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Attivismo digitale. I ribelli del copyright – Ae 31

Numero 31, settembre 2002Il vostro computer? Guardatelo con i virtuosi del software libero, come un sapere da condividere. Alla faccia di qualsiasi monopolio. Microsoft per esempio: se la pubblica amministrazione smettesse di usare i programmi di Bill Gates, passando a…

Tratto da Altreconomia 31 — Settembre 2002

Numero 31, settembre 2002

Il vostro computer? Guardatelo con i virtuosi del software libero, come un sapere da condividere. Alla faccia di qualsiasi monopolio. Microsoft per esempio: se la pubblica amministrazione smettesse di usare i programmi di Bill Gates, passando a Linux, risparmierebbe svariati milioni di euro. E non sarebbe più ricattabile. Un cambiamento che è prima di tutto un modo di pensare.

Se pensate che gli hacker siano i pirati informatici che diffondono i virus e rincorrono la vostra carta di credito su Internet, siete in errore. Chi commette crimini attraverso il computer, quelli sono un'altra cosa.

Gli hacker veri, sono innanzitutto degli entusiasti. Magari irriverenti. Appassionati, alla ricerca di soluzioni ai problemi informatici. Soddisfatti solo quando le trovano e le condividono con gli altri hacker. La Rete, quell'Internet che proprio gli hacker hanno fatto nascere, è il loro habitat. Della Rete (e delle libertà in Rete) gli hacker sono i pionieri.

Ecco, i tentativi di rinchiudere l'hacking in una definizione (o descrizione) finiscono qui. Meglio non cercare confini precisi. Gli hacker sono persone di ogni età, sesso, ceto sociale. Che di fronte a un computer sfoderano la passione e vestono i panni del “mestiere”. Perché l'hacking è un'attitudine: verso l'uso della macchina e verso la condivisione del sapere. Un'etica che rivendica l'accesso illimitato all'informazione e al sapere come diritto. Un modo di pensare e lavorare intriso di innovazione e virtuosismo tecnico.

Quello degli hacker è anche una forma raffinata di consumo critico, a più livelli. È rifiuto dei monopoli e della sudditanza alle grandi corporation, è rifiuto dell'essere considerati, anche nel campo dell'informatica, utenti-merce. È anche il tentativo di divenire attori non passivi della grande macchina dell'informazione. Gli hacker promuovono l'alfabetizzazione informatica, spingono all'utilizzo di software libero, fanno pressione anche sugli enti, soprattutto scuole e università, perché ne facciano uso. Vogliono una più equa distribuzione delle risorse, in termini di sapere, informazione, competenze e strumenti. Gli hacker si oppongono a un accesso riservato alla tecnologia, al fatto che il computer sia un mezzo complicato, non alla portata di tutti.

Un mondo, quello degli hacker, che nasce alla fine degli anni '50, in quel tempio della tecnologia che è il Mit (Massachussetts Institute of Technology), quando i pc ancora sono un sogno e le intuizioni dei giovani ricercatori un patrimonio da mettere in comune.

È allora che viene coniato il termine hacker: indica chi trova una soluzione brillante a un problema informatico. Ma indica anche la cooperazione e libertà di rielaborare e migliorare i prodotti intellettuali altrui (in primo luogo il software). È grazie a questo modo di lavorare che sono nati il primo personal computer e il web. O Linux, il sistema operativo alternativo a Windows, completamente libero, cresciuto col contributo di centinaia di persone.

È per questo che gli hacker si scagliano contro il monopolio di Microsoft. Non si tratta di un semplice boicottaggio, ma della decisa rivendicazione della libertà di diffondere le conoscenze a tutti i livelli, a favore di chiunque e per il beneficio di tutti, in primo luogo del sapere informatico. “Tutta la tecnologia al popolo”. O ancora ” Socializzare saperi senza fondare poteri”. Perché solo lo scambio di saperi libero è fautore della diffusione della tecnologia.

Quindi non parlate loro di copyright, di segreti industriali, di licenze d'uso. Vi risponderanno che la conoscenza appartiene a tutti, quindi deve essere libera.

Un atteggiamento, questo sì, che costituisce un grosso pericolo per i giganti dell'information technology, gelosi dei loro programmi e delle loro conoscenze esclusive. Sarà forse per questo che da anni è in atto una campagna di delegittimazione, che identifica gli hacker coi pirati informatici (che, proprio per evitare confusione, si dovrebbero invece chiamare cracker).

In Italia il fenomeno è piuttosto recente. Inizia con gli anni '90, ma una vera e propria comunità di hacker si forma dal 1997, quando il costo dei pc diminuisce, inizia il boom di Internet, le capacità e le conoscenze aumentano e si diffondono. È allora che nascono i primi gruppi, le prime e-zine (i periodici, per lo più on line, che si occupano di cultura hacker).

Resta impossibile dire quanti siano gli hacker in Italia. Anche perché nessuno può definirsi tale, ma solo essere riconosciuto come hacker dalla “comunità”.

È una piramide che per base ha una vasta fascia di interesse -migliaia di persone-, che si restringe in funzione delle competenze fino a una manciata di super esperti, che si dedicano al bug hunting (la caccia agli errori nei sistemi e nei software), o allo sviluppo di programmi. In mezzo numerosi hack lab, i laboratori (a volte solo virtuali) dove gli hacker si incontrano per scambiarsi file ed esperienze.

L'ultimo “Hackmeeting” italiano si è tenuto a giugno a Bologna, nello storico centro sociale che è il Teatro Polivalente Occupato (Tpo). In pochi giorni sono passati a centinaia. A entrarci non si sarebbe detto: nel cortile, sulla sinistra, un baretto, poco più in là una piscina con tanto di bagnanti. Dietro, un piccolo campeggio.

Ma i contenuti dell'incontro sono stati di altissimo livello. Tra i muri disadorni del Tpo, nei seminari tecnici si sono alternati ricercatori universitari e professionisti dell'informatica, oltre che semplici appassionati. E il cuore di tutto è stato, come ogni anno, il “lan space”, il laboratorio (al primo piano dell'edificio), dove ognuno ha potuto portare il proprio computer, collegarsi in una rete interna e condividere con altri i propri materiali informatici e le proprie capacità. Il senso: “Forzare la condivisione interna delle conoscenze. E forzare l'utilizzo di tecnologie e software liberi e non commerciali, come il sistema operativo Linux e gli altri programmi nati da queste filosofie”.

Nella confusione di cavi, processori, scheletri di personal computer, saldatori, birra e fumo, il lavoro frenetico di una passione non remunerata, competenze (a tratti davvero sbalorditive) coltivate con modalità tutt'altro che ortodosse: giocose, disordinate, slegate da orari o impegni professionali. L'esempio più clamoroso l'ha dato Richard Stallman, ex ricercatore al Mit di Boston, che oggi è considerato uno dei fondatori e ispiratori della comunità hacker. All'Hackmeeting di Bologna il guru Stallman si è presentato tra gli applausi vestito da Sant'Ignuzio (Gnu è il progetto di free software iniziato da Stallman nel 1983, vedi a pagina 20), con tanto di vecchio hard disk in testa a fare da aureola digitale. Non tutti gli hacker si riconoscono in appuntamenti come l'Hackmeeting, ma importa poco. La geografia hacker è vasta, c'è spazio per chiunque.

La scelta del Tpo non è stata un caso. La comunità hacker italiana si sovrappone di continuo col mondo dei centri sociali. Col tempo si è messo in moto un processo che ha avvicinato le tecnologie informatiche all'impegno civile e politico. Il passaggio è avvenuto quando il computer ha smesso di essere solo uno strumento di produzione e di calcolo per trasformarsi in potente mezzo di comunicazione e diffusione di conoscenze. Popolare, accessibile, orizzontale. I timidi e ben vestiti informatici si sono avvicinati al mondo alternativo e grezzo dei centri sociali, o i ragazzi col piercing e i tatuaggi si sono lasciati affascinare dai computer? Forse l'una e l'altra cosa. Fatto sta che nella maggior parte dei casi gli hack lab nascono e si riuniscono in centri sociali. L'hacking si unisce all'attivismo e nasce l'”hactivismo”.

Il che non significa che tutti gli hacker siano attivisti, tutt'altro.

Significa però che molti si sono avvicinati alla tecnologia quando hanno scoperto che si può utilizzare per la politica, l'impegno civile. Ma non vuol dire nemmeno che gli hactivisti siano tutti frequentatori di centri sociali. Come hanno scritto Arturo di Corinto e Tommaso Tozzi nel libro “Hacktivism”, l'hacktivismo è “un impegno attivo per migliorare qualcosa del mondo attraverso l'uso del computer”. Ognuno come crede.

Criminali? Tempo fa il virus Lovebug (conosciuto anche come “I love you”, la frase che appariva come oggetto delle mail attraverso cui si diffondeva) creò scompiglio nei computer di tutto il mondo. Era stato ideato da un giovane hacker filippino, Onel de Guzman. Una proposta per una tesi di laurea, che qualcuno aveva poi realizzato davvero. Il virus rubava alle vittime i dati necessari per connettersi a Internet, per renderli pubblici. Quella di Onel era un'accusa contro le tariffe filippine di accesso alla Rete, così alte da rendere Internet un privilegio di pochi. Ma intanto “I love you” aveva colpito e fatto danni in tutto il mondo.!!pagebreak!!

È un pinguino il pioniere del software libero
Nel 1991 il finlandese Linus Torvalds ha 22 anni. Per il suo nuovo personale computer vuole un sistema operativo migliore di quello che usa, un Ms Dos.

È un giovane programmatore, e decide di farsene uno tutto suo. Linus sa che basta chiederlo, e saranno in molti a dargli una mano: le nuove sfide entusiasmano gli hacker (come lui), così come la voglia di confrontarsi l'un l'altro. Lavora a partire da Unix, un sistema non utilizzato per i personal. Quel che nasce prenderà il nome “Linux”.

Linus non sa quel che sta per accadere. Più o meno consapevolmente, sta per sconvolgere il mondo dell'informatica. Cogliendo a pieno lo spirito hacker, ha fatto partire un'onda che coinvolgerà migliaia di programmatori in tutto il pianeta.

Oggi Linux è il sistema operativo alternativo a Windows in tutto e per tutto. Anzi migliore, secondo molti. Ma con una semplice differenza: chiunque può prenderlo e farne ciò che vuole. Usarlo, copiarlo, modificarlo, migliorarlo. Con una condizione: che rimanga sempre libero e che ogni miglioria sia resa disponibile a tutti. Perché Linux è un patrimonio intellettuale di tutti. Nessuno potrà mai dire: se volete utilizzare Linux dovete pagarmi i diritti. È così che è nato e continua a svilupparsi.

Si calcola che non meno di 18 milioni di computer utilizzino Linux. C'è chi parla di 60 milioni. L'Ibm stessa installa Linux sui propri computer. Il diretto concorrente dell'impero di Microsoft non ha proprietario, né nessuno che ci guadagni dal suo utilizzo.

Quello di Linux è il capitolo più famoso di una storia che inizia nel 1983, sempre a Boston.

Richard Stallman, guru e pioniere della comunità hacker, lascia il Mit e dà vita al progetto Gnu. Gnu (con la “G” dura, come guaio) è un acronimo ricorsivo che vuol dire “Gnu is Not Unix”, Gnu non è Unix.

Il progetto vuole creare un sistema operativo con le stesse potenzialità di Unix, ma libero, gratuito e accessibile a tutti. Manca solo il nucleo centrale (chiamato kernel). Linux è il kernel che manca (per questo si dovrebbe dire sistema Gnu/Linux).

Oggi esistono numerose versioni -chiamate “distribuzioni”- di Gnu/Linux. La più avanzata si chiama Debian.

Anche il progetto di Debian è rappresentato al cento per cento da contributi volontari. Gli sviluppatori sono un migliaio. Insieme hanno stilato un “contratto sociale”, attraverso il quale si sono impegnati a mantenere Debian libero.

Utilizzando la distribuzione Debian si hanno a disposizione più di 9.500 “pacchetti” di software, tra utilità e applicazioni (come i programmi di video scrittura o di calcolo, quelli per navigare in Internet o per la posta elettronica).

Forse siamo tutti un po' hacker
Gli hacker scomodano Weber. Pekka Himanen è finlandese come Linus Torvalds, ma è più giovane: ha 29 anni. Prendendo ispirazione dal famoso saggio “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” del sociologo Max Weber, ha scritto un libro sugli hacker. Anzi, sull'hacker che c'è in ognuno di noi. L'etica protestante è un'espressione che ormai ha assunto un significato slegato da quello religioso. È l'etica di chi mette il lavoro come dovere al centro della vita, principio su cui è modellata la società capitalistica e consumistica. In funzione del lavoro e del denaro sono regolati i rapporti sociali e il tempo delle nostre esistenze.

All'etica protestante fa da contraltare, secondo Himanen, l'etica hacker, che mette al centro la passione per il lavoro, l'intrattenimento e il divertimento. Con il gusto di sapersi sfidare e di condividere il sapere con gli altri. Quindi chiunque può essere un hacker nella vita, anche senza occuparsi di informatica: tutto sta nell'atteggiamento che si assume di fronte ai propri impegni. “Gli hacker non credono che il tempo libero sia automaticamente più significativo del tempo lavorativo. La desiderabilità di entrambi dipende da come vengono realizzati. Ai fini di una vita significativa, il dualismo lavoro/tempo libero deve essere del tutto abbandonato. (…) Il significato della vita non può essere cercato nel lavoro o nel tempo libero, ma deve scaturire dalla natura dell'attività in quanto tale. Dalla passione. Dal valore sociale. Dalla creatività”.

Anche AltrEconomia pubblicherà a breve un libro, il cui titolo dovrebbe suonare più o meno: “Come passare al software libero e vivere felici”. Un piccolo contributo a favore di chi ha capito l'importanza di una riflessione critica sui consumi informatici, e vuole scommetterci, come scommette sul commercio equo e solidale. E anche l'occasione per vedere cosa di buono l'etica hacker è riuscita fare. !!pagebreak!!

La Letizia che a scuola fa infuriare Bill
decreto del ministro Letizia Moratti contiene una piccola sorpresa. È un emendamento che prevede l'introduzione all'uso di software libero nelle scuole, l'educazione a programmi informatici diversi da quelli di “ambiente” Windows. La protesta di Microsoft, che da sempre ha l'esclusiva nella fornitura dei supporti informatici nelle scuole pubbliche, non si è fatta attendere. In un intervento al Senato dello scorso giugno, Microsoft ha stigmatizzato l'emendamento sottolineando come “i governi dovrebbero far sì che il mercato continui a incoraggiare l'innovazione nello sviluppo del software, evitando di intervenire indicando preferenze o requisiti di acquisto che potrebbero discriminare un modello a favore di un altro”.

Una posizione interessante, per chi detiene un monopolio pressoché assoluto.

Ma Windows si “preoccupa” anche per gli studenti: “È importante che lo studente come il docente possa usufruire di un sistema operativo e di applicazioni familiari, di facile utilizzo e che possono ritrovare all'interno delle proprie abitazioni”. Ineccepibile.

Ma cosa succederebbe se, colto da pazzia, Bill Gates decidesse di ritirare dal mercato i propri programmi, ad esempio il software Word? Dovremmo tutti cancellarlo dai nostri computer. Non solo. Dovremmo smettere di utilizzare i documenti con l'estensione “.doc”. Anche l'amministrazione pubblica dovrebbe adeguarsi, evitando di utilizzare documenti in formato Word. O, passando all'illegalità, continuare a utilizzarli.

Ecco la posta in gioco quando si parla di software libero e proprietario.

Anche per questo motivo esiste un disegno di legge che intende favorire l'utilizzo di free software negli apparati dello Stato. È stato presentato dal senatore Fiorello Cortiana, dei Verdi, e accolto con molto favore dalla comunità informatica.

Il disegno prevede un progressivo passaggio verso il software libero da parte delle amministrazioni, fino al totale abbandono dei programmi proprietari, se non in casi eccezionali.

La sola amministrazione centrale (cioè quella parte della pubblica amministrazione unicamente composta da ministeri, enti pubblici non economici ed enti di ricerca) ha speso nel 2001 1.886 milioni di euro, poco meno del 2000 (1.907 milioni di euro) per l'acquisto di software proprietario.

Il risparmio dovuto a questo passaggio verrebbe inizialmente investito in formazione per i dipendenti, per poi andare tutto a favore delle casse dello Stato.

Programmi “carbonari” e codici sorgente
inux è il caso più conosciuto di free software. Ma gli esempi di programmi liberi sono molti. Editori di testo, client di posta elettronica, browser per la navigazione in Internet. Dietro a ognuno di questi l'idea, ancora una volta, che il sapere non può essere esclusivo, e che la tecnologia deve essere accessibile a tutti.

Quando si parla di free software, si intendono quattro tipi di libertà: libertà di far funzionare un programma, per qualsiasi scopo, libertà di studiarlo e di adattarlo alle proprie esigenze, libertà di farne copie e ridistribuirle, libertà di migliorarlo e rendere pubblici i miglioramenti. Uno dei prerequisiti (una condizione necessaria, ma non sufficiente) è che il programma sia open source, cioè che il codice sorgente, l'insieme di stringhe di programmazione che lo costituiscono, possa essere consultato e modificato. Quindi software libero non vuol dire semplicemente “gratuito”. Non vuol dire nemmeno che non esista un uso commerciale del software libero. È lecito che una società si faccia pagare per distribuire Linux, ma solo per i supporti e i servizi che fornisce (i compact disk e il tempo impiegato a copiare il programma). Niente vieta di scaricare Linux dalla Rete, o averlo da un amico.

Il contrario di software libero è software proprietario. I programmi di questo tipo appartengono a chi li ha concepiti: il loro utilizzo avviene solo grazie alla concessione di una licenza, che di solito è a pagamento. Può capitare che il software proprietario sia distribuito gratuitamente, magari attraverso la Rete, ma il più delle volte non è così. Può anche capitare che sia open source, ma solo per essere studiato, non modificato. In ogni caso si tratta di programmi il cui destino è nelle mani di chi ne detiene i diritti. Stesso discorso per i cosiddetti formati: ogni documento scritto col programma Word, o Excel, ad esempio, ha un'estensione (.doc o .exe) i cui diritti appartengono a Microsoft. Non si può, per legge, creare o leggere documenti “.doc” senza utilizzare Windows.

Il software proprietario è come la Coca Cola: si compra, a volte è gratis, ma la ricetta è segreta.

Il free software è come un piatto di carbonara. Qualcuno ti insegna come cucinarla, si può modificare la ricetta a proprio piacimento, si può offrirne un piatto agli amici. Oppure andare al ristorante, pagando.

I programmi per computer hanno incominciato a divenire “proprietari” nei primi anni '80. D'un tratto la comunità di programmatori iniziò a fare i conti con l'impossibilità di mettere le mani su di un software interessante, per studiarlo. In mezzo ci si erano messi i soldi. Il sistema Unix era uno di questi software divenuti, tutto a un tratto, un business. Per questo nel 1983 Richard Stallman diede vita al progetto Gnu (vedi pagina 20) e creò la Free Software Foundation. La fondazione tutela e promuove il software libero, sostenendo e segnalando i progetti in giro per il mondo (www.fsf.org). Da poco esiste una sezione europea: la Free Software Foundation Europe (www.fsfeurope.org). Le fondazioni classificano anche le licenze legate ai vari programmi, quelle da sottoscrivere quando se ne utilizza uno. La più aderente ai criteri del free software ha la sigla Gpl (General Public License), che permette a tutti gli utenti di modificare e redistribuire il software liberamente, a patto che chi lo riceve accetti le stesse condizioni. Il che evita la possibilità che qualcuno applichi il copyright su un programma libero (con un gioco di parole, si parla di copyleft, diritti concessi).!!pagebreak!!

Autistici: la paranoia che cresce sul web
Tra loro si chiamano autistici perché quando lavorano sui computer perdono il senso del tempo: non si staccano dalla macchina fino a quando non hanno finito. E non sentono altro: spesso per comunicare (anche con persone della stessa stanza) usano solo una chat. L'autismo è un modo di fare tipico degli hacker. L'avevamo incontrato anche a Genova lo scorso anno: era stato un piccolo gruppo di “hacari” (così si chiamano tra di loro) a cablare in un paio di giorni l'intero media center del Genoa Social Forum, connettendo tra di loro e in Internet i computer prestati dall'amministrazione comunale (e poi distrutti dalla polizia).

Autistici.org è anche un sito, dietro al quale c'è un gruppo nato nel giugno del 2001. Oggi se ne occupa una quarantina di persone, ma il “giro” è molto più ampio. Quello di Autistici.org è un esempio di server interamente realizzato con software libero (“indipendente da tutto e da tutti”). Ma anche strumento e punto di incontro per numerosi hacktivisti italiani.

Il “manifesto” degli autistici parla di diritto alla comunicazione (“Libera, gratuita e di massa: spazio per progetti di ogni forma che si pongano in maniera conflittuale con il mondo della censura culturale, mediatica, globalizzante dell'immaginario preconfezionato”), di condivisione dei saperi, delle conoscenze e delle risorse (“Diffusione sistematica, organizzata e completamente gratuita di materiali, produzioni, documentazioni, espressioni, creazioni, parole. Liberata dai vincoli imposti dal diktat del copyright. Socializzazione dei mezzi di produzione, software libero. Creatività non mercificata e non mercificabile. Verso un'accessibilità totale alle risorse del sistema”).

Il progetto di Autistici.org (cui si accompagna quello di “Inventati.org“) mette a disposizione spazio web, indirizzi e-mail, la possibilità di attivare mailing list e di aprire un canale “irc” (cioè di chattare, chiacchierare, in Rete). Tutto gratuitamente.

E siccome sono fissati con l'anonimato (la chiamano “paranoia” ed è uno dei principi della cultura hacker) hanno anche creato due dispositivi, l'uno per navigare su tutta la rete senza lasciare traccia del proprio passaggio (l'anonymizer) e l'altro per scrivere e ricevere mail senza dare indicazioni sulla propria identità (l'anonymous remailer).

Alcuni siti da visitare, seconda una scelta arbitraria e per nulla esaustiva:

www.fsf.org : il sito ufficiale della Free Software Foundation

www.softwarelibero.it: sito dell'Associazione italiana free software

www.hackmeeting.org: il sito dell'ultimo meeting hacker, tenutosi a giugno a Bologna

www.linux.org: uno dei tanti (sono centinaia) siti dedicati a Linux. Interessante la pagina dove sono indicati i vari Lugs (Linux users group) in giro per il mondo

www.h2k2.net: sito dell'hackmeeting mondiale, tenutosi a New York lo scorso luglio

www.2600.com: sito di 2600, storica rivista americana di cultura hacker

www.s0ftpj.org: sito italiano di cultura hacker. All'interno la rivista elettronica “Butchered From Inside”

www. tuxedo.org/~esr/jargon/: il “jargon file”, cioè tutto sul linguaggio hacker. Definizione di hacking sono sparse in tutto il web.

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