Esteri / Attualità

Le “cluster bombs” continuano a uccidere

Sebbene siano state messe al bando, le bombe a grappolo vengono ancora utilizzate in Siria e in Yemen. Ma anche in Paesi dove non si combatte più da anni, decine di persone perdono la vita o la salute a causa di questi piccoli ordigni rimasti inesplosi

© Landmine report
© Landmine report

Sono state messe al bando a partire dal 2010, eppure le bombe a grappolo (o cluster bombs) continuano a uccidere. Sono almeno 971 le persone ferite o uccise nel 2016 a seguito di un bombardamento effettuato con questi piccoli ordigni. A questi vanno aggiunte altre 114 persone, vittime dell’esplosione di vecchi ordigni rimasti inesplosi per anni. Laddove è stato possibile identificare le vittime, nel 98% dei casi erano civili innocenti, quattro su dieci erano bambini.

Sono alcuni dati contenuti nel “Cluster munition monitor 2017”, il report annuale curato dall’International campaign to ban landmines e dal Cluster munition Coalition (due realtà impegnate nello sminamento dei teatri di guerra, ndr) che traccia uno scenario preoccupante. “Nel 2016 le vittime delle bombe a grappolo sono raddoppiate”, denuncia Jeff Abramson, coordinatore del rapporto di ricerca: dalle 417 censite nel 2015 si è passati a 971 nel 2016.

Sebbene l’uso di queste ami sia vietato da convenzioni internazionali, ci sono ancora Paesi che ne fanno uso. Come la Siria di Bashar al-Assad dove le bombe a grappolo hanno ferito o ucciso 837 persone. In base ai dati del “Cluster munition monitor” il governo siriano avrebbe condotto almeno 238 attacchi con cluster bombs su aree controllate dai ribelli tra l’agosto 2016 e il luglio 2017. Anche la coalizione a guida saudita impegnata nei bombardamenti sullo Yemen ha fatto uso massiccio di questi armamenti e, in base ai pochi dati a disposizione, sarebbero 38 le vittime censite nel 2016, in calo rispetto alle 104 dell’anno precedente.

Paesi ancora pesantemente contaminati da cluster bomb © Landmine Monitor
Paesi ancora pesantemente contaminati da cluster bomb © Landmine Monitor

Ci sono poi le vittime delle bombe inesplose. Le bombe a grappolo, infatti, sono ordigni che al loro interno contengono un certo numero di submunizioni (bomblets) che all’attivazione dell’ordigno principale (cluster) vengono disperse su un’estensione di terreno molto ampia. Molte di queste piccole bombe non esplodono al contatto con il terreno, ma restano “in attesa” per anni. Almeno cento, secondo le stime del report, le persone che sono state ferite o uccise dopo aver calpestato o raccolto uno di questi ordigni.

Le bombe a grappolo sono state usate in tutto il mondo, in buona parte dei conflitti che hanno segnato la storia del Novecento e i primi anni del XXI secolo: dall’Afghanistan (i tristemente celebri “pappagalli verdi”) alla Bosnia, dalla Cambogia, alla Libia, dal Nagorno Karabakh al Vietnam passando per Siria, Ucraina e Yemen. Sono 26 i Paesi ancora contaminati da questi piccoli ordigni, di cui 12 sono firmatari della Convenzione Onu. Nel 2016 sono state 114 le vittime delle bombe inesplose. Quasi la metà sono cittadini del Laos (51 persone, di cui 34 bambini) che ancora pagano con la vita o con gravi menomazioni il costo di guerre combattute tra gli anni Sessanta e Settanta.

© riproduzione riservata 

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia