Ambiente

Clima: nessun obiettivo raggiunto per i prossimo dieci anni

Bonn, ovvero la degenerazione climatica

Bonn, 11 giugno 2010

Oggi a Bonn si chiudono due settimane di negoziato sul clima, il primo appuntamento importante dopo la debacle di Copenaghen. Da dicembre a oggi i governi dei Paesi più poveri sono stati oggetto di pressioni incrociate volte ad ottenere il loro via libera sull’Accordo di Copenaghen, precucinato in segretezza da poche potenze alla fine del vertice danese. In molti hanno firmato, quasi senza leggere il testo e senza analizzarne le implicazioni esposte in un posizionamento della società civile internazionale uscito a febbraio: un aumento della temperatura globale di almeno 4C, che potrebbero diventare fino a 8 nelle regioni più vulnerabili, come l’Africa Sub-Sahariana.
Ai governi del Sud è stato chiarito da subito che per poter accedere alle limitate risorse messe sul tavolo dai proponenti dell’Accordo, e  pronte per l’esborso già a partire dal 2010, bisognava accettarne i contenuti. Tuvalu è stato tra i primi governi a denunciare come l’Accordo venisse usato come strumento politico dagli esecutivi Annex 1 – ossia i paesi industrializzati. Altre testimonianze parlano di intense discussioni tra governi come il Regno Unito e la Francia e diversi Paesi africani, minacciati di tagli drastici negli aiuti allo sviluppo bilaterali qualora non si fossero associati all’Accordo.

La situazione è degenerata per mesi, fino a Bonn, dove hanno avuto luogo le prove generali della strategia disegnata dagli Stati Uniti, e sottoscritta poi dall’Unione Europea, che rischia di far deragliare il mondo verso uno scenario da apocalisse. Il disegno prevede, in primo luogo, di liberarsi del Protocollo di Kyoto, che gli Stati Uniti non hanno ratificato e non hanno nessuna intenzione di farlo. La strategia passerebbe tramite diversi incontri ristretti da tenersi tra luglio e novembre. Tappa obbligata il G20 di Corea, dove si discuterà anche di materia climatica, in una dinamica di esclusione e decisionismo già rivelatasi incapace di portare a soluzioni reali.

Liberarsi di Kyoto aiuterebbe gli USA ad accantonare finalmente lo scomodo dibattito sugli obiettivi aggregati, su cui l’amministrazione Obama non ha mai voluto scendere in campo, a favore di un più libertario riferimento a obiettivi volontari. Da qui la spinta sempre degli Stati Uniti a incorporare la discussione del gruppo di lavoro sul Protocollo di Kyoto a quella del gruppo sul lungo termine. Così senza una seconda fase di implementazione per il Protocollo, non ci sarebbero più obiettivi vincolanti a cui gli Stati Uniti dovrebbero adeguarsi, e questo renderebbe più semplice per il Congresso accettare che il governo USA si comprometta in un’intesa globale sul clima.
Un diktat vero e proprio, che lascia i Paesi poveri senza scelta: con gli USA a bordo, ma a queste condizioni, si rischia la catastrofe umanitaria e ambientale. E questa volta non si tratta di salvare qualche specie protetta minacciata dalla distruzione delle foreste. Si tratta di milioni di vite umane in pericolo, e di interi continenti e ambienti ricchi di biodiversità che diventerebbero terra arida, senza più vita.

Così mentre gli USA trascinano la comunità internazionale in una spirale negativa, gli Europei, rimasti con il cerino in mano a Copenaghen mentre nell’altra stanza USA e Cina facevano la quadratura del cerchio, stanno ora cercando timidamente di riscoprire una ragione per esistere. Dopo avere obbedito alle indicazioni USA negli ultimi mesi, girando il Pianeta in cerca adepti per quell’Accordo che alla fine è stato concluso senza di loro, a Bonn hanno alzato la testa facendo presente che loro al contrario di altri hanno mantenuto gli impegni presi, e stanno già sborsando i finanziamenti veloci promessi a dicembre. Un po’ poco, considerato anche che in buona parte non si tratta di risorse “fresche” e addizionali, ma del servizio a impegni già presi che ora vengono riciclati come contributo ai 30 miliardi di dollari promessi a Copenaghen. Oltre a questo, sono soldi che gli Stati membri sborseranno per lo più attraverso canali bilaterali, o attraverso iniziative gestite dalla Banca Mondiale o da altre banche regionali di sviluppo, e non attraverso i Fondi multilaterali già istituiti all’interno dell’UNFCCC. Ultimo inganno degli Europei, che continuano a vendersi come i più ambiziosi di tutti, gli obiettivi di emissione: l’UE ha infatti dichiarato che tra il 22 e il 30% delle riduzioni interne avverrà attraverso progetti realizzati fuori dall’UE, traendo massimo vantaggio dai meccanismi flessibili previsti dal Protocollo di Kyoto. Famigerati strumenti finanziari che creano permessi di emissione di dubbia valenza e spesso con la realizzazione di progetti devastanti a livello socio-ambientale – ad esempio le grandi dighe in Africa. Si parla quindi di riduzioni reali dell’8%, troppo poco per chi come l’Europa porta sulle proprie spalle l’imbarazzo di quattro secoli di sfruttamento delle risorse dei Paesi del Sud del mondo, e la promozione di un modello economico, di produzione e di commercio a livello globale senza valutarne prima la sostenibilità per i più poveri.

Non saranno la finanza creativa o false soluzioni di mercato a salvare il pianeta dalla catastrofe ambientale e climatica. Serve invece che i governi sviluppati si mettano alla pari degli altri e accettino di negoziare senza ricatti e senza processi paralleli, secondo le regole di un autentico multilateralismo. La “coalizione dei volenterosi” non c’è e forse non c’è mai stata. Ci sono però governi responsabili per la crisi economica, finanziaria e climatica che sta mettendo il mondo in ginocchio. Una crisi che è senza dubbio sistemica, e che può essere affrontata solo a livello multilaterale. É tempo che l’UE rispolveri i principi cardine della democrazia, della solidarietà e del multilateralismo, alla base della sua creazione diversi decenni fa, e si metta in gioco per fermare la deriva di questo negoziato, da cui mai come in altri casi dipende la sopravvivenza del pianeta.

Elena Gerebizza, www.climaefinanza.it

9 giugno 2010. Clima di stallo a Bonn, dove sono riuniti oramai da dieci giorni i negoziatori dei governi parte della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima e di quelli firmatari del Protocollo di Kyoto. 
L’Unione Europea continua ad auto-incensarsi e a dare i numeri sulla propria parte dei “famosi” 30 miliardi di euro promessi nel dicembre scorso a Copenaghen. Famosi perché nei corridoi di Bonn, e non solo lì, è cosa risaputa che non si tratta di risorse “fresche”, ovvero nuove e addizionali, come richiesto dai governi del Sud del mondo e come previsto dagli impegni finora negoziati, ma piuttosto di risorse che l’Europa e gli Stati membri avevano già destinato a diverso titolo ai Paesi del Sud, e che ora verranno contabilizzate come parte della famigerata Fast Start finance, rivenduta da Stati Uniti e Ue come uno dei “successi” di Copenaghen.
Secondo quanto comunicato dal governo spagnolo, presidente di turno dell’Ue, i 2,4 miliardi di euro all’anno promessi fino al 2010 verranno infatti trasferiti per lo più attraverso diverse iniziative bilaterali e multilaterali, gestite dalla Banca mondiale o da altre banche di sviluppo regionali. Tra queste la contestata iniziativa per i crediti di carbonio sulle foreste (Forest Carbon Partnership Facility), attraverso cui la Banca mondiale sta spingendo soluzioni di mercato nella discussione sulla riduzione delle emissioni delle foreste (conosciuto per l’acronomico Redd).
Trasferimenti che quindi potrebbero essere contabilizzati due volte, sia come finanziamenti per il clima che come contributo alla lotta alla povertà. Oltre a questo, è intenzione dell’Ue concedere almeno un terzo dei finanziamenti nella forma di prestiti, che quindi andranno a contribuire ad aggravare la situazione economico-finanziaria di Paesi già fortemente sotto pressione per la crisi finanziaria attuale.
Ed il problema si aggrava se guardiamo alla nuova spinta data, sempre dall’Ue, e dagli altri governi sviluppati per includere meccanismi di mercato anche nell’accordo di lungo periodo che le Parti stanno negoziando. Meccanismi che, come nel caso del Clean Development Mechanism, rappresentano “false soluzioni” che fino ad oggi non hanno contribuito a ridurre le emissioni globali. Ma che al contrario sono già oggetto di speculazione sui mercati finanziari, con il proliferare di futures e derivati sul prezzo dei certificati di riduzione delle emissioni, che potrebbero generare a breve un’altra bolla speculativa come quella del mercato dei mutui americano e trascinare il mondo nella prossima crisi finanziaria. Il fatto che, come sottolineato dal governo della Bolivia, si stia discutendo del ruolo dei mercati nell’accordo di lungo termine prima che le parti abbiano deciso di voler includere dei meccanismi di mercato nello stesso, e prima di aver valutato a pieno vantaggi e svantaggi di una simile decisione, è un segnale chiaro del tipo di accordo che i governi dei Paesi sviluppati voglio raggiungere nell’autunno 2010 a Cancun, in Messico. Un accordo che invece di risolvere la crisi climatica potrebbe trasferire responsabilità e costi sulle spalle dei più poveri.

di Elena Gerebizza, Crbm/Mani Tese

Dopo il fallimento di Copenhagen a Bonn si profila il peggior disastro ambientale che la storia ricordi. Come per Copenhagen, anche nei negoziati Onu sul cambiamento climatico l’aria che si respira è di un nuovo nulla di fatto. Ad oggi nessun avanzamento significativo in una tappa intermedia che avrebbe dovuto mettere sul piatto i primi ingredienti per la ricetta di taglio delle emissioni di gas serra e di finanziamento per un modello di sviluppo più sostenibile, che si dovrà cucinare alla prossima Conferenza delle Parti che si terrà a Cancun nel dicembre 2010.

In una dichiarazione rilasciata alle agenzie, il responsabile clima Onu Yvo De Boer, dimissionario e a breve sostituito da Christiana Figueres non dà spazio a speranze "non vedo un processo che possa portare ad adeguati obiettivi di mitigazione per i prossimi dieci anni", dove come "mitigazione" si intendono gli obiettivi di taglio delle emissioni di gas climalteranti, che per i paesi industrializzati sono stati identificati in un taglio fino al 40% entro il 2020 sui livelli del 1990, e che potrebbero essere un passo sostanziale per dare concretezza a negoziati fino ad oggi ben poco efficaci.
"La dichiarazione di De Boer dimostra quello che a Copenhagen stavamo denunciando", dice Monica Di Sisto, rappresentante dell’organizzazione equosolidale Fair che all’interno del network internazionale Climate Justice Now! segue i negoziati a Bonn. "Non esiste attualmente una leadership politica degna di questo nome. Il non-accordo di Copenhagen è stato uno strappo alle regole democratiche, e la stanchezza e l’inadeguatezza con cui si svolgono questi negoziati rischiano di tarpare le ali ad ogni accordo concreto e legalmente vincolante per contrastare il cambiamento climatico".

Recenti studi commissionati dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) e dal Programma Ambiente delle Nazioni Unite (Unep) dimostrano che se il tasso di emissioni non dovesse diminuire, l’aumento della temperatura media porterebbe entro il 2020 una diminuzione di oltre il 50% della resa delle coltivazioni agricole in Africa subsahariana con impatti devastanti sulla povertà e la fame.
Per questo motivo i movimenti sociali e le organizzazioni di base hanno lanciato una giornata di mobilitazione diffusa per il prossimo 12 ottobre, Giornata di azione per i diritti della Madre Terra, dove centinaia di organizzazioni in tutto il mondo si mobiliteranno in vista della Conferenza delle Parti di Cancun. Tra le iniziative in preparazione dell’evento e tra le prime come restituzione da Bonn, il prossimo 11 giugno alle ore 17.00 a Genova in Regione Liguria “Cambiamo il commercio per non cambiare il clima” che vedrà come relatori, tra gli altri, l’Ambasciatore della Bolivia in Italia Elmer Catalina, l’Assessore all’ambiente Renata Briano  della Regione Liguria, Monica Di Sisto vicepresidente di Fair, il coordinatore nazionale di Legambiente Maurizio Gubbiotti, Raffaella Bolini dell’Arci.

di Alberto Zoratti,
Fair

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