Altre Economie

Alla giusta velocità

A Venaus, in Val di Susa, è nata una cooperativa agricola, che coltiva terre abbandonate da decine di anni. Una risposta a chi vorrebbe la Tav  Danilo mi mostra i campi. “Sono poche centinaia di metri quadri, ma ci sono…

Tratto da Altreconomia 127 — Maggio 2011

A Venaus, in Val di Susa, è nata una cooperativa agricola, che coltiva terre abbandonate da decine di anni. Una risposta a chi vorrebbe la Tav 

Danilo mi mostra i campi. “Sono poche centinaia di metri quadri, ma ci sono 9 proprietari. All’inizio nemmeno sapevamo che proprio di qui passa il tracciato”. A Venaus, in Val di Susa, il “tracciato” cui fa riferimento Danilo è quello della linea ferroviaria ad alta velocità. Ma al momento, nei campi, ci sono patate e cipolle e un antico muro a secco, per tener lontani i cinghiali.
Non distante da qui, il presidio contro i cantieri, che la notte tra il 5 e il 6 dicembre 2005 venne violentemente sgomberato dalle forze dell’ordine.
Danilo Chiabaudo, all’inizio del 2011, ha scritto ad Altreconomia: “Ricorderete i fatti accaduti a Venaus nel dicembre 2005. In quei giorni il nostro paese, la nostra valle si è trovata in stato d’assedio. La polizia occupava i nostri terreni per poter insediare i cantieri necessari alla realizzazione della grande e inutile opera della Tav. Non potremo mai dimenticare il dolore che abbiamo provato in quei giorni, in un attimo ci sono tornati vivi alle mente i racconti dei nostri padri che su queste terre hanno combattuto la lotta partigiana,  con le unghie e con i denti hanno lottato e difeso ciò che in quel momento, con arroganza e prepotenza ci volevano portare via. Quel tonfo nel cuore ha segnato un cambiamento decisivo. Dopo quei giorni non abbiamo più potuto credere alle notizie dei quotidiani e dei telegiornali, e ogni volta che sentivamo il bisogno d’informazione vera ecco che dovevamo ricorrere ai giornali più nascosti, quelli poco pubblicizzati. Ed è così che abbiamo scoperto voi”. Danilo legge su Ae dell’esperienza di Pi.pro.bi, l’associazione dei piccoli produttori biellesi (vedi Ae 112, gennaio 2010): “Abbiamo iniziato a sognare di poter anche noi concretizzare qualcosa di simile con la nostra terra”.
È così che nasce la cooperativa “Dalla Terra nativa” (www.dallaterranativa.it).
Ecco un altro campo: mezzo ettaro, proprio dietro la chiesa. Al momento è stato solo arato. Fra poco arriverà il concime, a maggio si piantano le patate. Anche qui, 12 proprietari diversi.
Danilo mi spiega: “Vedevo il territorio abbandonato, i campi incolti. Cent’anni fa qui era tutto coltivato, c’erano i terrazzamenti sulle montagne. La proprietà della terra è molto frammentata. Quel bosco lassù -lo indica- ha 420 proprietari. Allora abbiamo iniziato a chiedere a tutti quelli che conoscevamo di concederci il loro terreno in comodato d’uso, per coltivarlo. Non è stato facile”.
Sono otto i soci della cooperativa, non tutti lavorano a tempo pieno. E ci sono anche alcuni “aspiranti”. Di piccolo appezzamento in piccolo appezzamento, sono riusciti a mettere insieme 6 ettari. Alcuni campi sono anche di soli 200 metri quadri: poco più di un orto.
Danilo mi indica i torrenti Supita, Rio Croce e Tiglietto. “Abbiamo qualcosa anche dall’altra parte, verso il torrente Cenischia”. Patate e mais,“ma coltiviamo tutti gli ortaggi che ‘vengono su’ a Venaus. E recuperiamo antiche varietà di mais piemontese da polenta, che possiamo seminare in purezza: il pignoletto rosso, o il ‘nostrano dell’isola’. Abbiamo iniziato a marzo del 2010. In un anno abbiamo raccolto 120 quintali di patate, 30 di cipolle, 20 di mais da polenta”. Totale fatturato: 5mila euro. “Facendo due conti, sono stati 3 euro all’ora. Ma questa è una scommessa, un progetto che darà i suoi frutti fra qualche anno”. Dalla Terra Nativa, come Pi.pro.bi., vende i suoi prodotti a domicilio, a 3 gruppi di acquisto della valle -una quarantina di famiglie-, più altre 20 famiglie della zona. I loro prodotti si trovano anche nel mercato di Venaus, il venerdì, e a quello di Susa, il martedì. E il sabato pomeriggio, una decina di famiglie vanno direttamente a prendersi i prodotti al campo.
Camminiamo lungo l’antica via delle Gallie. Alcuni muri sono anche del 1700. Danilo mi indica i campi: aglio -utile anche per purificare il terreno dalle muffe-, cipolle. Di questo mosaico di terreni, conosce tutti i proprietari, nome per nome: “In molti casi si tratta di persone emigrate, delle quali abbiamo dovuto ritrovare i parenti e gli eredi. Quello è il campo di Camillo: è morto negli Stati Uniti nel 1871”. Oggi i proprietari convinti sono 28, ma “contiamo di arrivare a 70 entro quest’anno. Qualcuno ci ha detto ‘no, grazie’, e le ‘macchie’ incolte all’interno degli appezzamenti lo testimoniano. Ma noi andiamo avanti”.
Incontriamo un socio al lavoro: sta “fresando” il terreno, ovvero rimescola il letame prima della semina. “Non usiamo prodotti chimici, ma utilizziamo il letame delle stalle qui attorno. Anche questo è un modo per fare economia locale”.
La storia di Danilo è una storia di conversione. 47 anni, due figli, si occupava di ristrutturazioni. Anche la Val di Susa ha scelto di convertirsi, preferendo alla “velocità” dello sviluppo la lentezza sapiente della terra. “Il movimento No Tav ci ha cambiato tutti. Abbiamo iniziato a chiederci che modello di sviluppo volevamo per la nostra terra. I nostri antenati si sono spaccati la schiena per rendere ospitale questo posto. Non possiamo abbandonare tutto. Quando si dice ‘no’ a qualcosa, si deve essere anche pronti a dire ‘sì’ a qualcosa d’altro. Noi abbiamo scelto la terra”.

Il fronte della Tav
Nessun cantiere, per ora, sta portando l’alta velocità in Val di Susa. Ma il progetto prosegue il suo iter: il 28 marzo la società Italferr (per conto di Rete ferroviaria italiana spa) ha presentato a Regione Piemonte e ministeri il progetto per il tratto nazionale della linea Tav, da Sant’Ambrogio a Settimo Torinese. C’è tempo entro maggio per inviare osservazioni. La parte “internazionale” del progetto (dal tunnel fino a Chiusa San Michele, e con una “finestra” a Chiomonte) è stato già approvato. Si tratta del “nuovo” progetto, quello che passa a destra del fiume Dora. “Ma nessuno dei due è accettabile -chiosa Rino Marceca, vice presidente della Comunità montana Valle Susa e Val Sangone-. Bucherà le montagne intaccando le falde. Più in là, s’infila sotto la collina morenica di Rivoli. È il progetto di un’opera inutile, ed è ancora più evidente guardando ai flussi di traffico, che continuano a diminuire e sono al di sotto di quelli ipotizzati nel 2003”. L’ipotesi più concreta di apertura di un cantiere riguarda il tunnel della Maddalena, a Chiomonte, in alta Val di Susa. Un tunnel spacciato per geognostico, che alla fine dovrebbe essere una galleria di servizio a quelle ferroviarie. I lavori sono previsti a giugno, ma “c’è già un presidio”, spiega Marceca.
“I Comuni si sono già opposti e continueranno a farlo”. Nel frattempo, ad aprile sono cominciati a Torino e Susa due processi: uno per i fatti del 2005 -imputati due sindaci accusati di aver menato dei poliziotti-; l’altro contro un sindaco e alcuni cittadini cui Ltf (Lyon Turin Ferroviarie, la srl incaricata di progettare la linea Av tra Torino e Lione) ha chiesto un risarcimento spropositato (circa 260mila euro) per aver manifestato contro uno dei sondaggi propedeutici alla progettazione.

Certificato di fiducia
L’agricoltura biologica non ha bisogno di marchi. Il decalogo dell’Asci

Piccola lezione tra le serre e il campo da coltivare. “Qui gli spinaci e le erbe invernali. Da questa parte, eccoli, i piselli e l’insalata. Due varietà: canasta e foglie di quercia. Ecco le fragole e, da quella parte, l’aglio”. Un giro tra i campi di Luca Ferrero, giovane agricoltore a San Gillio (San Gili in piemontese), ovvero Sant’Egidio cui è dedicata la chiesa, meno di 3mila abitanti a Nord Ovest di Torino.
Anche Luca è un convertito: da un passato di elettronico è arrivato alla terra, complice il movimento No Tav. Questo terreno è di sua proprietà. Ha altri campi non distante da qui, ed altri ne prende in affitto.
“I problemi dell’agricoltura sono due -mi spiega-. Prezzi troppo bassi e costo della terra. Comprarla sta diventando proibitivo, affittarla è complesso e spesso si tratta di accordi verbali. Da queste parti si paga circa 150 euro all’anno per giornata”.
La “giornata piemontese”, come insegna Nuto Revelli, equivale a un quadrato di 62 metri di lato e indica quanto terreno si riesce ad arare con una coppia di buoi in una giornata.
Luca scambia due chiacchiere in dialetto col suo vicino di campo. Lingua d’altri tempi per un dialogo incomprensibile a un cittadino. Luca conosce il mondo contadino, ed è presidente di Asci Piemonte. Asci sta per “Associazione di solidarietà per la campagna italiana” (www.asci-italia.org, ma il sito non è un granché): una realtà presente in Piemonte, Lazio, Liguria e Toscana. Nero su bianco sullo statuto, i valori che contraddistinguono gli associati: conduzione familiare con evidente presenza di autoconsumo, residenza sul fondo agricolo, limitato ricorso alla meccanizzazione ed elevato contenuto di manualità, riutilizzo e riciclaggio, utilizzazione di tecniche tradizionali o comunque di tecniche di massimo rispetto ambientale con esclusione totale di prodotti chimici di sintesi e manipolati geneticamente, valorizzazione dell’economia basata sull’autoconsumo, sullo scambio, sulla solidarietà, sulla vendita diretta.
Dieci anni fa, l’associazione ha intrapreso un percorso per definire i criteri di un’autocertificazione del metodo di conduzione agroecologica prodotti agricoli. L’8 marzo 2011, Asci Piemonte (una quarantina di iscritti) si è dotata di un nuovo sistema di autocertificazione, aggiornamento di quello precedente. “Pensiamo che sia corretto valorizzare i nostri prodotti con la metodologia della ‘responsabilità’. Abbiamo preparato numerose schede tecniche che i produttori devono compilare: per gli ortaggi, la frutta ma anche per la zootecnia e l’apicoltura. I nostri prodotti sono del tutto privi di chimica di sintesi, ma non si può dire ‘io produco biologico’ se non hai pagato un ente accreditato, detentore di un marchio. È un processo costoso e burocratico. Noi rivendichiamo la dignità del contadino, che deve poter dire: ecco quello che faccio, come lavoro. E non essere omologato.
È anche un modo per puntare sul rapporto fiduciario col consumatore: a quel punto tutti diventano controllori, e se ci sono dei ‘furbi’ vengono intercettati subito”.
Il sistema oggi è utilizzato solo in Piemonte -i soci di Asci vendono i loro prodotti in quattro mercati (a Torino, ad Asti e due a Pinerolo), oltre a numerosi gruppi di acquisto solidali- ma rappresenta uno strumento utile per chiunque voglia avvicinarsi a un tipo di coltivazione sostenibile e autentica.
Come quella di Luca, che vende i suoi prodotti preparando le cassette per i clienti. Oggi ne deve fare 12: non potranno fregiarsi del marchio “biologico”, ma forse sono anche meglio. Per contattare l’Asci: ascipiemonte@tiscali.it
 

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