Altre Economie

Beni mafiosi, una confisca a metà

Un segnale della presenza criminale al Nord sono gli oltre seicento immobili sequestrati nella sola Lombardia. Ecco che fine hanno fatto Villa Azzura, andrà all’asta. La casa di riposo di Borgoforte (Mantova), costruita con i soldi dell’imprenditore Luigi Faldetta, il…

Tratto da Altreconomia 114 — Marzo 2010

Un segnale della presenza criminale al Nord sono gli oltre seicento immobili sequestrati nella sola Lombardia. Ecco che fine hanno fatto

Villa Azzura, andrà all’asta. La casa di riposo di Borgoforte (Mantova), costruita con i soldi dell’imprenditore Luigi Faldetta, il ragioniere del boss Pippo Calò, confiscata nel 2007, dovrà essere venduta. Così ha deciso il 27 gennaio scorso il prefetto Giuseppe Oneri. Con una missiva di tre pagine ha disposto che Villa Azzurra resti nelle mani del Demanio per essere alienata. Gli enti locali si erano candidati per poterla avere assegnata. Nulla da fare. Il bene della mafia, una volta messo all’asta, rischia di essere ricomprato, attraverso dei prestanome, dagli stessi clan. Il “mandante” di questa operazione è l’Aula del Senato. Il 13 novembre scorso, com’è noto, è stato approvato a maggioranza il provvedimento che introduce la possibilità di vendere i beni confiscati alla criminalità mafiosa (emendamento proposto da Maurizio Saia, Pdl).
La nuova norma stabilisce che una volta passati 90 giorni -quelli che per legge devono intercorrere tra la data della confisca e quella dell’assegnazione-, i beni non assegnati possano essere venduti. In Lombardia cento immobili, tra appartamenti, garage, capannoni e terreni, ancora oggi nelle mani dell’Agenzia del demanio, rischiano di finire nel forziere dei boss, che al Nord hanno investito i soldi in immobili e aziende. La mafia nella terra dei Longobardi ha messo le radici. Basti pensare che su 8.933 beni immobili confiscati in Italia, la Lombardia, con 624, si aggiudica il quinto posto nella classifica, dopo Sicilia, Calabria, Campania e Puglia. Un dato che abbiamo toccato con mano in questo viaggio tra ville, appartamenti, capannoni e box auto. 
Dal 1996, con l’approvazione della legge 106 -promossa da “Libera, associazioni, nomi e numeri contro le mafie”, grazie a un milione di firme raccolte in tutt’Italia- i beni sequestrati a Cosa nostra, alla ‘ndrangheta, alla stidda possono tornare nelle mani della società grazie alla confisca e alla loro assegnazione. È un processo lungo che comporta diversi passaggi: sequestro, destinazione del bene, consegna. E poi, in molti casi, la ristrutturazione. Qui la catena si blocca, non tutti hanno la fortuna di trovare i soldi necessari. In Lombardia, secondo i dati del Demanio (aggiornati al 30 giugno scorso), 518 beni (su 624) sono stati destinati e assegnati ai Comuni, ad associazioni o istituzioni statali (Forze dell’ordine, Guardia Forestale, Archivio di Stato etc); in sei casi, le chiavi sono pronte ma i beni non possono essere consegnati agli enti individuati; cento sono ancora del Demanio.
Ogni provincia è interessata (vedi tabella a fianco). Ci sono beni confiscati nel paese più piccolo delle valli bergamasche e nella pianura cremonese. E molti, ovviamente, Milano “da bere”. I dati sulla carta non mancano, ma è più difficile capire che fine hanno fatto questi beni: come sono ridotti, quanti soldi hanno speso le amministrazioni comunali per renderli agibili, quali sono ancora inaccessibili a causa della mancanza di finanziamenti, quali sono i tempi tra il sequestro e l’assegnazione.
Stendiamo la mappa della Lombardia sul tavolo, pennarello rosso alla mano. Il tour tra gli appartamenti dei boss inizia tra i comuni dell’hinterland di Milano, dove sono stati tolti alle “famigghie” 409 immobili. Siamo a Corsico. Qui i boss facevano affari in un bar-pizzeria in via Sant’Adele. Dal 2004, dopo due anni di pratiche, 400 soci dell’Auser hanno preso il locale. Quaranta anziani al giorno vengono a dipingere, a cucinare, a fare decoupage. A Paderno Dugnano è il Club Alpino Italiano ad aver messo piede nella villa abitata dagli uomini di Cosa Nostra: dal 1 aprile 2003, 104 metri quadrati e altri 21 di box auto servono a far lezioni sulle montagne ai milanesi. A Senago tra le antiche residenze signorili di Villa Corbella e Villa Borromeo, c’è una villa meno nobile, sequestrata il 18 marzo del 2003, confiscata 3 anni dopo e destinata al Comune solo nel giugno 2008. L’idea dell’amministrazione è quella di farci un micronido, ma mancano i finanziamenti per ristrutturarla. Il Comune ha già dovuto farsi carico delle spese per l’estinzione di un’ipoteca che gravava sul bene. Senago, come altre amministrazioni lombarde, ha partecipato al bando della Regione per l’assegnazione di contributi per il recupero e l’utilizzo a fini sociali dei beni confiscati alla mafia.
Dieci anni ci sono voluti invece, a Corsico, per riprendere l’ex minimarket confiscato alla mafia nel 1991. Ogni settimana questo spazio è frequentato da 30 persone che hanno dato vita ad un club composto da genitori, familiari e operatori che si occupano di persone con disagio psichico.
La criminalità organizzata ha messo casa anche tra il lago d’Iseo e il Garda. Nella sola Leonessa d’Italia, Brescia, si contano 19 beni confiscati. Il comitato di Libera, grazie all’impegno di Rita Camisaschi e Elena Palladino, ha fatto una fotografia della stato degli immobili. Un giro in città aiuta a comprendere meglio di ogni altro dato che i problemi, quando si parla di appartamenti tolti alla mafia, non mancano. A due passi dalla Stazione Fs, in via Corsica, tutti ricordano un albergo a ore noto fin dai tempi delle “marchette”: 500 metri quadrati assegnati al Comune che però non ha i finanziamenti per rimettere mano alla struttura. “Non basteranno 800mila euro”, spiega Elena. Stessa sorte per un terreno in via Ghislandi: 600 metri quadrati tolti a Gian Carlo Rossini, figura di spicco nel mondo della droga, uno degli eredi di Raffaele Cutolo, che aveva trascorso una parte della sua latitanza a Soiano del Lago (Bs). Oggi è tutto devastato. La recinzione è stata rubata. Dentro hanno trovato casa i senza tetto. In via Lamberti e in via del Sarto, invece, nei tre appartamenti a disposizione del Comune vivono ex detenuti, ex tossicodipendenti e famiglie in difficoltà che stanno seguendo un percorso di autonomia con i servizi sociali.
Ci spostiamo in provincia di Bergamo. In val Seriana e val Brembana, la criminalità organizzata si è radicata. A Suisio, un capannone e una villa sono stati confiscati a uno dei clan più potenti in Lombardia, quello di Franco Coco Trovato, uno dei capi di un’alleanza di ‘ndrine del milanese e del lecchese tra gli anni Ottanta e Novanta. Ma di immobili restituiti allo Stato ce ne sono a Berbenno in alta montagna, a Brembate, a Dalmine, a Foppolo, Lovere e Seriate. Libera Bergamo sta compiendo una ricognizione sullo stato dei beni.
Il viaggio continua. Altra provincia. Lecco. Nel capoluogo, tra i cinque beni confiscati c’è l’ex pizzeria “Wall Street” tolta a Eustina Musolino, moglie di Franco Coco Trovato.  Tra i tavoli, tutti conoscevano Franco, detto “o’ calabrese”, e lui tra una piazza capricciosa e l’altra, perfezionava giri di spaccio e di estorsioni. Il ristorante è stato acquisito dal Comune nel 2000, ma da dieci anni l’amministrazione non è riuscita a realizzare nell’immobile il progetto sociale ipotizzato . Servono soldi che il Comune non ha, e la struttura è rimasta in uno stato di degrado e abbandono. “La svolta sembra averla data lo scorso dicembre il Prefetto, proponendo all’amministrazione uno scambio di beni: l’ufficio del Governo cederà l’ex pizzeria ‘Giglio’ in via Ghislanzoni e un appartamento in cambio della ‘Wall Street’”, spiega Lorenzo Frigerio, referente regionale di Libera in Lombardia. A pochi chilometri di distanza Fabrizio Turba, primo cittadino di Canzo (Co), 5mila abitanti, ha investito 70mila euro circa per risistemare un appartamento confiscato per dare una risposta concreta a chi si trova in emergenza abitativa. Mentre a Trescore Cremasco, in provincia di Cremona, il sindaco Gian Carlo Ogliari aveva chiesto l’assegnazione della villetta in via Sant’Agata a fini sociali, ma il Demanio l’ha assegnata al corpo della Guardia forestale.
A Bruxelles, intanto, la Legge 109/96 fa scuola: “In Europa non esiste ancora una normativa che prevede l’utilizzo sociale dei beni confiscati, ma stiamo lavorando per asportare negli altri Paesi europei il nostro modello” spiega Rita Borsellino, europarlamentare e sorella del magistrato Paolo ucciso dalla mafia. Al termine del Consiglio dell’Unione europea dedicato ai temi della giustizia, convocato lo scorso dicembre, il commissario europeo per la Giustizia, Jacques Barrot, ha affermato l’importanza di includere nelle legislazioni europee l’uso sociale dei beni criminali. Qualche passo è già stato fatto in Germania. E per i boss che hanno investito soldi in immobili a Parigi o a Praga, i “giorni” sono contati.

"Libera Terra", scommessa vinta
Due milioni e mezzo di euro di fatturato. 900mila confezioni di pasta venduta. 300mila bottiglie di vino stappate. 100mila pacchetti di ceci e lenticchie. Altri 80mila di taralli. 50mila bottiglie di salsa. Ecco, in natura, il bilancio 2009 del Consorzio Libera Terra del Mediterraneo, che unisce le cooperative antimafia “Placido Rizzotto”, “Pio La Torre”, “Terre di Puglia” e l’azienda agricola Torrazza in amministrazione giudiziaria. I boss di Corleone e San Giuseppe Jato non avrebbero mai pensato che quel gruppo di giovani e quel prete di Torino, don Luigi Ciotti, sarebbero riusciti a creare un mercato destinato a cambiare le regole del gioco nelle terre di mafia. I giovani della “Placido Rizzotto”, con a capo il presidente Gian Luca Faraone, oggi amministratore anche del Consorzio Libera Terra Mediterraneo, iniziarono con 180 ettari. Non avevano neanche i mezzi agricoli per lavorare. Oggi possono contare su 300 ettari e un agriturismo che nell’ultimo anno ha registrato 5mila presenze. La criminalità organizzata è stata messa con le spalle al muro. La cooperativa dà lavoro a 30 persone. E ora, tra Piana degli Albanesi e Corleone, in contrada Gorgo del Drago, i ragazzi della “Pio La Torre” hanno realizzato un nuovo agriturismo. “In Sicilia Orientale, tra Siracusa e Catania, si sta formando un nuovo gruppo di giovani che lavoreranno su terreni tolti ai padrini di Cosa Nostra”, spiega Faraone soddisfatto. Intanto a Castelvetrano (Tp) padre Salvatore Lo Bue, prete-imprenditore, lavora con giovani tossicodipendenti sulle terre del numero uno di Cosa Nostra: il latitante Matteo Messina Denaro. Ogni anno producono 150 quintali circa di olio extravergine con l’etichetta “Libera”. La Sacra Corona Unita, invece, deve fare i conti dal 2008 con la cooperativa “Terre di Puglia”, che sui terreni confiscati nella zona di Mesagne, Torchiarolo e San Pietro Vernotico lavora 20 ettari a grano biologico e 30 di vigneto. L’economia pulita ha fatto strada anche in Calabria: dal 2004, nella Piana di Gioia Tauro, 60 ettari confiscati alla ‘ndrangheta, sono lavorati dai giovani della cooperativa “Valle del Marro”. A don Giuseppe Diana, il prete ucciso dalla camorra nel marzo del 1994, è stata dedicata la cooperativa nata in Campania. A dare una mano a queste realtà c’è Ctm Altromercato, che per ogni bottiglia di vino con il marchio Libera venduta nelle botteghe equo solidali, versa un euro per la costituzione di una nuova cooperativa sociale a Catania. Coop Adriatica (Emilia-Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo) da dicembre ha messo in vendita alle casse una “Carta solidale” (da 1 o 5 euro), per finanziare la cooperativa antimafia che nella Sicilia Orientale produrrà limoncello e marmellate di agrumi biologiche.

Il prete che fronteggia i boss
Intervista a Don Luigi Ciotti, fondatore di "Libera", promotore della legge sul riutilizzo sociale dei beni mafiosi

I parenti delle vittime di mafia lo chiamano semplicemente Luigi. Lui, don Ciotti (nella foto), il prete che ha fondato il “Gruppo Abele” a Torino, che ha dato vita il 25 marzo del 1995 a Libera, li conosce uno ad uno. Li ricorda ogni giorno attraverso l’impegno contro la criminalità organizzata. Quando parla in pubblico “pretende” silenzio. Non ha peli sulla lingua. Perché lui, il don, la mafia l’ha vista. Sa cosa significa inaugurare un agriturismo confiscato ai boss sotto i loro occhi. Non ha paura. E se ce l’ha l’affronta. Ha parlato nella piazza di Corleone con i figli di Riina che giravano attorno al palco in motorino. Vive sotto scorta, 24 ore su 24. Se ha qualcosa da dire a chi sta seduto al Parlamento non esita. E quando in Senato hanno introdotto un emendamento alla legge finanziaria che prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre mesi ha lanciato, un appello che fino ad oggi ha raccolto oltre 200mila firme.
Quale pericolo corriamo con l’introduzione, in Finanziaria, dell’emendamento che permetterà di vendere i beni confiscati?
Il pericolo concreto è che quei beni tornino nelle mani degli antichi proprietari. Già oggi circa il 30% è occupato abusivamente, il 36% gravato da ipoteche e un’altra significativa quota sottoposta a vincoli burocratici di vario tipo. Tutte situazioni che ostacolano e rallentano il processo di assegnazione e riutilizzo. Ma la risposta ai problemi non può essere la vendita, opzione da limitare a casi davvero eccezionali. Con le nuove norme, invece, tutti i beni non assegnati entro tre o al massimo sei mesi verranno messi all’asta, col rischio che i mafiosi stessi possano farsi avanti per riacquistarli. C’è un altro rischio, ed è anche più grave: quello di compromettere il senso di uno strumento come la legge 109/96, con tutti i percorsi che negli anni ha saputo innescare. Il rischio, insomma, di mettere da parte un’idea di antimafia che è responsabilità collettiva, come collettivi tornano ad essere i beni frutto di quei crimini. Un’antimafia che alle inchieste, agli arresti, ai processi, affianchi le politiche sociali, l’educazione, la costruzione di consapevolezza, coinvolgendo tutti i cittadini nella difesa dei loro diritti e della nostra democrazia.
L’emendamento introduce un ruolo importante per i prefetti, che avranno il compito di fornire ogni informazione utile per evitare che i beni tornino nelle mani dei mafiosi. Ma i prefetti saranno in grado di fare questo lavoro con dati reali e non inquinati?
In passato proprio alcuni prefetti hanno avuto un ruolo fondamentale nel tutelare i beni confiscati e promuovere il loro riutilizzo. Emblematico è il caso della Calcestruzzi Ericina, salvata dalle mire criminali grazie alla coraggiosa determinazione dell’allora prefetto di Trapani Fulvio Sodano, e oggi trasformata con l’impegno di tanti -associazioni, sindacati, cittadini, una banca- in una cooperativa gestita dagli stessi lavoratori. Una storia positiva, come ce ne sono state altre. Non è possibile affidare ai singoli amministratori, per quanto motivati e competenti, una responsabilità così delicata. Perché la capacità d’intimidazione e manipolazione delle mafie è enorme, come vasta è la rete di complicità su cui possono contare e i prestanome pronti a partecipare per loro alle aste pubbliche. Il problema non è tanto vigilare sulla vendita dei beni, ma evitarla quanto più possibile.
Tuttavia, anche tu e Libera avete chiesto più volte una rivisitazione del sistema normativo. Cosa va cambiato?
Serve un testo unico in materia di confisca, per superare lacune e incongruenze che ostacolano chi deve tradurre in pratica la legge. E bisogna potenziare gli strumenti per le indagini patrimoniali, lavorare per armonizzarli e renderli più efficaci anche a livello europeo. Va infine data concreta attuazione alla norma prevista nella  Finanziaria 2006 sulla confisca e l’uso sociale dei beni dei corrotti, anche alla luce degli ultimi dati della Corte dei Conti, che parlano di  un aumento del 229% delle denunce per corruzione nel 2009.
Oggi molti Comuni chiedono i beni a disposizione sul loro territorio, ma le Agenzie del demanio li affidano a forze dell’ordine piuttosto che all’Archivio di Stato. Com’e possibile canalizzare meglio la domanda e l’offerta?
L’Agenzia nazionale per i beni confiscati, la cui creazione è stata da poco annunciata, dovrebbe servire anche a questo. E, più in generale, a coordinare e rendere incisivo tutto il processo che va dal sequestro, alla destinazione, all’effettivo riutilizzo dei beni, sbloccando le situazioni difficili di cui parlavo prima. La stessa Agenzia dovrebbe inoltre riunire in sé varie competenze, anche in materia economica, per valutare i singoli casi e scegliere i progetti di riutilizzo davvero più utili alla società, quelli capaci di trasformare le ricchezze esclusive frutto d’illegalità e violenza in beni condivisi, pubblici, realtà che contribuiscono insieme al progresso morale, culturale, economico e civile del Paese.

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