Esteri / Attualità

Brasile, così le élite finanziarie hanno rovesciato Dilma Rousseff

Il 25 agosto si terrà la sessione finale del Senato brasiliano sulla destituzione della presidente Dilma Rousseff. Nel maggio scorso, la presidente della Repubblica -al secondo mandato- è stata sospesa dall’incarico e messa in stato d’accusa. Ecco chi ha organizzato e sostenuto la sua caduta, tra politici sotto inchiesta e lobbisti

Tratto da Altreconomia 183 — Giugno 2016

Orientarsi tra le contrastanti ricostruzioni della crisi politica brasiliana e della rimozione forzata della sua presidente -Dilma Rousseff, rieletta non più tardi di 19 mesi fa con 54 milioni di voti-, è un compito tutt’altro che semplice per un osservatore esterno. Eppure, per comprendere a pieno quel che è accaduto, e sta accadendo, nel Paese, in tutta la sua natura assolutamente antidemocratica, è sufficiente dare un’occhiata alla persona che le oligarchie del Brasile, e i loro mezzi di comunicazione, hanno cercato e stanno cercando di insediare alla presidenza. Si tratta del vicepresidente Michel Temer (presidente del Partido do Movimento Democrático Brasileiro, PDMB, fino al 5 aprile 2016, ndt), già coinvolto in affari di corruzione, profondamente impopolare e asservito alle lobby. Questo permette di chiarire quel che è in atto, e rende evidente perché il mondo intero dovrebbe esserne profondamente turbato.

Il capo della redazione brasiliana del New York Times, Simon Romero, ha intervistato Temer a fine aprile, a Rio De Janeiro, e questo è lo splendido attacco del suo articolo: “Secondo un sondaggio recente, solo il 2% dei brasiliani sarebbe orientato a votare per lui. È finito sotto inchiesta per una testimonianza che lo coinvolge in un colossale affare di corruzione e mazzette. E un’alta corte ha stabilito che il Congresso debba prendere in considerazione l’ipotesi di un procedimento di messa in stato d’accusa contro di lui. Michel Temer, vice presidente del Brasile, si sta preparando a prendere il timone del Paese il prossimo mese, quando il Senato sarà chiamato a decidere se mettere sotto processo l’attuale presidente, Dilma Rousseff”.
Chi potrebbe mai ragionevolmente pensare che a guidare l’impegno delle élite contro Dilma vi sia una spinta anticorruzione quando proprio queste ultime stanno facendo accomodare sullo scranno della presidenza un uomo accusato di corruzione -peraltro in maniera ben più grave e seria della presidente sospesa-? È una farsa, evidentemente. Ma c’è dell’altro, ed è ancora peggio.
Si tratta della figura che sta in terza fila per la presidenza, appena dietro a Temer, raffigurata come spudoratamente corrotta: è il fervente evangelico ed ex presidente della Camera Eduardo Cunha (è stato rimosso a maggio perché accusato di corruzione, ndt). È colui che ha coordinato in prima persona il procedimento di impeachment, sebbene lo scorso anno abbia spostato  milioni di dollari di tangenti in conti correnti di una banca svizzera, dopo aver mentito al Congresso negando di detenere qualunque tipo di deposito presso istituti di credito stranieri. Quando Romero ha chiesto a Temer la sua opinione in merito a Cunha e il suo giudizio una volta preso il potere, questi ha risposto che “il signor Temer ha difeso se stesso e i principali alleati che sono sottoposti a una tempesta di accuse. Ha espresso inoltre sostegno a Eduardo Cunha aggiungendo che non avrebbe chiesto le sue dimissioni. Il signor Cunha (ha affermato Temer prima delle dimissioni forzate dell’interessato, ndt) sarà il prossimo in lizza per la presidenza qualora il signor Temer dovesse farsi da parte”.
Tutto ciò dimostra la sostanza della truffa di massa messa in piedi in Brasile. Come ha scritto in un suo editoriale sul Guardian dello scorso 22 aprile il mio compagno, David Miranda, “è divenuto evidente oggi come la corruzione non sia affatto la causa del tentativo di rimozione forzata della due volte eletta presidente; quanto, piuttosto, il mero pretesto”. In tutta risposta, le alte sfere dei media brasiliani -come peraltro ha già fatto Temer- sosterranno che, una volta posta sotto accusa Dilma, tutti gli altri politici corrotti patiranno la stessa sorte. Sanno perfettamente che tutto questo è falso, e l’incredibile sostegno manifestato da Temer nei confronti di Cunha ne è la plastica dimostrazione.
Non a caso, le notizie di questi giorni hanno dato conto dell’intenzione di Temer di insediare quale procuratore generale -un ruolo chiave a livello governativo riguardo all’inchiesta sulla corruzione- un uomo politico fortemente sostenuto da Cunha. Come ha spiegato Miranda, “Il vero piano che sta dietro all’impeachment di Rousseff è porre fine all’indagine in corso, coprendo la corruzione e lasciandola impunita”.
E c’è un altro movente fondamentale che sta alla base di tutto questo. Guardate chi si appresta a prendere il controllo dell’economia e delle finanze del Brasile, una volta che l’elezione di Dilma sarà annullata. Ai primi di aprile, l’agenzia di stampa Reuters ha dato conto del fatto che la prima scelta di Temer alla guida della Banca centrale fosse il capo della banca d’affari Goldman Sachs in Brasile, Paulo Leme. Un’indiscrezione che si aggiunge alla promessa fatta dallo stesso Temer di condannare all’austerità la già sofferente popolazione del Brasile,  “ridimensionando il governo” e “tagliando la spesa” (Il Sole 24 Ore, quando Rousseff è stata sospesa, ha titolato “Brasile, scatta l’ora delle riforme”, ndt).
Durante una conferenza tenutasi a metà aprile con la banca JP Morgan, l’amministratore delegato del “Banco Latinoamericano de Comercio Exterior SA”, Rubens Amaral, ha esplicitamente definito l’impeachment di Dilma come “uno dei primi passi verso la normalizzazione del Brasile”, sostenendo che se il nuovo governo guidato da Temer dovesse implementare quelle “riforme strutturali” che la comunità finanziaria desidera, “ci saranno sicuramente delle opportunità”. Ecco, le notizie sui prediletti di Temer -e dei plutocrati di cui si circonda- fanno intendere che i propositi del signor Amaral saranno soddisfatti.
Nel frattempo, le testate giornalistiche del gruppo “Globo”, media brasiliano che domina il settore, come Abril (Veja) o Estadão, si sono mosse (virtualmente) all’unisono a sostegno dell’impeachment, senza ospitare alcuna opinione in dissenso; del resto, si sono impegnati fin dall’inizio a incitare le proteste di piazza.
Che cosa dimostra tutto questo? Lo scorso 21 aprile, l’organizzazione internazionale “Reporter senza frontiere” ha pubblicato la sua Press Freedom Rankings 2016, offrendo una sorta di classifica dei Paesi per libertà di stampa. Il Brasile si è ritrovato alla 103esima posizione a livello mondiale, a causa, tra le altre cose, non solo della violenza contro i giornalisti, ma anche di un altro elemento, determinante: “La proprietà dei media continua ad essere concentrata -si legge nel report- soprattutto nelle mani delle grandi famiglie industriali che sono spesso vicine alla classe politica”. Non è forse cristallino quel che sta accadendo?
Dunque, per riassumere: le élite finanziarie e i media brasiliani più influenti hanno fatto credere che la corruzione fosse la ragione della rimozione della presidente -due volte eletta democraticamente, attenzione-, quando in realtà hanno cospirato per insediare e rafforzare alcuni tra gli esponenti politici più corrotti del Paese. Gli oligarchi brasiliani sono riusciti a rimuovere dal potere un governo moderatamente di sinistra che ha vinto ben quattro elezioni nel nome dei diritti dei più poveri del Brasile, e hanno letteralmente consegnato il controllo dell’economia brasiliana (la settima del mondo) a Goldman Sachs e ai lobbisti dell’industria bancaria. La truffa che è stata perpetrata è tanto palese quanto devastante. Si tratta della stessa formula praticata più volte in tutto il mondo, in particolare in America Latina, quando una risicata élite scatena una guerra di conservazione ai fondamenti della democrazia. Il Brasile, il quinto Paese più popoloso del mondo, ha rappresentato l’esempio ispiratore di come una giovane democrazia possa maturare e quindi crescere. Oggi, però, le istituzioni democratiche e i principi sono vittima di un’aggressione diffusa da parte di quelle stesse fazioni finanziarie e media che nel 1964 soppressero la democrazia e imposero la tirannia per decenni.

* Glenn Greenwald è nato a New York nel 1967. È un giornalista, scrittore e avvocato americano specializzato in diritti e libertà civili. Nell’aprile 2014, insieme al quotidiano “the Guardian”, ha vinto il premio Pulitzer per aver raccontato i programmi di sorveglianza di massa rivelati da Edward Snowden nel giugno 2013. Ha fondato la testata online The Intercept_ (theintercept.com), edita da First Look Media. Greenwald -che non ha esitato a evidenziare i limiti di Dilma Rousseff e del suo partito, nonché le responsabilità in materia di corruzione- ha vissuto a Rio de Janeiro per 11 anni

Traduzione a cura di Duccio Facchini

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