Ambiente

Cambiamenti climatici: Isaac non scuote gli Usa

I repubblicani cancellano il "climate change" dal programma elettorale. Mentre l’inviato Usa a Bangkok, dove si discutere il post-Kyoto, chiede un approccio più flessibile rispetto agli obiettivi di riduzione delle emissioni

C’era una volta Isaac, fino a pochi giorni fa incubo di New Orleans e dei sopravvissuti della tragedia ambientale e sociale di Katrina di sette anni fa, e oggi declassato a tempesta tropicale.
Oggi c’è Mitt (Romney), candidato repubblicano e indubbiamente non un ciclone (politico, s’intende) ma l’unica speranza del Partito di trovare una strada dopo il disastro Bush.
Durante la Convention di incoronazione di Tampa, il Partito -o Great Old Party- si è dimostrato più Old che mai e non solo sui temi della bioetica e dell’economia, ma soprattutto sulle questioni ambientali e climatiche.
Sono bastati quattro anni per fare passi indietro di secoli sulle analisi e sulle strategie da affrontare per risolvere il climate change e un’uscita ecosostenibile dalla crisi. Il programma 2008 del partito, seppur ben lontano dalle posizione degli ambientalisti o della sinistra liberal del Partito Democratico, riconosceva un problema: "La stessa attività economica ed umana che ha portato libertà e opportunità a miliardi di persone ha anche aumentato il contenuto di carbonio nell’atmosfera -si leggeva nelle pagine dedicate alla protezione ambientale-. Mentre gli scopi e le conseguenze di lungo termine di questa situazione sono ancora soggette a ricerca scientifica, il senso comune imporrebbe agli Stati Uniti d’America di fare i passi opportuni e ragionevoli oggi per ridurre ogni impatto sull’ambiente".
La risposta al problema era, ovviamente, scontata: soluzioni di mercato ed energia nucleare. Ma il problema era posto in tutta la sua evidenza.
Passati quattro anni, sconfitto McCain, Mitt Romney cancella dal programma 2012 la parola "climate change". Ed aggiunge ogni possibile opposizione al "cap and trade", e quindi ad una delle "soluzioni di mercato" ai cambiamenti climatici fatta propria da altri player internazionali, come Unione europea e Australia, e ogni possibile suppporto alle esplorazioni petrolifere anche offshore (e nella zona artica, come nell’Arctic National Wildlife Refuge), al carbone e al gas.
Se possibile ridimensionando il ruolo dell’EPA, l’Environmental Protection Agency, perché, si sa, le regole costano.
Tutto questo accade mentre a Bangkok si sta aprendo l’intersessional meeting dei Gruppi di lavoro della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC), e in particolare l’Ad Hoc Working Group on the Durban Platform, che lavora in vista della prossima Conferenza delle parti che inizierà a fine novembre a Doha, nel Qatar.
Obiettivo è quello di rendere operativo l’Accordo di Durban, sottoscritto all’ultimo momento nel dicembre del 2011, in Sudafrica, dove si evidenziavano due tappe successiva, al 2015 e al 2020, per progettare e rendere operativo un nuovo "protocol, another legal instrument or an agreed outcome with legal force". Cosa significhi quel "legal force" non è dato sapere, perchè da nessuna parte è scritto che debba essere vincolante, cosa che potrebbe paradossalmente portare ad un graduale svuotamento del regime internazionale di lotta al cambiamento climatico.
È quanto emergerà, in questi giorni, in Thailandia, dove il G77 chiede che non ci sia una riscrittura  della Convenzione quadro dell’Onu, mentre diversi Paesi industrializzati (in particolare gli Usa ed il Canada) sottolineano come nella nuova cornice gli impegni saranno più ambiziosi. Come questo sia possibile, considerato che per molti è stato un problema persino Kyoto, non è dato sapere. Ma la partita di scacchi sul tavolo delle Nazioni Unite continua.

Tutto questo avviene mentre ammontano a 2,5 miliardi di dollari i danni di Isaac, ultimo di una serie di tornado, dopo quelli che a giugno hanno colpito il Midwest o gli oltre 80 che nel marzo scorso hanno raso al suolo intere cittadine dell’Indiana e del Kentucky. Questo è ciò che viene definito "aumento degli eventi estremi", e basterebbe considerare la lista dei tornado negli ultimi decenni e la loro forza per rendersi conto delle tendenze.
Solo la politica americana sembra non rendersene conto. Anche Todd Stern, l’inviato speciale degli Usa per i negoziati sul clima, aveva chiesto poco meno di un mese fa maggiore flessibilità in vista dell’incontro di Bangkok, e rispondendo alle critiche giunte da mezzo mondo chiariva: “Non abbiamo cambiato la nostra politica”, ma “la mia opinione è che un approccio più flessibile, ci possa dare una migliore possibilità di concludere un nuovo accordo efficace e raggiungere i target che noi tutti condividiamo”.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia