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Clima, ultimo appello

A Parigi va in scena dal 30 novembre all’11 dicembre COP21: è un appuntamento storico per fermare i cambiamenti climatici. Tutti i Paesi hanno presentato obiettivi di riduzione delle emissioni, anche se non bastano a contenere entro i 2° C l’aumento delle temperature medie globali. In una infografica tutti i numeri dell’emergenza

Tratto da Altreconomia 176 — Novembre 2015

Parigi non è Cannes, ma sul “tappeto rosso” della prossima conferenza Onu sul clima, in programma nella capitale francese dal 30 novembre, Leonardo Di Caprio non sfigurerebbe. A fine settembre l’attore ha comunicato la propria adesione al movimento DivestInvest (www.divestinvest.org), che riunisce almeno 2mila persone e 400 istituzioni che hanno scelto di ritirare i propri capitali da società che operano sui mercati dell’energia fossile. Questi “disinvestimenti” valgono complessivamente 2.600 miliardi di dollari.
Ad accompagnare Di Caprio sul red carpet potrebbe essere Ségolène Royal: la ministra dell’Ambiente francese ha annunciato -sempre a fine settembre- incentivi fiscali per premiare coloro che sceglieranno di recarsi al lavoro in bicicletta. L’indennità è pari a 25 centesimi per ogni chilometro percorso.
Nei 28 Paesi dell’Unione europea, i settori dell’energia e dei trasporti valgono quasi i quattro quinti delle emissioni complessive di gas climalteranti: le scelte di Di Caprio e della Royal, cioè, potrebbero offrire un utile spunto di riflessione ai tecnici e ai negoziatori che a Parigi parteciperanno alla riunione conosciuto come COP21, cioè al ventunesimo vertice dei 196 Paesi firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), al termine del quale -l’11 dicembre- è attesa la firma di un accordo globale sul clima.    
L’obiettivo ultimo è quello definito, da oltre vent’anni, all’articolo 2 della Convenzione stessa: “Stabilizzare le concentrazioni di gas ad effetto serra nell’atmosfera a un livello tale da evitare qualsiasi interferenza pericolosa delle attività umane sul sistema climatico”.

Parigi è una evoluzione di Kyoto, ovvero del Protocollo per il contenimento delle emissioni in vigore da dieci anni, che prende il nome della città giapponese dove fu siglato. La concentrazione media in atmosfera della CO2, il principale tra i gas “climalteranti”, è però aumentata tra il 2005 e il 2014 a un tasso superiore rispetto a quanto successo nel periodo tra il 1990 e il 2005, e nel corso del 2015 ha “superato” la soglia di 400 parti per milione (ppm): ciò significa che ci stiamo avvicinando al limite (450 ppm) oltre il quale non sarà più possibile nemmeno immaginare di contenere entro i 2 gradi centigradi l’aumento medio delle temperature; e che Kyoto ha fallito. Del resto, il Protocollo in vigore “vincola” -fino al 2020- appena il 15 per cento delle emissioni, dato che Paesi come India, Cina, Stati Uniti o Australia non ne seguono i dettami.

Parigi per questo rappresenta una svolta: il nuovo accordo viene costruito a partire dai “singoli Paesi, che si assumono la responsabilità di dichiarare gli impegni a cui comunque intendono far fronte (pledges), per poi discutere perché questi impegni siano ritenuti equi, e in linea con l’obiettivo globale (review)” spiega Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano e animatore del sito climalteranti.it. Ogni Stato presenta le proprie offerte (pledges, appunto), che vengono definite “Intended Nationally Determined Contribution” (INDC), ossia -aggiunge Caserini- “contributi stabiliti a livello nazionale: prima dell’inizio di COP21 sono arrivare 152 dichiarazioni di INDC, relative a 179 Paesi (l’Unione europea ha inviato un unico INDC per i 28 Stati membri), che rappresentano circa il 95% della popolazione e delle emissioni mondiali. Nel complesso -aggiunge il docente del Politecnico-, questi impegni sono ancora largamente insufficienti a raggiungere l’obiettivo che il negoziato si è dato, di contenere l’aumento delle temperature globali a meno di 2°C. La sola attuazione degli impegni degli INDC porterebbe a un aumento delle temperature di circa 3,5°C”. Non bastano, insomma, anche se è importante notare come per la prima volta “tutti i Paesi remano nella stessa direzione, e hanno presentato degli obiettivi di riduzione” spiega Federico Brocchieri, giovanissimo (ha 23 anni) coordinatore dei progetti di Italian Climate Network, che ha seguito le ultime tre COP e tutte le riunioni preparatorie della Conferenza di Parigi. Secondo Brocchieri, uno degli elementi fondamentali del prossimo accordo sarà “capire se gli obiettivi in termine di riduzione delle emissioni saranno legalmente vincolanti: l’accordo in sé sarà un trattato internazionale, ma non è certo che venga previsto un meccanismo sanzionatorio. È uno degli obiettivi che dobbiamo raggiungere”.

Un altro elemento che potrebbe rendere più efficace Parigi è la possibilità di “revisionare” gli obiettivi che i singoli Paesi si sono dati, dopo cinque anni su un orizzonte di dieci, “per deciderne di più stringenti” sottolinea Brocchieri. Per provare a fare di più, i negoziatori potrebbero prestare ascolto a quanto illustrato da scienziati, ong, ambientalisti. Uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista Nature, ad esempio, ha mostrato che per contenere il riscaldamento globale devono rimanere sottoterra l’80% delle riserve di carbone conosciute ed estraibili, metà del gas e un terzo del petrolio che saremmo in grado di estrarre. Servono, quindi, i disinvestimenti, come quello di Leonardo Di Caprio. Prima di Parigi l’organizzazione contadina Via Campesina ha ricordato, invece, l’esigenza di indirizzi volti a rafforzare l’agricoltura contadina, perché l’intero settore -compreso l’allevamento- è il terzo “Paese” per emissioni al mondo, dopo la Cina e gli Stati Uniti, con 5,3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente nel 2011. Transport&Environment, il think tank belga che ha contribuito a smascherare il “dieselgate” di Volkswagen, ha invece ricordato l’importanza di includere anche i settori dell’aviazione civile e delle flotte navali tra quelli a cui chiedere una riduzione delle proprie emissioni. Il primo oggi “cresce” del 2-3% all’anno, mentre il secondo potrebbe vedere aumentare le emissioni complessive tra il 50% e il 250% entro il 2050, arrivando a rappresentare -a quel punto- tra il 6 e il 14% di quelle totali globali.

A Parigi verrà affrontato anche il tema delle risposte “di mercato” ai cambiamenti climatici, quegli interventi che nel protocollo di Kyoto sono indicati con i nomi di Clean Development Mechanism (CDM) e Joint Implementation (JI), e che in Europa hanno dato vita all’Emission Trading Scheme (ETS), un vero e proprio mercato di “crediti di emissione” che nel primo decennio del XXI secolo ha rischiato di trasformarsi in una gigantesca “bolla”. Molti Paesi in via di sviluppo ne hanno chiesto la cancellazione, ma solo uno tra i capi di Stato di una potenza globale ha esplicitamente condannato il “mercato dei crediti”. Si chiama Francesco, e guida la Città del Vaticano. Nell’enciclica “Laudato sì” ha scritto che “la strategia di compravendita di ‘crediti di emissione’ può dar luogo a una nuova forma di speculazione e non servirebbe a ridurre l’emissione globale di gas inquinanti. Questo sistema sembra essere una soluzione rapida e facile, con l’apparenza di un certo impegno per l’ambiente, che però non implica affatto un cambiamento radicale all’altezza delle circostanze. Anzi, può diventare un espediente che consente di sostenere il super-consumo di alcuni Paesi e settori”. Non serve aggiungere altro. —

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(Articolo pubblicato sul numero 176 di Altreconomia; aggiornato il 27 novembre 2015, alle ore 17:35)

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