Ambiente / Attualità

Cambiamenti climatici, le responsabilità delle agenzie di credito

Fra il 2013 e il 2015 gli enti governativi a sostegno dell’export hanno finanziato il settore dei combustibili fossili con 96 miliardi di euro. La denuncia contenuta nel rapporto “Financing climate disaster”

Dal 2013 al 2015 le agenzie di credito all’export dei paesi del G20 hanno finanziato il comparto dei combustibili fossili con una cifra da capogiro: ben 96 miliardi di euro. Lo rivela il nuovo rapporto “Financing climate disaster: how export credit agencies are a boon for oil and gas” redatto, tra gli altri, da “Friends of the earth US“, “Oil Change” e l’italiana Re:Common.

L’italiana Sace (Servizi assicurativi del commercio estero) è tra le più munifiche agenzie di finanziamento al comparto fossile, con un sostegno annuale al settore pari a 1,6 miliardi di euro. La “maglia nera” spetta però alla giapponese JBIC, con una media annuale di 9,8 miliardi di euro. Anche l’EXIM Bank statunitense non si tira certo indietro: con circa 5 miliardi è terza nella speciale classifica dei maggiori inquinatori, dietro la già citata omologa giapponese e la coreana KEXIM (poco meno di 6 miliardi). Dei 96 miliardi erogati annualmente, circa un quarto è stato destinato a nuove prospezioni petrolifere e di gas, mentre il sostegno alle fonti rinnovabili è stato 11 volte inferiore a quello assicurato ai combustibili fossili.

Le agenzie di credito all’export sono enti governativi che svolgono un’attività di intermediazione tra gli esecutivi nazionali e gli esportatori. Svolgono quindi un ruolo di primaria importanza in ambito internazionale, sebbene del loro operato si parli sempre troppo poco. Qualora le aziende garantite incontrino dei problemi nei Paesi in cui operano, vengono sostenute economicamente proprio dalle agenzie di credito all’export, che a loro volta si rifanno sui governi interessati.

L’unica apparente buona notizia contenuta nel report “Financing climate disaster” è il non elevatissimo sostegno al carbone, circa 4 miliardi di euro l’anno. Alcune agenzie, in particolare quelle di Canada e Regno Unito, si tengono lontane dal business della polvere nera. Tuttavia, considerando che si tratta del combustibile fossile più inquinante in assoluto, anche una cifra relativamente modesta ha un grande impatto.

Nelle conclusioni del rapporto, le tre organizzazioni di avanzano alcune richieste ben precise alle agenzie di credito all’export. A partire dal rendere noti nella maniera più trasparente possibile i dati sulle varie transazioni sui progetti energetici, fino a uno stop al finanziamento ai combustibili fossili a partire dal 2020. Tuttavia, in base al trend attuale, è probabile invece che gli aiuti all’attività per l’estrazione di gas e petrolio aumenteranno. L’italiana Sace e l’EXIM Bank coreana, ad esempio, stanno valutando se accordare fondi per nuove prospezioni marittime e terrestri in Mozambico.

Nel 2017 la Sace ha accordato il suo sostegno a favore di contractor italiani impegnati nella costruzione dell’impianto a carbone “Long Phu 1” in Vietnam, una centrale che usa una tecnologia obsoleta e non adeguata agli standard europei. Una scelta controversa poiché sarebbe in violazione degli accordi Ocse che a partire dall’inizio dell’anno hanno fissato dei limiti al supporto di nuovi impianti a carbone da parte delle agenzie di credito all’export, il tutto nel solco della lotta ai cambiamenti climatici. Inoltre la Sace è coinvolta nel processo per garantire i finanziamenti da parte di banche europee per la costruzione dell’impianto a carbone di Punta Catalina nella Repubblica Domenicana. Un progetto coinvolto nello scandalo di corruzione internazionale “Lava Jato” (Operazione autolavaggio), che pesantemente coinvolta la multinazionale brasiliana Odebrecht attiva nei settori delle costruzioni e dell’ingegneria civile.

Rivedere l’azione, spesso decisiva, di queste istituzioni, è uno dei tasselli essenziali per ridurre l’emissione di agenti inquinanti e ridurre così gli effetti del cambiamento climatico tenendo fede agli impegni presi con l’accordo di Parigi. Altrimenti puntare il dito contro le (pessime) scelte del presidente Donald Trump potrebbe sembrare un atto di scarsa coerenza.

Il report completo è scaricabile a questo link.

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