Altre Economie

Bravi, buoni, equi

Sempre più spazio per l’economia solidale nel mondo scout. Che con la sua struttura sul territorio, è l’ideale per fare rete. L’esempio dei ragazzi di Roma

Tratto da Altreconomia 126 — Aprile 2011

Matteo e Francesco sono due rover dell’Agesci Roma 72. Hanno 17 e 18 anni, portano spesso le braghe corte ed un fazzolettone arrotolato sul collo di una camicia azzurra, strapiena di patacche. Se non sapete cosa sono i rover significa che non avete mai avuto a che fare nemmeno con lupetti e coccinelle (dagli 8 agli 11 anni), o con esploratori e guide (dai 12 ai 16 anni), cioè con gli scout.

I rover sono gli scout più grandi, quelli vicini alla fine del percorso educativo. Nell’immaginario popolare i boyscout sono quei ragazzi che passano il loro tempo a far buone azioni e vivendo nei boschi, in un campo estivo attrezzato con tende e costruzioni di fortuna. Affermazione vera di per sé, ma piuttosto inadatta a rendere l’idea di un popolo di 155mila ragazzini dagli 8 ai 19 anni che vivono in media cinque settimane all’anno (tra campi estivi, invernali ed uscite dedicate) fuori casa, autonomi nei pasti e nella scelta delle  attrezzature; per quel che importa qui, gli scout sono quindi anche consumatori. Matteo e Francesco vivono vicino alla parrocchia San Giuseppe a Nomentana e fino a 10 mesi fa di economia solidale ne sapevano ben poco. Nell’inverno 2009, stuzzicati dalle famiglie, decidono però di proporre al loro Capo Clan (il gruppo dei loro coetanei, in lingua scoutese) un’attività sul consumo critico che li porta a  scoprire e conoscere un mondo che li affascina e che sentono istintivamente molto vicino. “Ci è venuto subito da pensare -dice Matteo- ai rifornimenti dei campi; ci siamo chiesti perché non venissero fatti secondo i principi descritti dai tanti libri che avevamo letto, o dai tanti relatori dei convegni a cui pure l’Agesci (l’Associazione delle guide e degli scout cattolici italiani, vedi pagina 24) ci aveva fatto  partecipare. Ci pareva cioè che il tema del consumo critico fosse genericamente apprezzato, ma    difficilmente sostenuto con scelte vere, quotidiane”. Perchè pure per gli scout vale che ognuno è libero di costruirsi  un personale equilibrio tra aspirazioni ideali e quotidiano, ma quando le scelte si fanno collettive ci si  ferma spesso di fronte all’alibi che un consumo più socialmente responsabile sarebbe bello, ma è troppo costoso.

Forse negli scout ancor più che altrove, perché la proposta educativa nasce specificatamente per essere adatta a tutte le tasche, specie per le più povere. A differenza dei molti altri che prima di loro avevano affrontato il problema, i ragazzi del Nomentano non si sono accontentati: “Abbiamo dapprima raccolto i costi dei prodotti ‘etici’ e biologici, e poi li abbiamo confrontati con quelli  che più spesso venivano acquistati nei discount o nei grandi magazzini”. E hanno capito che con soli  4,27 euro in più per ogni “quota” (la cifra richiesta ai genitori per il campo estivo) si poteva realizzare un  menù equo e solidale, biologico e amico dell’economia locale, laziale per la precisione. Aggiungendo 5 euro a testa alla spesa di un campo di 15 giorni (che ne costa mediamente 150), quindi, si potevano  sostituire la pasta a basso costo, i pelati del discount, la crema spalmabile. E così via con zucchero di canna, caffè e cacao solubile per le colazioni. Nemmeno a farlo apposta il primo contatto che trovano nella loro ricerca è quello con uno scout, Simone, che lavora a Pangea Niente Troppo, la cooperativa del  commercio equo e solidale di Roma; Simone dice loro che per gli ordini superiori ai 250 euro  avrebbe potuto gestire il rapporto come con un vero e proprio gruppo d’acquisto, per i quali applicava uno sconto medio del 20%.

Lo stesso promettono quelli di Iris, la cooperativa del cremonese che produce pasta e pelati bio. “Quando abbiamo cominciato -ci dice Francesco- non avremmo mai    immaginato che saremmo arrivati a tanto, sembrava quasi che gli scout di Roma non aspettassero che  la nostra idea per spostarsi sul commercio equo e solidale. Era la cosa giusta da fare”. Per questo si  sono inventati “Cambuse Critiche” (http://cambusecritiche.blogspot.com): per fare in modo che gli ordini di spesa dei tanti scout con cui erano in contatto fossero raccolti, organizzati e spostati sul consumo  critico. “Cambuse” perché così si chiamano i rifornimenti che si fanno prima di partire per un “campo”.  La figura chiave diventa allora quella del “cambusiere”, la persona -spesso un genitore o un ex scout- che materialmente si occupa delle scelte alimentari dei campi, e assieme a questo anche della loro gestione logistica ed economica. “Cambuse critiche è un progetto molto semplice -ci dice Francesco- che parte anzitutto dalla consapevolezza della nostra forza di cittadini e consumatori. Durante l’inverno avevamo letto Il capitale delle relazioni pubblicato da Altreconomia e del funzionamento dei gruppi d’acquisto solidali, e ci è venuto spontaneo pensare che i nostri numeri potessero essere utili anche per avere migliori condizioni nell’acquisto di prodotti del commercio responsabile. Serviva solo   qualcuno che facesse da coordinatore degli ordini e si relazionasse coi fornitori. Abbiamo cominciato spargendo la voce ai gruppi vicini, abbiamo chiesto gli indirizzi e-mail di quelli cittadini e abbiamo scritto un articolo di presentazione per la rivista degli scout laziali”.

Rispondono 11 gruppi di Roma per un totale di 16 unità, più o meno 500 persone. A loro propongono un listino di offerte e da loro raccolgono gli ordini. Con questo elenco si presentano ai produttori, dai quali strappano condizioni in linea con quelle di un supermercato. Così -nel corso dell’estate 2010- lavorando solo su relazioni dirette, i ragazzi  del Roma 72 hanno comprato e venduto 625 chili di pasta, 120 chili di pelati, 40 rotoli di carta riciclata, 43 chili di cioccolata spalmabile del commercio equo, 20 chili di patate del progetto “Io non assumo in nero” di Cassibile, 60 chili di biscotti, 9 di caffè, 20 di marmellata, 35 chili di riso dell’Ecuador, e 7 di cous cous della Palestina. Ma i numeri forse non rendono l’idea: stiamo parlando di un gruppo di 17enni che studia le offerte sul mercato, si organizza per raccogliere gli ordini nel gruppo e in quelli vicini, richiede i prodotti, segue la spedizione e riceve i camion in sede. Mette su carta e su social network l’elenco dei turni per coprire i vari giorni della consegna, scarica i bancali, li mette in magazzino e li distribuisce ai “clienti”. E intanto studiano per la maturità. Nel complesso 2.200 euro di  fatturato: “Una cifra significativa, certo, ma era poco più di un esperimento”.

A dicembre decidono quindi di rilanciare e lavorano per aprire una vetrina ufficiale sul blog (con tanto di descrizione dei   prodotti, listino scaricabile e tabella per il calcolo del risparmio applicabile ad ogni merce disponibile).  Poi promuovono la loro idea ai convegni e alle assemblee dei capi della zona di Roma e della Regione Lazio, vanno a fare i volontari alla fiera “Quattro Passi” di Treviso e partecipano a una sessione formativa di un campo per adulti in servizio (Cfa, in gergo) vicino a Napoli. “Ci sembrava incredibile che nessuno prima di noi avesse avuto un’idea così semplice, eravamo alla ricerca di esperienze simili, con le quali  metterci in rete”. Scoprono così che moltissimi gruppi, sul territorio che provano ad introdurre elementi di consumo critico nella loro spesa, “ma al 90% sono occasioni di contaminazione pagate ad altissimo prezzo: gruppi che boicottano certe aziende indicate dai manuali disponibili nelle botteghe del mondo, altri che comprano solo saponi biologici per non inquinare i fiumi, altri ancora che acquistano la cioccolata spalmabile del commercio equo e così via. Cambuse critiche va ben oltre: non è una scelta individuale, ma collettiva”. “Siamo convinti che l’elenco della spesa debba avere la stessa dignità che   ogni capo scout normalmente assegna, ad esempio, alla morfologia del terreno per l’accantonamento,  o alla presenza di pascoli vicini da non disturbare, così come alla raccolta differenziata dei rifiuti, o alla  legislazione che regola il soggiorno all’aperto nelle zone che attraversano. Certo serve un po’ di  preavviso, ma non si tratta di ordinare la pasta per il campo estivo a gennaio, solo di avere un’idea di  massima, un progetto di sviluppo. Se cresci imparando a memoria che il tuo scopo è ‘lasciare il mondo un po’ migliore di come lo hai trovato’ non puoi permetterti di non considerare il peso che l’economia ha in questo compito. Abbiamo spesso raccolto denaro per le adozioni di bambini a distanza, ma  quest’anno facendo consumo critico permettiamoai loro padri di lavorare. Non facciamo beneficienza, ma economia. Con soldi che comunque avremmo speso: ci è parso di poterli quasi raddoppiare”.

Ad oggi 77 unità -soprattutto di Roma e del Lazio- si sono dette interessate al progetto 2011 di “Cambuse Critiche” e solo negli ordinativi i ragazzi del Roma 72 hanno già replicato il fatturato dello scorso anno. Un altro piccolo successo è stato il Convegno regionale del Lazio del gennaio 2011 (l’incontro annuale  di tutti gli adulti in servizio educativo, una due giorni di discussioni e progettazione sul metodo) che per  la prima volta si è servito di un menù “critico”. Grazie all’insistenza di Matteo, Francesco e dei loro 15 compagni, 450 capi educatori hanno mangiato pasta con il sugo bio, salsiccie di maialino nero reatino  e arance siciliane. E hanno speso meno dell’anno precedente, quando il menù era stato fatto al   ribasso. “Che fare pasti critici non fosse più costoso del normale lo sapevamo, ma che fosse addirittura conveniente non ce lo aspettavamo proprio. Nel frattempo Matteo si è iscritto ad Economia ed è sempre più convinto che “il futuro di ‘Cambuse Critiche’ è nell’ampliamento dell’offerta e nel sostegno  finanziario: molto spesso i fornitori ci chiedono anticipi che non sappiamo come pagare, quindi ci  stiamo preparando ad aprire un conto corrente in Banca Etica, anche per gestire l’eventuale  allargamento del progetto. Abbiamo chiesto alla Regione di ospitare l’arrivo degli ordini e ci han già  detto che sono disponibili. Chissà poi magari questa cosa diventerà ufficiale, ma per ora la cosa  migliore è che molti altri gruppi si organizzino per fare la stessa cosa che abbiamo fatto noi”. Qualche  settimana fa hanno anche costituito un Gas parrocchiale. Alla fine è bastato darsi un nome, l’economia  reale c’era già tutta.

 

DAI CAPPELLI AL FIORDALISO
I “lupetti” italiani possono indossare cappellini frutto di una filiera “etica”. Grazie ad un accordo internazionale tra la comunità di Capodarco e la Caritas di Campulung, a Nord di Bucarest, nella sartoria locale lavorano una trentina di ragazze che hanno imparato a confezionare i tipici cappellini a zuccotto dopo un corso tenuto da maestri italiani della Sorbatti (di Montappone, Fermo), ditta leader nel mondo per la produzione dei cappelli.

La cooperativa sociale Next Trade li importerà in Italia e l’associazione “L’Arcobaleno” di Fermo li stoccherà in attesa che i bambini dagli 8 agli 11 anni richiedano il loro. Dal settembre 2010 ne sono stati già realizzati e distribuiti in Italia circa 12mila. La capofila del progetto è la cooperativa Fiordaliso, che è il braccio produttivo e commerciale dell’Agesci. Nata nel 2001, la Fiordaliso sceglie, realizza e  propone il materiale che serve agli scout. Ne fanno parte l’Associazione e le 17 cooperative regionali  che ne vendono i prodotti attraverso i 40 punti vendita. Muove un fatturato di circa 8 milioni di euro l’anno, con acquisti di quasi 4. È anche la casa editrice ufficiale del sistema, per conto del quale stampa 800mila copie di riviste periodiche e pubblica 26 libri l’anno. Per questo è depositaria del marchio “scout tech”, un certificato di autenticità applicato a tutti i capi dell’uniforme e agli accessori a cui è riconosciuto il valore di “Oeko Text” (contro l’uso di sostanze tossiche nella filatura e nella confezione) e che si sta adeguando agli standard della Sa8000 (il codice per il rispetto aziendale della responsabilità sociale). Da anni lo scoutismo è impegnato in progetti che recuperino il solco profondo tra attività scout e vita di tutti i giorni. Tutto cominciò grazie ad un lavoro prodotto tra il 1997 ed il 2001 quando il gruppo di lavoro “Laboriosi ed economi” ispirò le “Linee guida per un’economia al servizio dell’educazione”. All’interno (lo trovate sul sito di Agesci o su quello di Altreconomia) è scritto per la prima volta in modo netto che il punto di vista scout sull’economia deve essere coerente con gli insegnamenti della legge e del Vangelo.

Che l’economia cioè sia un campo di applicazione del metodo. Gli scout italiani si distinguono nel panorama europeo e mondiale per essere tra i più sensibili ai temi della sobrietà e della solidarietà: sono tra i fondatori di Banca Etica, fanno parte del consiglio di Fair Trade Italia, hanno aderito al lavoro del Comitato referendario “Due sì per l’acqua bene comune”, sono i veri animatori della Marcia  per la Pace di Assisi e di quella della legalità di Libera, di cui molti di loro sono pure volontari. E infatti i  gruppi locali -che possono arrivare anche a 200 persone e sono molto legati al territorio in cui  vivono sperimentano spesso incursioni nel campo dell’economia solidale attraverso attività di   sensibilizzazione e animazione su questi temi. “Ma non lo raccontano quasi a nessuno -ci dice Marco Ghiberti, già coordinatore del gruppo di lavoro Laboriosi ed economi-, non si mettono in rete e ogni volta che si prova a mappare questa sensibilità sembra quasi che sia un di più, qualcosa che va oltre il loro specifico, un extra al loro impegno già intenso”.

 

FEDERAZIONE SCOUT
In Italia lo scoutismo si chiama Federazione italiana degli scout, l’unica autorizzata dall’ufficio mondiale  dello scoutismo di Ginevra. Ne fanno parte l’Agesci (Associazione guide e scout cattolici italiani, circa  180mila iscritti) e il Cngei (Corpo nazionale giovani esploratori italiani, circa 12mila iscritti), l’una d’ispirazione cattolica, laica l’altra. Nel mondo ci sono oltre 38 milioni di scout, in 216 Paesi. In Italia  sono per lo più appartenenti all’Agesci che ha oltre 143mila soci in 2.000 gruppi in tutt’Italia,  accompagnati da 32mila adulti in servizio.

L’Agesci ha una struttura fortemente federale. Ci sono i  gruppi (parrocchiali o cittadini, in base alle dimensioni delle città), le zone, le regioni e il nazionale; quasi tutte sono inquadrate nella Legge 383 del 2000 sulle associazioni di promozione sociale e vengono gestite  da strutture essenziali e autofinanziate. Tassando i censiti con 34 euro l’anno, l’Agesci muove un  fatturato di 5,5 milioni, che usa per le assicurazioni, le attività di formazione, comunicazione interna e per  le spese di segreteria e di coordinamento.

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