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Balcani e interventi umanitari: l’utile contraddizione – Ae 26

Numero 26, marzo 2002Lidja è professoressa in un liceo, insegna scienze naturali. Vive a Berane, città nel nord del Montenegro e sta cercando casa. “No, non possiamo affittarti l'appartamento. No, nessun altro vuole viverci ma preferiamo aspettare”. Ma chi? “L'operatore…

Tratto da Altreconomia 26 — Marzo 2002

Numero 26, marzo 2002

Lidja è professoressa in un liceo, insegna scienze naturali. Vive a Berane, città nel nord del Montenegro e sta cercando casa. “No, non possiamo affittarti l'appartamento. No, nessun altro vuole viverci ma preferiamo aspettare”. Ma chi? “L'operatore umanitario, lo straniero”. Con gli affitti che sono disposti a pagare loro si guadagna il triplo rispetto ai prezzi locali e quindi vale la pena rischiare lasciando la casa sfitta. Intanto Lidja continua a cercare.

Berane è una realtà marginale per quanto riguarda l'impatto della presenza internazionale sulle economie dei territori nei quali si interviene per “portare aiuto”. Le organizzazioni non governative che vi operano, e che progressivamente se ne stanno andando, sono state sempre poche. Nonostante questo la loro presenza influenza notevolmente le dinamiche locali.

Che ruolo hanno avuto le ong in altre realtà dei Balcani, quali i risultati raggiunti, quale l'impatto degli aiuti?

Sono trascorsi dieci anni da quando l'ex-Jugoslavia ha incominciato a implodere ed ong, associazioni, enti locali -in particolare italiani- hanno profuso notevoli ed ingenti sforzi al di là dell'Adriatico. Non si è però ancora avviata, o solo in minima parte, una rilettura di ciò che questi dieci anni hanno significato.

Per trovare alcuni spunti di riflessione basta, rispetto a Berane, proseguire il nostro viaggio di meno di 70 chilometri. Passate le divise blu della polizia montenegrina e il più informale controllo dei militari italiani della Kfor si raggiunge Pec/Peja. Quando si entra in città si è già ai limiti di quell'ampia spianata che è il Kossovo. Corrugata solo da qualche collina.

All'indomani della fine dei bombardamenti della Nato e del caotico e rapido ritorno dei profughi albanesi nelle loro case nell'area di Pec/Peja operavano più di 60 organizzazioni non governative (per un territorio dove risiedono circa 150.000 persone).

Vi erano poi le agenzie internazionali, l'amministrazione Unmik alla quale l'Onu ha affidato il governo della regione e naturalmente il contingente militare internazionale della Kfor.

Una ricerca condotta da Silvia Pandini, del Consorzio Aaster di Milano, per conto dell'Università di Trento e dell'Osservatorio sui Balcani, ha cercato di “misurare” questa presenza, l'impatto dell'intervento internazionale.

Una delle prime considerazioni alle quali la lettura dei dati raccolti ci porta è quella della “volatilità” della presenza delle organizzazioni non governative. Sempre più esse si occupano di intervento umanitario e di emergenza, sempre meno di sviluppo.

Delle 24 organizzazioni che hanno risposto in merito a questa questione (i dati sono relativi allo scorso inverno) 5 avrebbero concluso l'attività nella primavera 2001 e le altre, ad esclusione di un solo caso, non erano in grado di dare indicazioni su quanto sarebbero rimaste ad operare in Kossovo. La loro presenza dipendeva infatti dalla “ghigliottina” dell'approvazione o meno di nuovi progetti da parte dei donatori. Un legame tra progettualità di breve e di lungo periodo quindi tutto da costruire.

Altri dati emblematici sono quelli riguardanti l'assunzione di personale locale. Tra il 1999 ed i primi mesi del 2001 circa 3.400 persone, nella sola Pec/Peja, hanno lavorato con la comunità internazionale. Una cifra rilevante se si considerano anche le distorsioni legate ad una politica salariale indiscriminata. Un medico locale assunto all'ospedale di Pec/Peja raggiunge i 300-350 marchi mensili mentre un locale assunto da una ong come autista, e quindi con qualifiche professionali nettamente più scarse, percepisce un salario che si attesta tra i 400 e gli 800 marchi tedeschi, a seconda dell'organizzazione per cui lavora.

Altri risultati interessanti sono emersi dalla mappatura delle spese relative agli uffici ed alle case di residenza del personale internazionale. Il 48% delle organizzazioni che hanno fornito una risposta paga un affitto compreso tra i 300 e i 2.000 DM mensili, il 29% sborsa tra i 2.000 e i 2.500, il 14% paga tra i 3.000 e i 4.000 DM mentre il 9% va dai 4.500 ai 6.000. Cifre esorbitanti rispetto all'andamento del mercato immobiliare locale. Tutti questi dati riguardano solo la “struttura” e non si è ancora entrati nella quantificazione delle risorse impiegate nei progetti. “Raccogliere informazioni su quest'ultimo aspetto è stata la cosa più difficile ed ho incontrato molta reticenza” afferma Silvia Pandini. “Strano, anche perché molte ong operano grazie a fondi stanziati da enti pubblici”.

Le 13 organizzazioni non governative che hanno permesso il trattamento dei propri dati hanno investito, nel periodo compreso tra l'estate-autunno 1999 e dicembre 2000, circa 33 miliardi di lire.

Emergono quindi chiaramente alcune problematiche. Tra le più rilevanti una presenza internazionale che rischia di falsare i punti di riferimento dell'economia locale con le risorse locali investite ad esempio per aprire ristoranti per “internazionali” che, se garantiscono nel breve periodo una certa redditività, certo non creano le basi per uno sviluppo sostenibile. Inoltre a volte si assiste al paradosso di dinamiche di competizione tra gli stessi operatori internazionali.

Un altro problema rilevante è quello della continuità data ai progetti. Una presenza dipendente totalmente dai grandi enti donatori certo non favorisce la presenza di progetti che si sviluppino su più anni. Dopo il Kossovo l'Afghanistan e dopo l'Afghanistan ci sarà sempre una nuova emergenza.

Questo non significa che il lavoro svolto è stato inutile. È vero ad esempio che a Pec/Peja quasi tutti gli albanesi che hanno fatto rientro dopo il tragico esodo hanno passato il primo inverno nelle proprie case grazie ad un'enorme sforzo di ricostruzione da parte della comunità internazionale. Pochi hanno dovuto cercar riparo in campi collettivi, di cui purtroppo la ex-Jugoslavia è ancora disseminata.

E in questi anni, non solo in Kossovo, sono stati decine di migliaia i volontari che si sono spesi percorrendo le molte vie dell'aiuto e della solidarietà materiali. Ugualmente a centinaia si devono contare le iniziative, i gemellaggi, i progetti avviati da comitati, associazioni, ong, sindacati, parrocchie e istituzioni diverse.

I flussi in denaro di questo ampio insieme di interventi possono essere stimati sull'ordine delle centinaia di miliardi di lire, ma se si valorizzassero tutte le prestazioni volontarie raggiungerebbero probabilmente anche le migliaia.

Questo però non deve far chiudere gli occhi sulle molte contraddizioni dell'intervento umanitario. Contraddizioni emerse palesemente forse più in Kossovo che in altre regioni dell'area balcanica, dove troppo spesso l'intervento umanitario è sembrato un vero e proprio “circo umanitario”, con una grande forza mediatica piuttosto che una effettiva capacità di influenzare la realtà in modo positivo.

La ricerca sulla città di Pec/Peja, così come quelle sulla presenza italiana in Macedonia o su Mostar, sono un primo passo dell'Osservatorio sui Balcani per stimolare un dibattito sui risultati raggiunti in questi dieci anni di cooperazione. È necessario che chi è stato intensamente impegnato ad organizzare camion di aiuti umanitari, a creare legami tra enti locali italiani ed enti locali in Bosnia, Serbia, Albania, a promuovere ed implementare progetti, a gestire campi d'accoglienza, a sviluppare azioni di diplomazia popolare, a sostenere profughi e rifugiati, si prenda il tempo di affrontare con sguardo critico dieci anni di presenza nei Balcani per proseguire con più forza, con un agire più consapevole.!!pagebreak!!

Una banca dati on line su attività e progetti
Dal 15 febbraio 2002 è disponibile on line Arco, una banca dati ideata dall'Osservatorio sui Balcani, che riunisce e riordina le attività e i progetti promossi negli ultimi anni da organizzazioni non governative, istituzioni e società civile.

Nato nell'ottobre del 2000 l'Osservatorio sui Balcani ha sede a Rovereto, in Trentino, e si propone di sostenere l'azione di cooperazione e diplomazia dal basso nel Sud-Est dell'Europa. L'Osservatorio fornisce strumenti per leggere la realtà (elaborazioni, analisi, ricerche) e strumenti per agire nella realtà del Sud-Est Europa (www.osservatoriobalcani.org). Dal 4 al 7 aprile sarà al centro dell'iniziativa Time for Peace-Time for Europe che si svolgerà a Sarajevo. Il 6 aprile cade infatti il decennale dell'inizio della guerra e dell'assedio alla città, ed il Comune di Sarajevo assieme all'Osservatorio e a Ics promuove una serie di iniziative pubbliche. Info. tel. 0464-42.42.30, oppure Ics tel. 06-85.35.50.81.

Mostar, quando l'aiuto divide
“Se l'obiettivo principale dell'amministrazione dell'Unione Europea, che dal luglio del 1994 al dicembre 1996 ha governato Mostar, era di riuscire a riunificare la città, questo obiettivo non è certo stato raggiunto”. Nonostante la ricostruzione del famoso ponte sul Neretva. Lo afferma Claudio Bazzocchi, responsabile dell'ufficio Ics a Mostar dal 1995 al 1998, in una ricerca curata per l'Osservatorio sui Balcani. C'è stato, secondo l'autore, un sostanziale errore nell'appoggiarsi esclusivamente alle élites nazionaliste per progettare la ricostruzione della città. L' obiettivo di queste ultime, infatti, era di mantenere Mostar divisa etnicamente. Non sono stati considerati invece la società civile e i leader emersi dalle difficoltà della guerra, che sarebbero stati più rappresentativi e con i quali si sarebbero gettate le fondamenta per una Mostar diversa dall'attuale.

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