Esteri / Reportage

Il business del legno che minaccia le foreste romene

Nel Paese si trovano due terzi delle aree boschive incontaminate del continente. La carenza di controlli e di una filiera che garantisca la tracciabilità dei tronchi mettono a rischio la sopravvivenza di questo patrimonio verde

Tratto da Altreconomia 209 — Novembre 2018
Operai al lavoro sui monti Măguri-Răcătău, a 440 chilometri da Bucarest © Federico Annibale

Dopo due ore di macchina percorse su una strada di montagna dissestata, si arriva al rifugio della guardia forestale romena sui monti di Măguri-Răcătău, non lontano dalla città di Cluj, 440 chilometri a Nord-Ovest di Bucarest. Lo spettacolo intorno è desolante: rilievi che un tempo abbondavano di abeti, sono oggi completamente spogli. In lontananza, gli ultimi alberi rimasti in piedi, sono minacciati dal rumore di una motosega che sta tagliando l’ennesimo albero di una foresta già messa a dura prova da uno sfruttamento massiccio. “Il disboscamento illegale è un problema drammatico in Romania. La politica sembra non accorgersene, o non vuole farlo, minimizzando la questione. Abbiamo già perso molto del nostro immenso patrimonio forestale a causa dei tagli illegali”, spiega Ciprian Gal di Greenpeace.

La Romania è una nazione ricca di foreste e paesaggi naturali ancora incontaminati. Qui si trovano circa due terzi delle foreste “vetuste” d’Europa (se si esclude la Russia), luoghi dove l’uomo non ha quasi interferito con lo sviluppo naturale dell’ambiente e dove convivono centinaia di specie animali e vegetali. Qui si trova la più grande popolazione di carnivori d’Europa: un terzo dei lupi, degli orsi e delle linci del continente vaga per queste foreste. Tale ricchezza, tuttavia, è stata fortemente intaccata da più di venti anni di sfruttamento illegale del legname.

A un primo sguardo, stando ai dati della Fao e della Banca Mondiale, basati sui numeri forniti dalle autorità romene, negli ultimi 30 anni gli ettari forestati nel Paese sono persino aumentati: passando da 6 milioni e 200mila ettari nel 1990, a 6 milioni e 500mila del 2017. Numeri che Ciprian però contesta. “Secondo le statistiche ufficiali romene, qualunque appezzamento di terra destinato ad uso forestale, anche se sprovvisto di alberi, viene catalogato come foresta -spiega-. I dati su cui si basano Fao e Banca Mondiale sono raccolti dalla stessa autorità che fa poco per proteggere i nostri boschi”. Uno studio di Greenpeace Russia Map Lab, usando le immagini fornite da più satelliti (tra cui anche quelle utilizzate da Google Earth) racconta un’altra storia. Nel 2000 gli ettari erano poco più di 8 milioni. Una differenza di 2 milioni di ettari rispetto ai dati ufficiali. A questo si somma la perdita “qualitativa” delle foreste vetuste.

La Romania è l’ultimo territorio d’Europa -insieme a Finlandia e Russia- dove si possono trovare questo tipo di boschi. Per questa ragione, l’Unesco ha inserito 24mila ettari di foreste romene nella lista dei Patrimoni dell’umanità. Eppure non esistono dati ufficiali che certifichino esattamente quanti siano gli ettari di foreste vetuste presenti sul territorio romeno. Secondo uno studio condotto da Greenpece nel 2017, si tratterebbe di circa 300mila ettari. “La maggior parte di queste foreste non sono state catalogate come vetuste e quindi non sono protette. Perdere questo tipo di boschi sarebbe grave. Una foresta vetusta è molto diversa rispetto a una piantata, tagliata ogni dieci anni, che non potrà mai essere l’habitat di orsi e linci. Gli animali hanno bisogno di aree tranquille, dove poter prosperare”, spiega Ciprian Gal.

Quello che invece è certo è lo sfruttamento illegale delle risorse del legno in questo Paese. Un tema che scuote l’opinione pubblica romena da cinque anni; da quando sono iniziate le prime inchieste dell’“Autorità romena contro il crimine organizzato e il terrorismo” (Diicot) per porre fine a uno sfruttamento del legname, spesso facilitato da organizzazioni criminali colluse con imprese domestiche ed estere.

Per disboscamento illegittimo si intende, da un lato, l’abbattimento di alberi in violazione di norme a tutela del patrimonio boschivo come il taglio oltre i limiti consentiti, o in periodi dell’anno in cui è vietato. Dall’altro l’illegalità del titolo di proprietà delle aree forestali da cui proviene il legname. Dopo la caduta del comunismo, quando la neonata democrazia romena iniziò a restituire ai privati le terre requisite nel 1947, molti ettari, a causa della corruzione, finirono in mano a individui o società che non avrebbero potuto vantare alcun diritto di proprietà.

© Federico Annibale

La Corte dei Conti romena, in un report del 2010, attesta che 561.169 ettari sui 3 milioni di foreste restituite dal governo a privati sono illegittime, equivalenti a circa il 20% delle terre restituite. La foresta ha un suo equilibrio e il suo sfruttamento dovrebbe rispettare procedure definite da leggi. “Non puoi tagliare gli alberi come si tagliano i capelli. Ci sono periodi dell’anno, per esempio estate e inizio autunno, in cui la foresta deve potersi rigenerare. In questo periodo non si possono tagliare alberi in salute in Romania”, dichiara Andrei Ciurcanu, responsabile del team d’investigazione della ong romena “Agent Green”. Tuttavia, come già aveva denunciato il Wwf in un report del 2005, i fondi e il personale per la protezione delle foreste, e conseguentemente i controlli, sono pochi. “Oggi, la situazione è rimasta sostanzialmente immutata. In assenza di controllori l’illegalità fiorisce”, conclude Andrei.

E in mancanza d’ispezioni, escogitare motivazioni false per tagliare gli alberi non è difficile. “Uno dei modi comuni è inventarsi una calamità naturale: in questi casi la legge permette di ripulire una foresta danneggiata. Si paga uno specialista per certificare come ‘danneggiati’ alberi forti e in salute”, spiega Andrei. L’Environmental Investigation Agency (EIA, un ong americana) combinando vari studi, tra cui quello dell’Inventarul Forestier National din Romania (Ifnr, l’inventario nazionale delle foreste romene) ha stimato che dal 1990 al 2015, il 50% di tutto il legname tagliato in Romania era illegittimo, per un danno quantificabile in 40 miliardi di euro.

“Non puoi tagliare gli alberi come si tagliano i capelli. Ci sono periodi dell’anno, l’estate e l’inizio autunno, in cui la foresta deve potersi rigenerare” – Andrei Ciurcanu

Sui monti di Măguri-Răcătău, gli operai lavorano su un crinale di un’altura abbattendo alberi che poi vengono trasportati a valle da un trattore. “C’è stata una tempesta di vento. Tutti questi alberi sono caduti, per questo motivo li stiamo eliminando”, spiega uno dei lavoratori, mentre ripulisce un tronco di un pino. Anche se fosse vera la calamità naturale, è comunque indispensabile la presenza di un esperto che certifichi l’esigenza di “pulire” la foresta. Ci dovrebbero essere dei marchi, che questi esperti lasciano sui fusti. Ma lì non c’era nessun segno.

In questo scenario è stata chiamata in causa la multinazionale austriaca Holzindustrie Schweighofer, una delle imprese del legname più grandi d’Europa. Arrivata nel 2002 in Romania, l’azienda dà lavoro direttamente a 2.700 lavoratori (su un totale di 3.100 dipendenti) ed indirettamente ad altri 10mila. Sui sei stabilimenti di lavorazione del legno della Schweighofer, cinque si trovano sul territorio romeno. L’azienda, inoltre, afferma di aver investito 800 milioni di euro dal 2002 a oggi, e di aver contribuito con 100 milioni di euro al gettito fiscale della Romania. Il 40% del legno derivato dalle conifere delle foreste romene finisce negli stabilimenti della Schweighofer.

© Federico Annibale

Tuttavia, secondo Agent Green ed EIA, la compagnia austriaca potrebbe rappresentare uno dei maggiori corresponsabili del disboscamento in Romania: il timore è che una parte significativa del legno tagliato illegittimamente possa in un modo o nell’altro finire negli stabilimenti del gigante austriaco. A maggio del 2018, la Diicot in effetti ha accusato la multinazionale di essere parte attiva di un sistema di sfruttamento delle risorse boschive. E per la prima volta la polizia romena ha perquisito gli stabilimenti della compagnia. Fino al 2015, l’azienda austriaca non era mai entrata nel mirino delle autorità romene. “Tutto questo accade perché troppo spesso non si conosce la provenienza del legname. Se ci fosse la piena tracciabilità del legno, non esisterebbe il problema del disboscamento illegittimo”, spiega Ciprian di Greenpeace.

“C’è stata una tempesta di vento. Tutti questi alberi sono caduti, per questo motivo li stiamo eliminando” – un operaio al lavoro

La legislazione romena in materia di tracciabilità ha una grave mancanza. Il trasporto della legna si divide in primario e secondario. Se la risorsa viene trasportata direttamente dalla foresta allo stabilimento, si dice primario e per questo tipo di trasporti ogni camion deve essere autorizzato. Si ha dunque una tracciabilità. Che manca quando la legna passa per un deposito (trasporto secondario) prima di arrivare nelle segherie.

Il 45% della legna che arriva negli stabilimenti di Schweighofer proviene da depositi: per quasi la metà del legname lavorato, l’azienda austriaca non riuscirebbe dunque a garantire la tracciabilità del proprio legname. Per questa ragione nel 2017, il Forest Stewardship Council (FSC, sigla che spesso ritroviamo in prodotti di carta o di legno che certifica la sostenibilità del prodotto e la sua provenienza), ha sospeso la certificazione alla multinazionale austriaca.

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