Ambiente / Varie

Amianto, le vittime dell’ex Isochimica

Ad Avellino tra il 1983 e il 1990 circa 400 operai, quasi tutti giovanissimi, tolsero l’isolante da 1.740 vagoni e 499 locomotori per conto delle Ferrovie dello Stato. "Trattarono" oltre 2,2 milioni di chili di minerale, la cui pericolosità era già riconosciuta dalla Comunità Europea, anche a mani nude. Alcuni di loro (23, a marzo 2016) sono già morti di carcinoma polmonare e di mesotelioma pleurico. Il 21 aprile c’è la quarta udienza preliminare del processo

Alessandro Manganiello è morto a metà febbraio, a 67 anni. Era stato un’operaio dell’Isochimica, la fabbrica di Avellino, in Campania, che dai primi anni Ottanta e fino al 1988 si è occupata di rimuovere l’amianto presente su 1.740 vagoni e 499 locomotori ferroviari, di proprietà delle Ferrovie dello Stato.
Il materiale era utilizzato dalle Fs come isolante termo-acustico e ignifugo: in tutto, all’Isochimica vennero lavorati oltre 2,2 milioni di chilogrammi di amianto, che nel 1992 sarebbe stato dichiarato fuori legge nel nostro Paese. 

Manganiello è la vittima numero 23, e per questo il 21 marzo, in occasione della Giornata della memoria e dell’impegno per le vittime delle mafie, il corteo di Libera nel capoluogo irpino è passato di fronte alla vecchia fabbrica. Davanti al cancello sono state deposte 23 rose rosse. 

Quella dell’ex Isochimica è, come spiega la fascetta che cinge il libro "Il silenzio della polvere" (Mimesis, 2015), "l’incredibile storia dei ragazzi campani che tolsero l’amianto dai vagoni delle Ferrovie dello Stato". 
La data di nascita della maggior parte delle 231 parti offese, individuate a maggio 2015 nel provvedimento di Richiesta di rinvio a giudizio nel procedimento in corso presso il Tribunale di Avellino, cade negli anni Sessanta: hanno cinquant’anni o poco più, e stanno morendo di carcinoma polmonare e di mesotelioma pleurico.

"Non posso mai dimenticare il mio primo giorno di lavoro all’Isochimica. Sono entrato in un vagone piccolissimo e ho trovato quattro giovani operai uno vicino all’altro completamente ricoperti di polvere che grattavano l’amianto con una spatola a mani nude" ha ricordato uno di loro, in un’intervista con i ricercatori dell’Unità di ricerca sulle topografie sociali (URiT) dell’Università di Napoli "Suor Orsola Benincasa", che hanno curato il volume. 

Anche un’altra testimonianza, quella di Nicola, racconta il primo giorno all’Isochimica: "A un certo punto arrivò la macchina di Graziano, mentre noi eravamo tutti allineati sul piazzale. Lui scese dalla macchina, si avvicinò a noi e disse: ‘Tutti quelli che hanno diciotto e venti anni facciano un passo avanti’. Io ero tra quelli, allora avevo venti anni, e mi feci avanti. Graziano in un attimo riprese: ‘Voi siete tutti assunti e iniziate subito a lavorare, gli altri se ne possono andare. Noi abbiamo bisogno di gente giovane’". Questo episodio è dell’ottobre 1983, e Graziano è Elio Graziano, che oggi ha 84 anni e risulta tra gli indagati: era il proprietario dell’Isochimica, e in quegli anni fu anche presidente dell’Avellino, portandolo all’8° posto in Serie A.
Un mese prima dell’ottobre ’83, il 19 settembre, la Comunità Economica Europea aveva approvato la direttiva 477, "sulla protezione dei lavoratori contro i rischi connessi con un’esposizione all’amianto durante il lavoro". All’articolo 6 è scritto che "l’esposizione dei lavoratori alla polvere prodotta dall’amianto o da materiali contenenti amianto nel luogo di lavoro deve essere ridotta al minimo". 
L’Italia l’avrebbe ratificata nove anni dopo. In mezzo, c’è stato il tempo per costruire la tragedia dell’Isochimica, sfruttando la situazione emergenziale che si venne a creare in Irpinia dopo il terremoto del 23 novembre 1980, che nell’intera provincia di Avellino causò circa 3mila morti, 9mila feriti, 300mila senza tetto e 150mila abitazioni distrutte. 

"Non c’era più democrazia di fatto, il controllo era scarsissimo -dice Antonello Petrillo, che insegna Sociologia generale alla Suor Orsola Benincasa e coordina l’URiT-: si voleva portare lo sviluppo, fare in fretta, approfittare dell’occasione per dotare l’area di un’economia industriale". "All’inizio , e per circa 6 mesi, quando ancora non era stato realizzato lo stabilimento di Borgo Ferrovia, i vagoni venivano ‘scoibentati’ all’interno della stazione ferroviaria, sul binario morto. È incredibile l’assoluta tranquillità con cui sia le ferrovie dello Stato, che erano la più grande azienda pubblica del Paese, in qualche modo ‘lo Stato’, sia le autorità locali abbiano potuto concedere autorizzazioni per effettuare una lavorazione di questo tipo a cielo aperto" continua Petrillo. 
 
I contorni di una vicenda incredibile, però, sono anche altri: "Oltre alle modalità di assunzione, descritte nella testimonianza di uno degli operai, che ne fanno una scena da piantagione di cotone, o di banane, abbiamo potuto constatare come le autorità sanitarie non siano intervenute in modo adeguato, e anzi abbiamo riscontrato alcuni casi di diagnosi totalmente differenti, su uno stesso paziente, a distanza di pochi mesi". Le ha messe a disposizione uno degli ex operai: il 12 febbraio 2010, una TAC realizzata presso l’Asl Avellino 2 non riscontra alcuna anomalia; il 19 novembre dello stesso anno, lo stesso esame ripetuto presso l’Azienda ospedaliera universitaria senese evidenza "piccole placche […] con caratteri di lesione asbesto correlate". Asbesto è l’amianto.   
 
"Ciò che ci ha turbato, man mano che andavamo avanti nella ricerca (le prime testimonianza sono state raccolte nel 2011, il libro è dell’estate 2015, ndr), non è tanto la condizione presente di questi operai malati, ma il racconto dei loro vent’anni: erano illusi, e si sentivano liberi. Sentivano di far parte di un processo di progresso: siamo operai, e non più contadini. E tutti dicevano di essere dipendenti delle Ferrovie", racconta Petrillo. 
 
"La fabbrica nel corso degli anni ha visto avvicendarsi circa 400 operai: tra questi, appena una trentina erano su posizioni ‘di lotta’, già negli anni Ottanta, e nel 1985 riuscirono ad organizzare una prima occupazione della fabbrica. Non li seguì quasi nessuno, e anzi la città li attaccava, considerandoli fannulloni. Non vengono appoggiati nemmeno dagli abitanti del quartiere -spiega Petrillo-: i media locali essenzialmente minimizzavano e addirittura avevano un atteggiamento ostile nei confronti dei lavoratori, visti come fannulloni, piantagrane. In alcuni casi anche accusati di essere strumentalizzati da Democrazia Proletaria. Quella stessa stampa, invece, idolatrava la figura di Graziano".
 
L’Isochimica fallisce nel 1990. Nel 2011, i lavoratori presentano un esposto-denuncia, nel quale spiegano che i dirigenti aziendali "fecero scavare anche delle enormi fosse e […] vi gettarono l’amianto e obbligarono noi lavoratori a sotterrarlo, con la minaccia del licenziamento, e dunque con modalità estortive". In risposta a un’interrogazione parlamentare presentata nel settembre del 2015 da quattro deputati di Scelta Civica per l’Italia, il sottosegretario all’Ambiente Silvia Velo ha spiegato che "con riferimento alla sussistenza delle condizioni per l’inserimento dell’area dell’ex Isochimica nell’elenco dei siti d’interesse nazionale", ovvero tra i più inquinati del Paese, da bonificare in via prioritaria (come l’ILVA a Taranto o l’ex SISAS a Pioltello (MI), "questa amministrazione ritiene che le caratteristiche dell’area sono compatibili con i criteri richiesti dalla vigente normativa". A 35 anni dalla chiusura dell’Isochimica, tuttavia, i lavori di bonifica non sono iniziati. E secondo l’ARPAC (l’Agenzia regionale campana per l’ambiente) all’interno della fabbrica ci sarebbero in circolo 27 fibre d’amianto per litro d’aria. 
 
Il 28 aprile è la Giornata mondiale delle vittime dell’amianto. Una settimana prima, il 21 aprile, c’è invece al Tribunale di Avellino la quarta udienza preliminare del processo ex Isochimica, "una sorta di filtro che in caso di imputazioni per reati di una certa gravità porta il giudice per le indagini preliminari a stabilire se esistono elementi sufficienti per sostenere l’accusa in giudizio, e in caso positivo formula il definitivo rinvio a giudizio" spiega l’avvocato Antonio Petrozziello, tra i legali che tutelano gli interessi degli ex operai. "Oltre Elio Graziano, ed alcuni collaboratori che dirigevano lo stabilimento, sono indagati anche 3 allora funzionari delle Ferrovie dello Stato (oggi Ferrovie dello Stato Italiane, FSI) che a vario titolo ebbero rapporti con l’Isochimica, attestando l’idoneità a svolgere quelle lavorazioni" aggiunge. Per questo, conclude, "è configurabile una responsabilità civile da parte della società per l’operato dei propri dipendenti, come principio generale del nostro ordinamento. Chi si avvale di un dipendente per svolgere una data attività, ne risponde. Pertanto, i difensori dei lavoratori che sono costituiti parte civile, hanno chiesto al giudice penale la ‘chiamata in causa’ della Ferrovie". Che è stata accolta: dal 1975 l’azienda aveva smesso di utilizzare l’amianto all’interno delle vetture, e i più sindacalizzati tra gli operai delle Officine grandi riparazioni (OGR) si rifiutavano di rimuoverlo, consapevoli dei rischi. Che sarebbero stati così scaricati su un gruppo di vent’anni di una provincia povera del Sud.   



© riproduzione riservata

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia