Esteri

Ci vuole un nuovo ordine mondiale, ma non saranno i Paesi del G20 a realizzarlo

Un nuovo ordine mondiale e la fine del Washington Consensus. Il primo ministro britannico Gordon Brown, per il 2009 presidente di turno del G20, ha chiuso il vertice di Londra dei Grandi del pianeta con una conferenza stampa in cui…

Un nuovo ordine mondiale e la fine del Washington Consensus. Il primo ministro britannico Gordon Brown, per il 2009 presidente di turno del G20, ha chiuso il vertice di Londra dei Grandi del pianeta con una conferenza stampa in cui ha dato in pasto ai giornalisti due slogan tanto ad effetto quanto non del tutto credibili. Forse Brown era fin troppo sollevato dall’aver evitato un clamoroso fallimento del summit, che invece nell’immediata vigilia sembrava quasi inevitabile. Dopo lo scomodo precedente del 1933, quando proprio nella capitale britannica si tenne una “Conferenza economica e monetaria” segnata dalle profonde divisioni tra Europa e Stati Uniti, al traballante primo ministro britannico non è sembrato vero che dei progressi concreti al G20 siano stati realmente compiuti.
La realtà tratteggiata anche dai media internazionali, dopo l’orgia di titoli roboanti della prima ora, è quella di un meeting che ha solo iniziato a curare i mali della finanza globale, tanto che una cura definitiva appare ancora molto lontana.
La stretta sulle agenzie di rating e sugli hedge funds sono un buon segnale, così come la tardiva presa di coscienza sui paradisi fiscali. Tuttavia in merito a quest’ultimo punto è necessario un approccio più incisivo e delle sanzioni certe e concrete, e non solo delle liste nere o grigie che mutano di continuo. I “cattivissimi” di Filippine, Uruguay, Costa Rica e Malesia sono già usciti dall’elenco dei paradisi fiscali “impenitenti” dopo aver fatto professione d’impegno a collaborare con la comunità internazionale.
Le controversie e le forti perplessità di una buona fetta della società civile internazionale nascono sul capitolo dei fondi destinati ai Paesi più in difficoltà e del ruolo delle istituzioni finanziarie internazionali, Fondo monetario in primis.
Dei 1.100 miliardi di dollari sbandierati a Londra, soltanto una parte limitata andrà alle economie più povere. Molti dei 750 miliardi di dollari con cui a breve il Fondo monetario interverrà in molti Paesi per salvarli da un potenziale default della bilancia dei pagamenti andranno in Est Europa, in alcune economie emergenti, come Corea del Sud e Sudafrica, o in Stati di particolare rilevanza politica come il Pakistan. Analogamente, i 250 miliardi di dollari promessi per sostenere il commercio mondiale saranno erogati in forma di garanzie tramite le agenzie di credito all’esportazione dei Paesi Ocse e le economie emergenti, andando per lo più a recare benefici alle multinazionali di quelle stesse realtà.
Per i più poveri ci saranno interventi, ma su scala limitata e comunque i soldi a tassi agevolati per prestiti di lungo termine saranno di meno. Forse tra banche multilaterali di sviluppo e gli stessi sportelli “di sviluppo” dell’Fmi si arriverà massimo a 56 miliardi di dollari -inclusi i 6 miliardi possibili dalla vendita di una parte delle riserve auree del Fondo-.
Ma forse il punto più delicato dell’intera questione sta nel doppio binario che si sta creando per membri del G20 e per quelli che non fanno parte dei grandi. Per questi ultimi la realtà sarà doppiamente amara. Lo sanno bene l’Ungheria, la Lettonia e l’Ucraina, che hanno ottenuto dei prestiti dell’Fmi negli ultimi mesi. Per loro, a differenza di quanto sostenuto da Gordon Brown, il Washington Consensus e le relative ricette liberiste di riduzione del ruolo dello Stato in economia non si è affatto concluso. L’Ungheria è tenuta a rispettare un obiettivo di deficit del 2,5 per cento, e così la scure del governo si abbatterà sulle spese sociali proprio in tempo di crisi. In Lettonia il Fondo ha spinto verso la riduzione degli stipendi pubblici del 15 per cento. In Ucraina ha imposto una maggiore deregolamentazione del sistema bancario. Di contro però il G20 si è complimentato con il Messico per aver deciso di usufruire della sua nuova Flexible Credit Facility per prevenire la crisi. Ma è difficile che il Messico, proprio in quanto membro del G20, possa avere condizioni economiche draconiane collegate ai suoi prestiti.
È invece improbabile che la tanto attesa riforma delle istituzioni finanziarie internazionali fornirà realmente più voce in capitolo ai Paesi più poveri, come quelli dell’Africa sub-Sahariana, dal momento che si assisterà a un nuovo accordo tra vecchie e nuove potenze mondiali.

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Le notizie di ulteriori incidenti nella tarda serata di mercoledì e di un manifestante morto per un malore fanno da sfondo all’apertura ufficiale del vertice dei grandi del pianeta. All’Excel Center, il mastodontico e algido centro congressi dove si tiene il summit, la trafila dei controlli di sicurezza è lunga e complessa anche per i giornalisti, specialmente per quelli che arrivano in contemporanea con i capi di Stato e di governo -tanto che alcuni dovranno fare un paio d’ore di fila-.
La stampa le aveva enfaticamente definite le “sette ore di negoziato che salveranno l’economia mondiale”. Senza dubbio poteva andare meglio: visto il tenore della bozza di comunicato finale apparsa sul Financial Times alcuni giorni fa, e le fosche previsioni di numerosi analisti, è lecito affermare che il G20 non è stato un clamoroso fallimento, ma ha prodotto dei risultati solo in parte positivi.
Il tutto dopo negoziati spesso tesi e complessi, almeno a detta degli stessi leader mondiali.

Le note liete, o parzialmente liete, sono arrivate nell’ambito della regolamentazione del contesto finanziario e della lotta ai paradisi fiscali, sebbene l’elenco dei “cattivi” richiesto all’Organizzazione della cooperazione e dello sviluppo economico -almeno stando alle indiscrezioni- è quanto meno parziale. Le agenzie di rating dovranno sottostare a più stringenti regole di condotta internazionali e sarà fatto di tutto per evitare gli imbarazzanti conflitti di interessi che hanno contraddistinto il loro operato nel recente passato. Gli hedge funds, ovvero i fondi più speculativi e “selvaggi” saranno finalmente regolamentati. Grande valore simbolico ha poi la decisione, annunciata in conferenza stampa dal presidente francese Nicolas Sarkozy, di tenere il prossimo G20 a fine settembre dopo o durante l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. La scelta di New York ha anche una connotazione puramente politica ed è parte di una ritrovata armonia tra Parigi e Washington.
In realtà le agenzie di stampa italiane hanno indicato nel Giappone la prossima sede di un summit del G20, forse leggendo in maniera non del tutto corretta alcune parole del premier Silvio Berlusconi. 

Tra gli aspetti che meno hanno convinto gli esponenti della società civile presenti c’è sicuramente l’aumento di risorse per il Fondo monetario internazionale. La cifra nel complesso si aggira sui 750 miliardi di dollari. Un vero e proprio assegno in bianco senza precedenti a un’istituzione che ha grosse responsabilità nell’aver promosso nel tempo politiche che hanno portato a questa situazione di crisi. Quello che non si era fatto in passato, ovvero una seria riforma delle politiche e delle modalità di governo interno dell’Fmi, poteva essere fatto adesso, iniziando quel famoso processo della “Seconda Bretton Woods” (la prima, nel 1944, vide la nascita dell’Fmi e della Banca mondiale) di cui si discute ormai da anni.

Il carrozzone del G20 per il momento chiude i battenti con la vittoria della linea franco-tedesca e con un grosso sospiro di sollievo da parte del padrone di casa. Il premier britannico Gordon Brown per qualche settimana potrà godere dei risultati positivi del vertice di Londra, ma a lungo termine dovrà far i conti con le enormi difficoltà che sta vivendo il Paese.

La prossima fermata dei mega-vertici globali e a luglio, in Italia. Il G8 della Maddalena rischia però di essere già in parte svuotato da altri appuntamenti di rilievo. Tra questi l’incontro di fine aprile sul clima voluta dal presidente Usa Barack Obama, uscito anche lui bene dal G20.

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L’assedio di cui si parlava da giorni alla fine si è materializzato. Nella tarda mattinata del primo aprile 5-6mila manifestanti hanno “attaccato” la City di Londra per protestare contro le banche e le altre istituzioni finanziarie che operano nel cosiddetto square mile della metropoli, ree di aver causato la peggior crisi globale da 60 anni a questa parte. Purtroppo, come prefigurato da più parti, le dimostrazioni di piazza hanno avuto come corollario alcuni episodi di violenza, rovinando in parte una protesta eterogenea, fatta di tante anime e strutturata con una molteplicità di azioni dirette.

Che l’atmosfera non fosse proprio rilassata si era già capito nei primissimi istanti delle azioni. I quattro tronconi del corteo, partiti da altrettante stazioni della metro ubicate nella City e destinati a convergere nella piazza dove ha sede la Banca d’Inghilterra, sono stati a più riprese bloccati dalle forze dell’ordine. Guidati dai fantocci dei cavalieri dell’apocalisse contraddistinti da un colore specifico – verde per rappresentare il caos climatico, rosso la guerra, nero l’anarchia e grigio i crimini finanziari – i quattro spezzoni sono poi finalmente giunti alla meta. Dopo poco sono scoppiate le prime violenze – per la verità di lieve entità, almeno in confronto ad altre occasioni – con i manifestanti che  riuscivano con la forza e il lancio di oggetti a rompere uno degli ennesimi cordoni di sicurezza imposti dalla polizia. Nel frattempo rimbalzavano le notizie di altri incidenti – questi sì più gravi – presso una delle sedi della Royal Bank of Scotland, una delle banche salvatesi dal fallimento solo grazie all’intervento del governo di Sua Maestà.

Per oltre tre ore i manifestanti e i tanti giornalisti radunatisi nelle vicinanze della Bank of England sono stati quasi “sequestrati” dalla polizia, che aveva sigillato i vari accessi all’area e non faceva uscire nessuno.  Gli oltre 5mila poliziotti impiegati per l’occasione – si stima che i costi per la sicurezza supereranno i 10 milioni di euro – hanno dovuto penare di meno con i tanti ambientalisti che a Bishopsgate, un’altra delle arterie della City, hanno improvvisato un campeggio per chiedere provvedimenti concreti contro i cambiamenti climatici e per protestare contro il mercato dei crediti di carbonio. Proprio a Bishopsgate, infatti, si trova il Carbon Exchange, l’edificio dove si contrattano i permessi di inquinare a fronte di lauti pagamenti a chi inquina meno previsti dai meccanismi del Protocollo di Kyoto.

La distesa multicolore di tende e sacchi a pelo del camping improvvisato è stata forse la nota più positiva e pacifica di tutta la giornata di vigilia del vertice dei G20. Un vertice che si preannuncia quanto meno interlocutorio, almeno stando alle informazioni trapelate sulla bozza di comunicato finale e alle stesse dichiarazioni rilasciate dai leader negli ultimi giorni. L’Europa, e non è la prima volta, arriva all’appuntamento divisa, con l’asse Germania e Francia da una parte e il Regno Unito più filo-americano dall’altra. La panacea di tutti i mali del mondo, come sembrava dovesse essere il G20 londinese, non è stata trovata. A meno di improbabili sorprese domani.  

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