Ambiente / Intervista

Alessandro Tasinato. Chi ha tradito i fiumi

Un romanzo racconta la “scomparsa” della Rabiosa, in Veneto. Un corso d’acqua sfruttato dal vicino distretto conciario, fino alla sua rovina. Una storia italiana

Tratto da Altreconomia 209 — Novembre 2018

Dottore in Scienze ambientali nato a Este (PD) nel 1974, Alessandro Tasinato ha scelto la forma del romanzo per raccontare nel libro “Il fiume sono io” (Bottega Errante edizioni, 2018) la storia di un fiume scomparso dalle mappe geografiche: la Rabiosa. Corso d’acqua oggi noto con il nome di Fratta Gorzone, la Rabiosa nasce nei monti Lessini e attraversa tre province venete lungo un centinaio di chilometri, senza più chiamarsi così. In realtà, scrive Tasinato, “una volta la Rabiosa non era un fiume”: a Vighizzolo d’Este, nella bassa padovana, questo corso d’acqua sfogava in un lago, e lì s’imputridiva. Lo è diventato solo dopo, grazie all’ingegneria dei “provveditori ai luoghi in-culti” che, per trarne profitto, “accompagnarono” il fiume fino allo sbocco al mare.

Cosa sono i luoghi in-culti?
AT Nel Cinquecento con questo nome si indicavano le zone dove la Rabiosa poteva trovare il suo libero sfogo: luoghi fangosi e paludosi, dominati dalle libere acque. La Serenissima Repubblica di Venezia, che controllava quelle terre, aveva istituito un’apposita magistratura per la loro gestione: l’obiettivo era prosciugarle per destinarle all’agricoltura. Diventando luoghi coltivabili, infatti, se ne sarebbe tratto profitto.

Come racconti, questa visione in base alla quale gli spazi incolti debbano inequivocabilmente essere sfruttati sarà la rovina della Rabiosa, dimenticata e avvelenata dall’inquinamento ambientale. Perché un fiume scompare?
AT Fino agli anni Sessanta era normale fare il bagno nelle sue acque, bere dalla Rabiosa a due mani o aiutandosi con una gavetta. Poi ci fu lo sviluppo delle prime concerie e la successiva crescita del distretto conciario: un’industria che, da 19 unità negli anni Cinquanta, arriverà a contare negli anni Duemila oltre 700 aziende, in un’area abitata da 90mila persone, di cui una su dieci lavora in conceria. Allora gli scarichi delle lavorazioni iniziano a essere sversati nelle acque della Rabiosa e si avvia così un disastro ambientale che è visibile a tutti e che si sente nel naso, per l’odore acre. Da quel momento diventerà impossibile usare ancora quell’acqua a scopo irriguo. Le autorità tamponeranno il problema realizzando inizialmente alcuni depuratori a monte. Il carico inquinante però, ancora notevole, spinge le autorità a costruire in un secondo momento un grande tubo -il collettore del Consorzio Arica (Aziende riunite collettore acque- che, raccogliendo gli scarichi dei depuratori, li trasferisce in un punto più a valle. Ed è proprio lì, all’uscita di quel condotto sulla Rabiosa, che oggi si consuma uno dei più gravi scempi ambientali d’Europa.

La Rabiosa, fiume mortalmente inquinato dal distretto conciario, potrebbe rappresentare molti fiumi. Quanti altri corsi d’acqua rischiano di scomparire, portando con sé nell’oblio la nostra cura per la natura che incontriamo quotidianamente?
AT L’aspetto peggiore è proprio questo: alla scomparsa dei fiumi, o di altri elementi naturali, si accompagna una rimozione delle responsabilità. Per arrivare a costruire una vera sostenibilità ambientale, credo sia necessario abbandonare l’immaginario materno che abbiamo nel rapporto con l’acqua per fondare invece un nuovo rapporto paritetico, basato sul riconoscimento delle nostre responsabilità. Questo passaggio è avvenuto in parte con l’evoluzione della normativa.
La prima legge che ha messo nero su bianco le “Norme per la tutela delle acque dall’inquinamento” era la legge Merli, nel 1976. Ma si trattava di una legge “debole”, poiché guardava al singolo scarico e non al benessere del fiume nel suo complesso. Dovranno passare altri vent’anni per avere, nel 1999, una nuova legge sulla tutela delle acque dall’inquinamento, recependo una direttiva dell’Unione europea. In quella sede si sono sanciti degli obiettivi di risanamento fondamentali: una sorta di promessa europea tra l’uomo e il fiume, per riportare la qualità delle acque a un buono stato di salute. Una promessa che oggi stiamo dimenticando.

“Per costruire una vera sostenibilità ambientale è necessario abbandonare l’immaginario materno che abbiamo nel rapporto con l’acqua per fondare invece un nuovo rapporto paritetico, basato sul riconoscimento delle nostre responsabilità”

Pur non occupandosene direttamente, il libro anticipa il tema del grave inquinamento dei fiumi e delle falde venete da Pfas, le sostanze chimiche perfluoroalchiliche prodotte dalla Miteni spa di Trissino (VI), del gruppo “International Chemical Investors”. Una vicenda che coinvolge tre Province, circa 100 Comuni e una popolazione di 350mila persone.
AT Ho concluso la ricerca delle fonti, necessaria a realizzare la mia indagine storico-narrativa, nel 2012: un anno dopo sarebbe scoppiata la vicenda Pfas in Veneto. Prima non avevo raccolto dati su questo inquinamento (che pure ha radici storiche molto lontane nel tempo) e anche fino alla pubblicazione del libro, nel 2018, non ho sentito la necessità di aggiungere qualcosa su questo tema: tra le sue pagine, infatti, si trova già tutto sul contesto che ha favorito il proliferare del grave inquinamento da Pfas. Uno dei problemi che dobbiamo affrontare oggi è la frammentazione delle responsabilità: così come un fiume si frammenta e il suo nome si perde in ciascuna goccia, così si sta rischiando di frammentare le responsabilità di chi, per decenni, ha avvelenato l’acqua con le sostanze perfluoroalchiliche.

Nella deresponsabilizzazione degli attori coinvolti, un ruolo centrale ha l’uso delle parole. Tu usi il concetto di framing war (“guerra semantica”), che riprendi dal linguista statunitense George Lakoff: ci troviamo ad affrontare una battaglia semantica contro le narrazioni che mistificano la realtà con l’obiettivo di esercitare il controllo sulla comunità.
AT In questa vicenda, l’obiettivo delle parole usate dalle istituzioni è stato spesso quello di rassicurare gli abitanti. In altre parole: dare l’idea che tutto sia sotto controllo. A volte a questo stesso scopo giocano anche le rappresentazioni dei dati ambientali: lo stesso fatto che siano resi pubblici infonde sicurezza nei cittadini, ma in pochi hanno gli strumenti per leggerli correttamente. Nel nostro territorio questa rassicurazione è stata portata avanti a lungo, per evitare un esame di coscienza e l’assunzione delle responsabilità. 

© Wynand Uys on Unsplash

Nel suo testo “H2O e le acque dell’oblio” (1988), il sociologo Ivan Illich paragona la perdita dell’immagine dell’acqua come sostanza alla perdita dell’immaginazione nell’uomo. Come possiamo immaginare una nuova relazione uomo-acqua-ambiente?
AT Nel tempo si è persa la relazione diretta che la civiltà contadina aveva con l’acqua, oggi sostituita da un rapporto intermedio che passa attraverso il rubinetto che ciascuno di noi ha in casa. Ma da dove arriva l’acqua che beviamo e con cui ci laviamo? Forse non sappiamo più nemmeno immaginarlo. Per ripristinare questa coscienza serve un percorso di educazione ambientale, da fare innanzitutto con i più giovani, a partire dalle scuole. A questo però dobbiamo affiancare un lavoro fondamentale di ricostruzione della fiducia tra le istituzioni e la comunità, che si è sentita tradita.

È il tema del conflitto ambientale, che è emerso in modo forte in questi ultimi anni nel Veneto inquinato.
AT Stiamo vivendo quel conflitto ambientale che finora era sempre rimasto sopito. Fin da quando ero piccolo, c’è sempre stato un distretto conciario a monte e una comunità a valle, inserita in un territorio a cosiddetta “vocazione agricola”. A questa vocazione -che meritava una visione strategica tale da creare una vera e propria opposizione agli scarichi conciari- si è affiancata, quasi sostituendola, una tensione verso modelli di sviluppo ad alto rendimento nel breve periodo. È stata l’epoca del fiorire a macchia di leopardo di numerosissime aree industriali-artigianali, abitate da attività condotte a livello poco più che familiare, che sul lungo periodo però -insieme alla crisi economica- si sono rivelate fallimentari. Quel periodo è stato il periodo della “dimenticanza”, del non accorgersi come gli scarichi stavano contaminando la terra. Oggi su questi territori, da un lato la una moderna vocazione agricola è fortemente compromessa, dall’altro gli abitanti hanno il sangue contaminato dai Pfas. Sono le conseguenze di un lungo periodo dove un conflitto palese non ha avuto interpreti -ad eccezione di comitati e qualche amministratore che sono stati marginalizzati. La sfida quindi non è solo risolvere i danni prodotti da questa “dimenticanza”, ma avere la capacità di accorgersi dei nuovi conflitti in atto e saperli gestire ricostruendo la fiducia con la politica e le istituzioni.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia