Altre Economie

Brianza generosa

Storie di giovani che scelgono di tornare all’agricoltura (sostenibile), e dei gruppi di acquisto solidali che li sostengono

Tratto da Altreconomia 141 — Settembre 2012

“L’avventura mia e di Elena è iniziata molti anni fa con un terreno preso insieme agli amici di scuola; lo abbiamo decespugliato per farne un orto; la nostra passione per l’agricoltura è nata lì. Io ho deciso di studiare agraria, poi con Elena abbiamo lavorato per un anno a Canzo in un’azienda di formaggi bio. A quel punto abbiamo deciso di provare a fare direttamente gli agricoltori: fare agricoltura è bello se si intreccia con la tua vita personale”.

Fabrizio ha 28 anni, Elena 29. Quando hanno avviato a Monticello Brianza (in provincia di Lecco) quello che chiamano il loro “bonsai di azienda agricola” era il 2008. Potevano contare su dieci “clienti sicuri”: le famiglie del loro gruppo di acquisto solidale di Olgiate Molgora, che ogni settimana acquistavano una cassetta mista di verdure.
Oggi l’azienda (Cascina Rampina, www.cascinarampina.it) dà lavoro a tre persone (con l’aiuto di Elena per la trasformazione e le consegne) e le famiglie che comprano la verdura, fra gas e altre famiglie della zona, sono oltre 100 per un fatturato annuo totale di circa 55mila euro. La rete che acquista i loro prodotti si estende ormai oltre la dimensione familiare: il loro ultimo progetto, un ghiacciolo bio realizzato per dare valore alla coltivazione di piccoli frutti, viene venduto a tre aziende agricole e a un circolo Arci (La locomotiva di Osnago) e, benché più costoso di quelli industriali (1,5 euro al dettaglio, 1 euro per i Gas), ha già venduto 6mila unità dall’inizio della stagione a fine luglio.
Poco distante, nel cuore del Parco di Montevecchia, nella Valle del Curone, sempre nel 2008 prende avvio un’altra realtà agricola che scommette sulla passione di un giovane per l’agricoltura. Giuseppe Galimberti, imprenditore del legno per bio-edilizia, proprietario di una cascina (la “Bagaggera”) con 25 ettari di terreno, incontra Samuele Villa, un ragazzo di 26 anni che ha ereditato dai nonni la passione per l’allevamento.
Galimberti sta cercando da anni di avviare una produzione agricola sui suoi terreni. Il senso forte di appartenenza al territorio e alle sue tradizioni, l’interesse personale per i cicli di produzione alimentare, la sensazione che “la globalizzazione entri nella vita di tutti attraverso ogni oggetto della quotidianità, ma che quando tocca il cibo sia più violenta”, il desiderio di creare un contesto di inserimento lavorativo per ragazzi disabili anima il progetto.
Galimberti crede che servano energia e passione, la capacità di “far entrare i consumatori in azienda e renderla permeabile al cambiamento”, di essere curiosi, di investire nel biologico. Per fare questo è persuaso che servano i giovani.
Conciliare investimenti importanti in stalle, bestie, laboratori e macchinari per la trasformazione alimentare con un’attività imprenditoriale a tempo pieno come imprenditore edile e l’impegno lavorativo richiesto da terra e animali con un rapporto di lavoro dipendente, non è banale. In una situazione in cui la proprietà della terra era e restava di Galimberti ma a Samuele veniva riconosciuto un credito importante sull’amministrazione degli investimenti, “il patto è stato che lui ci metteva il capitale e io ci avrei messo tutto il lavoro che serviva, come se avessi affittato il terreno per svolgerci un’attività mia. Questo patto di fatto vale anche per tutti i ragazzi che sono arrivati dopo e ci lavorano ora; quelli per cui non era accettabile sono andati”, spiega Samuele.
Perché di “ragazzi” dal 2008 ne sono arrivati tanti: chi ha dato una mano con le capre e con la produzione di foraggi e chi ha avviato la produzione casearia, chi fa il pane, chi gestisce lo spaccio. Alcuni si sono fermati qualche mese o un anno, altri sono rimasti.
Oggi in totale sono cinque: Samuele e Marco si occupano delle capre, dei maiali e della produzione agricola, Sara del caseificio, Giona del forno, Dario dello spaccio, del rapporto coi Gas e dell’amministrazione. Il più “vecchio”, Dario, ha 34 anni e lavora alla Cascina Bagaggera da due. A loro si aggiungono i woofer -che di solito sono due e vengono ospitati e coordinati da Dario- e i ragazzi disabili inseriti in cooperativa, che sono quattro.
Ognuno si occupa delle sue cose ma il clima è di grande affiatamento: tutte le mattine colazione insieme, Giona che smonta dalla notte al forno e gli altri che iniziano la giornata, qualche chiacchiera di coordinamento e poi ognuno a fare il suo, con un certo margine di scambio: Dario nei primi tempi si era occupato degli animali con Samuele e se c’è bisogno torna volentieri “sul campo”; Sara quando le capre sono asciutte è ben contenta di mettere il naso fuori dal caseificio e dare una mano nei campi o con le bestie.
Sara, sette anni da metalmeccanica alle spalle abbandonati con entusiasmo per l’impiego da casara: “Li frequentavo ormai da diverso tempo e sentivo la coesione del gruppo, l’equilibrio che c’era fra loro. Prima di candidarmi per la produzione dei caprini ho voluto esser sicura che fossero felici di avermi nel gruppo: il salto da un impiego da operaia a una comunità di lavoratori appassionati della stessa impresa è stato enorme”.
La cosa bella -osservano sia Fabrizio della Cascina Rampina, sia Samuele- è che questa loro esperienza sembra incoraggiare l’avvicinamento ad agricoltura e allevamento di molti giovani della zona: sono in tanti a chiedere di avere informazioni, di poter dare una mano per acquisire un po’ di esperienza, ad esplorare la possibilità di avviare iniziative simili.
Dell’importanza del mutuo sostegno fra giovani che condividono la stessa attività parla anche Fabrizio, che ormai da tre anni ha avviato una collaborazione con altre due piccole aziende agricole biologiche per la produzione di patate e zucche: “Diciamo subito che è un’iniziativa che nasce da una debolezza -la nostra, che siamo una realtà piccola, quella di due ragazze che sono rimaste da sole a gestire un’altra azienda e quella di un gruppo di ragazzi che stanno partendo ora- ma è diventata un’esperienza significativa prima di tutto sul piano umano e poi su quello economico. La produzione di patate e zucche ha la caratteristica di risentire molto delle economie di scala (per via dei bassi margini) e della possibilità di meccanizzare la produzione; inoltre prevede un solo raccolto, che si fa in una sola volta. Così abbiamo deciso di lavorare tutti insieme 7mila metri quadri di terreno di proprietà di una delle tre aziende, che erano una dimensione adatta alla lavorazione meccanica: le macchine per ora ce le facciamo prestare ma in futuro pensiamo di comprarle; facciamo a turno nella cura del terreno e poi raccogliamo insieme. E la produzione, in rapporto all’investimento, si è moltiplicata: oggi produciamo 60 quintali di patate quando con una lavorazione a mano nel nostro terreno faticavamo a raggiungerne dieci. È evidente, però, che per una collaborazione così c’è bisogno di una fiducia che va oltre il lavoro”.
Alla Bagaggera tutto è iniziato dall’allevamento di capre: “A me interessava in modo particolare perché ci avevo fatto la tesi e perché iniziare con le mucche è difficile, sia per via delle quote latte che per l’investimento iniziale che richiedono -racconta Samuele-. Quest’anno abbiamo avuto una sessantina scarsa di capre, l’anno prossimo dovremmo arrivare a 80.
Saremo a regime quando raggiungeremo le 120”.
L’interesse per la chiusura del ciclo produttivo ha fatto seguire tutti gli altri investimenti: “Coltiviamo 20 ettari di terra a regime bio, produciamo il fieno per i nostri animali e orzo e pisello proteico, cioè una parte dei concentrati usati per la loro alimentazione. Le capre, che nascono in azienda, stanno all’aperto da aprile fino all’autunno, quando inizia a fare freddo e bisogna chiuderle in stalla: abbiamo quattro ettari di pascoli e le facciamo girare. Mungiamo noi gli animali e trasformiamo il latte.
Rispetto ai maiali, qui in Brianza c’è sempre stata la tradizione di allevarne. Qui c’è una forte tradizione di salumeria, soprattutto del salame brianzolo. Il nostro salame non è fatto col ‘recupero’ perché per fare il prosciutto qui non c’è il clima adatto. Così il salame è prodotto con tutte le parti nobili del maiale: con la coscia, la lonza, il filetto.  Contro i suggerimenti di tutti gli allevatori della zona, abbiamo deciso di allevarli all’aperto, ed è stato un successo. Ti accorgi che il maiale è un animale pulito e giocherellone, che ama correre: la stalla la tiene pulita da solo, è più sano, meno aggressivo. Dallo scorso autunno abbiamo anche una scrofa, per far nascere i piccoli qui in azienda”.
E poi c’è il pane, impastato a mano e cotto in forno a legna con la farina della filiera di Spiga e Madia (vedi Ae 101) da Giona, il più giovane del gruppo. Anche qui si è iniziato da una piccola produzione, per arrivare alle 400 pagnotte da 750 grammi dei momenti di picco dell’ultimo anno. Con ritmi di lavoro che, per un ragazzo di 19 anni, salvaguardano la possibilità di una vita privata: le notti sono solo 3 e il giovedì, giorno di consegna ai Gas, l’orario è dalle 8 alle 16. Anche qui la produzione si inserisce nel “ciclo”: la crusca, che è un sottoprodotto della farina bianca per il pane, è infatti un buon alimento per maiali.
Quando si arriva a parlare degli equilibri economici il nodo è sempre quello finanziario: avviare un’attività agricola per chi non parta già con una dotazione di terra e mezzi, è quasi impossibile, soprattutto tenendo conto di tutti i vincoli imposti dalla normativa di settore, che è tarata sulle grandi produzioni e non si ripaga col prodotto di una realtà medio-piccola. Alla Bagaggera, circa 180mila euro di fatturato annuo da prodotti agricoli, le produzioni in utile sono pane e maiali (che pesano reciprocamente per il 30 e il 20 per cento del fatturato), mentre la parte di produzione legata alle capre (da cui deriva il 50% del fatturato) è ancora in passivo: “Gli investimenti sono stati sostanziosi -spiega Galimberti- e attingono tutti dall’altra attività imprenditoriale. D’altra parte avviare un gregge di capre è una cosa lunga e lo sapevamo: i primi anni li impieghi per raggiungere il numero minimo che ti consente di iniziare a selezionare le capre più produttive. Prima devi tenerle tutte per far crescere il gregge. Poi ci sono le stalle, il caseificio…”.
Anche nel ragionamento di Fabrizio la questione finanziaria è centrale: “In agricoltura il reddito è basso, i margini sono minimi. Come facciamo a campare è importante raccontarlo: Elena è ostetrica e io lavoro part-time come giardiniere (anche se ora sempre di meno). Il problema è che l’attività agricola può stare in piedi ma non puoi ripagarti l’investimento iniziale. Se non vuoi diventare schiavo delle banche e non vuoi perdere la libertà di decidere come produrre, il capitale iniziale deve venire da un’altra parte. Noi abbiamo scelto di non avere tempo libero per un po’ di anni ma di vivere sereni e sentirci liberi”.
Per tutti poter contare sulla domanda dei Gas è stato cruciale. Per Fabrizio ed Elena hanno rappresentato fino alla scorsa estate il 90 per cento del mercato. Ora rappresentano il 60 per cento della domanda, ma è quella che li fa sentire tranquilli.
Alla Bagaggera hanno iniziato “un po’ per caso, col Gas di Olgiate. Subito dopo, per passaparola, è arrivato un Gas di Brugherio. E da Brugherio sono arrivati Vimercate, Agrate, Vimodrone, Arcore, Casatenovo, Osnago. Infine siamo entrati a Milano”.
Oggi i gruppi che comprano dalla Cascina Bagaggera sono venti, e contano per il 50 per cento delle vendite della Bagaggera.  —

Se questo è un uovo
Il “bio-pollaio” nasce dalla difficoltà del gas di Olgiate a reperire uova biologiche di produzione locale e dalla collaborazione con Cascina Bagaggera. “Per noi aggiungere questa produzione era troppo complicato -spiega Giuseppe Galimberti- e così ho proposto al Gas di costruirsi il pollaio da soli sui nostri terreni (nella foto in basso, ndr)”.
Dopo qualche esitazione, il Gas ha deciso di provarci: hanno comprato la legna e investito qualche fine settimana nella fabbricazione. Dell’acquisto delle galline si sono occupati gli agronomi della cascina, che si occupano anche di comprare il mangime (che viene poi loro rimborsato) e di distribuirlo agli animali, oltre che di aprire il pollaio la mattina.
A questo punto restava da organizzare il lavoro di raccolta di tutto l’anno (festività comprese). Dodici famiglie sulle 38 del Gas si sono rese disponibili e per una settimana a turno, la sera, vanno a chiudere il pollaio e raccogliere le uova per tutti. “Per chi ha bambini è molto divertente -racconta Giuliano del Gas- anche se a volte partire con la pioggia, dopo il lavoro, non è il massimo. Bisogna pensare che fra i 24 volontari c’è chi lavora a Milano e quando è di turno prende il treno prima apposta”. Le uova vengono divise a metà fra Gas e cascina. Ogni giovedì, quando va alla Bagaggera a ritirare la spesa, ogni famiglia trova anche il suo pacchetto di uova. “Nel primo anno un uovo, incluso l’ammortamento del pollaio e delle galline, ci è costato 60 centesimi (la metà per i volontari raccoglitori) -spiega Alberto- ma nel giro di breve tempo contiamo di arrivare a 30 centesimi a uovo, un prezzo assolutamente in linea con quello delle uova bio che trovi nei negozi”.

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