Ambiente / Varie

Alessandria, l’eredità della chimica

Il polo chimico di Spinetta Marengo, alle porte di Alessandria, avrebbe inquinato per anni le falde. È in corso un processo, che vede imputati i dirigenti delle ultime due aziende proprietarie dell’area. Cittadini e lavoratori, supportati da Medicina Democratica, chiedono l’avvio di un’indagine epidemiologica

Altreconomia incontrato gli ex-lavoratori del polo chimico di Spinetta Marengo fuori dal Tribunale di Alessandria, dove a settembre è ricominciato il processo nei confronti di ex dirigenti di due colossi della chimica Solvay e Ausimont, rinviati a giudizio per avvelenamento doloso delle falde e omessa bonifica dello stabilimento di Spinetta. 

Le persone che abbiamo incontrato hanno passato oltre 30 anni nel polo che produce clorofluoropolimeri, nato agli inizi del 1900 per produrre solfato di rame, acido solforico e il “Super”, un concime chimico. Dal 2002, la società (vedi box) venne acquisita dal Gruppo Solvay, multinazionale del settore chimico con sede a Bruxelles. 

Questa storia centenaria avrebbe lasciato in eredità, secondo i comitati presenti sul territorio, oltre 1,15 milioni di tonnellate di materiale tossico su una superficie compresa tra i 10 e 15 chilometri quadrati (pari alla superficie di stabilimento e immediati dintorni), individuato come Sito d’interesse nazionale. Il processo in corso dovrebbe stabilire di chi è la colpa.
Il “problema” è scoppiato nel 2008, anno in cui l’impresa edile CoopSette, durante una rilevazione sul terreno dove realizzare un ipermercato, riscontrò la presenza di 288 microgrammi di cromo esavalente per litro, quando la legge ha fissato a 5 il limite massimo. 
Bloccati i lavori, i giornali “spararono” la notizia: “Bomba ecologica. Falde inquinate. Emergenza pozzi a Spinetta”.
In città, non tutti sono stati colti dallo stesso grado di stupore. Tra loro c’è Lino Balza, ex-dipendente licenziato nei primi anni 90 dopo aver denunciato il presunto inquinamento e poi riammesso grazie a una sentenza del tribunale del lavoro, portavoce di Medicina Democratica Alessandria. L’organizzazione si è costituita come parte civile nel processo, che è iniziato a dicembre 2010 e che ad oggi non ha ancora visto concludersi il primo grado. “Fin dagli anni Ottanta la dottoressa Rini -spiega Balza-, il capo laboratorio dello zuccherificio di Marengo, denunciava ripetutamente sui giornali che l’acqua in falda era a tal punto inquinata (presenza di cromo, titanio, solforico, cloro ecc., nda)  da essere inutilizzabile nella lavorazione delle barbabietole”. Solo dopo il 23 maggio 2008, però, il sindaco ordinò la chiusura dei pozzi da dove la cittadinanza attingeva l’acqua pubblica. A sei mesi dalla pubblicazione dei risultati delle analisi da parte di CoopSette.

Le rilevazioni della presenza di tali sostanze sono contenute negli atti consegnati ai giudici dal PM Riccardo Ghio e compongono una delle due imputazioni formulate dall’accusa. Sarebbero rappresentati, tra gli altri, da cromo 6, cloroformio, arsenico, tricloroetilene, tetracloruro di carbonio, ddt, che inquinerebbero “uno dei quattro bacini acquiferi prioritari per uso idro-potabile”, citando le parole del PM espresse durante l’udienza del 11 giugno 2014. 
Un dato esemplificativo è, secondo Ghio, il livello di cloroformio: 77mila volte superiore al consentito. La contaminazione di tale falda avrebbe rappresentato un pericolo per le persone, in quanto -sempre secondo il PM- dalla falda sottostante l’area interna ed esterna al sito industriale sarebbe stata, nel tempo, attinta e distribuita acqua per uso potabile ai lavoratori del sito (attraverso i rubinetti dello stabilimento, il rifornimento delle macchine automatiche di caffè e bevande calde, attraverso la mensa) e per uso domestico e agricolo ad alcuni abitazioni della zona di Spinetta Marengo, ancora prive di allacciamento dell’acquedotto comunale, nonché l’acqua dell’acquedotto che rifornisce la città di Alessandria e che pesca dal torrente Bormida, anch’esso “avvelenato” dalle acque provenienti dalle falde sottostanti il sito industriali.

Il 24 maggio del 2008 sono stati iscritti nel registro degli indagati gli amministratori dell’Ausimont (gli stessi coinvolti nell’inquinamento di Bussi, in Abruzzo) e i vertici di Solvay. Secondo l’accusa, Solvay avrebbe tenuto nascosto il reale livello di cromo, malgrado i solleciti da parte della Provincia già nel 2006 e di un piano di caratterizzazione della stessa Ausimont. La Solvay avrebbe pure beneficiato di fondi regionali destinati alla bonifica, che non è mai stata realizzata ma era stata ritenuta necessaria da una delibera della Regione Piemonte, che nel 2002 rilevava la grave sottovalutazione dell’indice di pericolosità. La competenza fu affidata al Comune di Alessandria, con partecipazione di Provincia, Asl e Arpa. I pozzi verranno chiusi solo 6 anni dopo quella delibera.

Con l’avvio dell’indagine inizia il rimpallo di responsabilità. 
Quando inizia il processo, nel dicembre 2010, la matassa è intricata. E a 6 anni dalla scoperta dell’inquinamento, i cittadini di Spinetta Marengo restano in attesa del primo grado di giudizio che dovrebbe arrivare, salvo nuovi slittamenti, in questo di inizio 2015. La Corte d’Assise di Alessandria deciderà se la Solvay (e prima di lei l’Ausimont) fosse perfettamente a conoscenza dell’inquinamento dovuto alla presenza di cromo esavalente (sul quale si sono concentrate le ricerche finora) e di altre 20 sostanze tossiche e potenzialmente cancerogene (tra cui PFOA e PFIB).

Intanto il polo chimico continua a lavorare. E molti (tra cui alcuni sindacati) ritengono la bonifica inattuabile, perché così si obbligherebbe l’azienda a chiudere. Un “ricatto occupazionale” secondo Balza. Che spiega: “Se i politici avessero realizzato l’Osservatorio ambientale della Fraschetta da noi rivendicato da 30 anni, non saremmo arrivati a questo drammatico punto: le indagini idrogeologiche ed epidemiologiche erano infatti al primo punto tra le azioni previste dall’Osservatorio”.

Se fosse accettata la richiesta dell’accusa (18 anni di reclusione per 8 imputati) sarebbe la prima condanna a un’industria (in questo caso con 29.400 dipendenti in 56 Paesi e un ricavi per 9,9 miliardi di euro nel 2013) per avvelenamento doloso delle acque. 
“La rivendicazione dell’Osservatorio è quanto mai attuale” conclude il portavoce di Medicina Democratica Alessandria, che ha recentemente inviato a tutti i sindaci dei comuni interessati una formale richiesta per la realizzazione di un referto epidemiologico basato su dati elettronici già presenti (ricoveri, mortalità, farmaci assunti ecc.). Un provvedimento che parrebbe logico: il polo chimico della Fraschetta è un Sito inquinato di interesse nazionale (SIN), che insieme alla Eternit di Casale Monferrato, all’Ecolibarna di Serravalle Scrivia e alla discarica Barco a Castellazzo Bormida porta a 4 il numero dei SIN in provincia di Alessandria, sui 7 presenti in tutto il Piemonte.

L’industria a Spinetta Marengo, dai primi del Novecento

Nel 1905 un gruppo di imprenditori di Alessandria comprò una fabbrica sorta qualche anno prima a Spinetta Marengo. Utilizzando quei capannoni provvisti di forni speciali, la neonata Società di Marengo iniziò la produzione di prodotti chimici. Agli inizi degli anni Trenta la società acquisisce altri stabilimenti in varie regioni d’Italia, diventando così una fra le principali realtà italiane in aperta concorrenza con Montecatini, azienda nata nel 1888 per la lavorazione del rame dell’area toscana in Val di Cecina. 
Ma dopo un periodo di difficoltà, nel 1933 l’azienda fu acquisita proprio dalla Montecatini, appoggiata dal governo, avviando un nuovo piano di sviluppo. Allora si producevano “colori” (arseniati di piombo, fluosilicati: sodio, bario, zinco, magnesio), acido muriatico e acido concentrato. 
Dal 1954 si producono anche pigmenti di ferro e di titanio e l’anno successivo la lana di vetro. 
Nel 1966 Montecatini si fonde con Edison, società per la produzione elettrica, diventando Montedison, che nel 1981 si trasformerà in una holding industriale. 
La branca della Montedison che operava nel campo dei prodotti chimici intermedi e finali per applicazioni industriali è stata chiamata Montefluos. Nel 1992 la società assume il nome di Ausimont. 
Nel 2002 Ausimont fu acquisita dal Gruppo Solvay, multinazionale belga.
 

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