliante”.  

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