Esteri / Approfondimento

Venti, onde e maree spingono la “rivoluzione blu” della Bretagna

La regione occidentale della Francia ha trasformato la perifericità geografica e i suoi oltre 2.700 chilometri di coste in un punto di forza, investendo sull’energia blu e su soluzioni tecnologiche che non compromettano l’ambiente

Tratto da Altreconomia 225 — Aprile 2020
Al termine della penisola di Quiberon, che si estende per 14 chilometri nell’oceano Atlantico, svetta il castello neomedioevale di Turpault, simbolo della Côte Sauvage bretone (Costa Selvaggia) perché ciclicamente isolato dall’avanzare delle maree e in perenne lotta con la potenza scultorea delle onde - © Alberto Caspani

La Bretagna è bleu. Sino a pochi anni fa, per gli indipendentisti della più occidentale delle regioni francesi, ogni richiamo al colore simbolo degli “enfants de la Patrié” avrebbe creato un putiferio. Oggi è diventato motivo d’orgoglio a livello mondiale: la Bretagna viene infatti considerata un polo d’eccellenza nella produzione di energia blu. Lo sfruttamento dei venti con turbine costruite sul mare o a terra, gli sbalzi altimetrici delle maree, così come i cicli di compressione e decompressione delle onde, sono “gli assi nella manica” delle tempestose coste che, per 2.730 chilometri, corrono da Saint-Malò a Vannes.

Protese in un’area atlantica di fortissime correnti (le onde possono raggiungere i 9 metri d’altezza, 144 chilometri all’ora i venti), non protette da alcun rilievo montuoso, sono soggette ad agenti naturali tanto estremi d’aver convinto il governo francese dell’imminenza di una nuova rivoluzione: “Entro il 2030 -ha dichiarato Jean-Michel Lopez, direttore generale alla Transizione ambientale e alle energie marine della Regione Bretagna- l’utilizzo di queste forze cinetiche consentirà di soddisfare il 35% del nostro fabbisogno energetico. Un risultato eclatante sotto più punti di vista: oggi siamo costretti a importare l’83% dell’elettricità che consumiamo (circa 18,8 TW) dalla centrale nucleare di Flamanville e da quella termica a carbone di Cordemais. La quantità restante di energia prodotta sul territorio, però, proviene per il 75% da fonti rinnovabili: questo significa che abbiamo già in casa tutte le risorse per trasformarci in una regione a bassissimo impatto ambientale. Non a caso la Commissione europea, nel Blue Economy Report 2019, indica la Bretagna come modello di sviluppo per tutti i Paesi impegnati nella riconversione energetica marina”. Sotto l’etichetta di “economia blu” sono in realtà comprese tutte le attività riguardanti oceani, mari e coste, dai trasporti marittimi alle costruzioni navali o alla ricerca oceanica, capaci di generare solo nell’Unione europea un fatturato di 658 miliardi di euro e di coinvolgere più di 4 milioni di lavoratori, con un tasso d’investimento annuale del 24%. Tenendo conto che quasi la metà della popolazione europea vive oggi sulle coste, diventa fondamentale trovare soluzioni tecnologiche che non compromettano ulteriormente l’ambiente. Entro il 2050, le alluvioni prodotte dai cambiamenti climatici potrebbero causare danni economici stimati fra i 12 e i 40 miliardi di euro, sconvolgendo la vita di non meno di 740mila cittadini che abitano sulle rive del continente.

Dopo un decennio di stanziamenti mirati, l’Electricity Pact for Brittany 2010-2020 comincia però a dare i suoi frutti: oltre ad aver lanciato con successo tecnologie innovative nel campo dell’energia blu -in primis le turbine eoliche flottanti da 9,5 MW (cioè galleggianti in acqua su quattro cilindri d’acciaio)- sono stati spesi quasi sei milioni di euro per favorire anche l’interscambiabilità delle fonti energetiche mediante smartgrids, trasformando di fatto lo svantaggio della perifericità geografica in un punto di forza basato sulla resilienza. “Parte del successo -sottolinea Marc Laurent, analista economico di Le Télégramme– va riconosciuto nella capacità di aver creato un cluster regionale, il Pôle Mer Bretagne Atlantique, permettendo una stretta collaborazione di sei partner d’eccellenza, fra cui 11 unità dipendenti dal Centro Nazionale per la Ricerca Scientifica (con più di 730 ricercatori coinvolti), la Scuola Accademica di Ricerca ISBLUE (un innovativo istituto interdisciplinare per lo studio del Pianeta blu, lanciato nel 2019) e il Campus Mondial de la Mer. Segno che investire nella ricerca d’alto livello è sempre premiante, a patto che vengano predisposte politiche di lungo termine. Nel 2021, anno che apre il decennio per le scienze oceaniche, la Bretagna sarà la punta d’avanguardia europea”.

75% due terzi dell’energia prodotta sul territorio bretone proviene da fonti rinnovabili

Fra i casi più virtuosi della collaborazione bleu spicca l’impegno di Amadéite Group, compagnia leader mondiale nella biotecnologia marina, riuscita a sviluppare prodotti organici per la salute di animali, piante e uomini riutilizzando le alghe invasive delle coste. Progetto che le ha garantito un fondo di 30 milioni di euro da parte della Banca europea per gli investimenti. In realtà la Bretagna, trascinata anche dalle secolari lotte politiche per un’indipendenza maggiore da Parigi, ha creduto nella possibilità di un’autonomia energetica a basso impatto ambientale già negli anni del boom degli idrocarburi. Nel 1966, sull’estuario del fiume Rance, venne infatti inaugurata la prima stazione al mondo per la produzione di energia dalle maree, rimasta per ben 45 anni l’impianto industriale dalla capacità installata più ampia e sorpassata solo nel 2011 dal complesso del lago Sihwah, in Corea del Sud (l’unica altra centrale oggi esistente). Con le sue 24 turbine, in grado di raggiungere picchi di 240 MW, può infatti sopperire da sola all’intero fabbisogno energetico di una grande città come Rennes. Grazie alla perfetta predittibilità delle maree (unica fonte di energia rinnovabile con tasso di affidabilità al 100%), la Rance ha fatto da apripista ad una serie di impianti di nuova generazione, basati su una tecnologia che integra energia mareomotrice, eolica e fotovoltaica: modelli su scala ridotta, a basso impatto ambientale e facilmente esportabili, grazie ai quali è possibile ottenere elettricità partendo dalla compressione dell’aria in cassoni e dalla movimentazione delle turbine in seguito alla sua espansione.

“Investire nella ricerca d’alto livello è premiante, a patto che ci siano politiche di lungo termine. Nel 2021 la Bretagna sarà l’avanguardia europea” – Marc Laurent

Insieme al parco eolico offshore di Brest, dal costo di 220 milioni di euro e lungo ben 400 metri (il più esteso di tutta la costa atlantica), rappresenta uno dei sette pilastri della “rivoluzione blu” bretone: nella baia di Saint-Brieuc, sulla costa settentrionale, altri 62 impianti eolici (per 496 MW) entreranno in servizio già nel 2023; pochi chilometri a Ovest, nell’area di Paimplon-Brehat, nell’aprile 2019 sono state avviate ben quattro idrolinee; nella punta estrema della penisola bretone, il cosiddetto Passage du Fromveur, sono stati effettuati con successo i saggi per la creazione di ulteriori due idrolinee, mentre lungo la costa meridionale è allo studio un nuovo centro di produzione di energie da maree nella baia di Audierne. Il sito di maggior interesse, però, resta quello in prossimità della penisola di Quiberon, al largo della quale sarà avviata nel 2021 la produzione di quattro impianti eolici flottanti (24MW) e dell’idrolinea Ria d’Etel (20 KW), in grado di rendere energeticamente indipendente il golfo dove sono concentrati alcuni dei più importanti allevamenti di ostriche francesi. Qui si trova anche il famoso complesso megalitico di Carnac, che conta oltre 3.000 menhir e dolmen perfettamente allineati: uno dei siti più ampi al mondo, ma di cui ancora poco si conosce circa l’effettiva funzione.

Oltre a trovarsi in prossimità del punto in cui la corrente atlantica piega su se stessa, permettendo di raggiungere agevolmente l’America del Nord, il golfo di Auray è noto per aver accolto nel 1776 lo scienziato americano Benjiamin Franklin, futuro inventore del parafulmine e qui attirato anche dallo studio della peculiare meteorologia bretone – © Alberto Caspani

La posa di questi veri e propri giganti di pietra viene fatta risalire almeno al 5000 a.C., lasciando supporre un uso che mette in correlazione le caratteristiche fisiche del paesaggio e il funzionamento elettro-chimico del cervello, secondo la brillante argomentazione presentata dagli archeologi David Lewis-Williams e David Pearce nell’opera “Inside the Neolithic Mind”. Grazie agli studi di geobiologia del dipartimento di Scienze planetarie dell’Università di Harvard, unitamente alle scoperte dell’archeoastronomia, dolmen e menhir segnalerebbero campi d’influenza elettro-magnetica, dipendenti dai cicli lunari delle maree. Tecnologia preistorica che non solo avrebbe potuto fungere da calendario per predire i movimenti delle acque e ottimizzare i cicli agricoli, ma anche agevolare effetti di riequilibrio energetico sul corpo umano. Non a caso, per secoli, le grandi pietre degli allineamenti sono state utilizzate dagli abitanti bretoni come efficaci rimedi per curare disturbi della salute, o addirittura per favorire la fertilità. Se è vero che la vita ha preso avvio dall’acqua, in futuro la “Bretagna Blu” potrebbe allora aiutarci a comprendere un significato di sostenibilità ambientale ancor più vasto e profondo delle meraviglie degli oceani.

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