Ambiente

Anche la Micronesia nel suo piccolo si arrabbia

Clima e status legale. Ne hanno parlato alla Columbia Law School in un assolato mercoledì di maggio invitando Michael B. Gerrard, direttore del Center for Climate Change Law ed organizzatore della Conferenza sulle Nazioni insulari minacciate. Perchè il clima non…

Clima e status legale. Ne hanno parlato alla Columbia Law School in un assolato mercoledì di maggio invitando Michael B. Gerrard, direttore del Center for Climate Change Law ed organizzatore della Conferenza sulle Nazioni insulari minacciate. Perchè il clima non minaccia solamente gli ecosistemi, ma anche interi Paesi, come gli Stati insulari, e con loro le persone che li abitano.
E’ del 2009 l’immagine del Governo delle Maldive in formato subacqueo, così da ricordare l’Oceano che avanza su isole sempre più piccole. Ma il problema non si ferma al disastro ecologico o al dramma umano, perchè apre la porta ad un dilemma giuridico. Chi scappa dal proprio Paese per un conflitto o per una carestia può essere considerato rifugiato, ma mantiene il suo status di cittadinanza. Ma chi fugge da un Paese che letteralmente sparisce, perchè inghiottito dagli oceani, come può essere catalogato a livello giuridico? Rifugiato ambientale, forse. Ma con la cancellazione dalla mappa geografica del suo Paese automaticamente si cancellerebbe dal suo passaporto la provenienza. Un apolide, nel vero senso della parola.
"L’impatto reale del cambiamento climatico si sta verificando sulle nostre coste, che stanno scomparendo". Lo ha dichiarato alle pagine del Daily Telegraph, Maketo Robert, segretario del Dipartimento della giustizia della Micronesia, lo Stato insulare per eccellenza, con oltre 100mila persone disseminate su oltre 600 piccole isole nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.
E non era una lamentela, quella di Maketo Robert, ma un’affermazione. Per giustificare la prima azione legale internazionale contro l’emissione di gas climalteranti. Perchè la Micronesia, opportunamente supportata da Greenpeace, ha scelto di chiedere al Governo della Repubblica Ceca uno studio di impatto ambientale per l’ampliamento di quella che diventerà una delle centrali a carbone più grandi d’Europa. Una vera e propria richiesta di valutazione di impatto ambientale transfrontaliero, generalmente richiesto dai Paesi confinanti, ma mai da uno Stato distante più di 11mila chilometri dall’impianto sotto accusa. Ma in questo caso non stiamo parlando di polveri sottili o di inquinamento locale, ma dell’emissione di biossido ndi carbonio capace di influenzare il clima di tutto il pianeta, senza la delicatezza di rispettare i confini. Prunerov, questo è il nome dell’impianto monster, verrà ampliato rispetto alla sua struttura già di tutto rispetto (cinque unità da 210 Mw l’una) ed arriverà a rilasciare in un anno tutta l’anidride carbonica emessa dai 100mila abitanti della Micronesia, moltiplicata per 40 e lo farà per molto tempo, se si considera che la data di scadenza, all’inizio programmata nel 2020, è stata prorogata al 2035.  Quasi a non considerare gli ultimi warning provenienti dall’Australia, che ricordano come il livello dei mari sia previsto in aumento di circa un metro da qui al 2100.
Il Governo della Repubblica Ceca, con il suo Ministro dell’ambiente, dirà la sua in poche settimane. Ma aldilà della scelta che la politica farà, si apre uno scenario impensabile fino a poco tempo fa, dove il diritto internazionale potrebbe diventare uno strumento sostanziale per un’alleanza tra movimenti e Governi del Sud del mondo.

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