Altre Economie

Agricoltura di comunità a Roppolo

L’associazione ColtiViViamo gestisce in comodato terreni abbandonati in un Comune del biellese. Il recupero è affidato a una ventina di persone. Il progetto, e il territorio della Serra Morenica di Ivrea, sono i protagonisti del primo "weekend nell’Altreconomia" organizzato insieme a ViaggieMiraggi. L’appuntamento è per il 3 e 4 maggio  

Tratto da Altreconomia 159 — Aprile 2014

Pancrazio è un ingegnere ambientale, ed Ettore fa il falegname in una cooperativa sociale, ma è grazie a loro se a Roppolo c’è di nuovo chi lavora la terra. In questo paese di mille persone in provincia di Biella, che si affaccia sul lago di Viverone (il terzo del Piemonte per estensione) ed è ai piedi della Serra morenica di Ivrea, un rilievo di origine glaciale risalente al periodo del quaternario, le colline si erano inselvatichite e i campi erano stati sottratti al patrimonio agricolo.

Da gennaio 2014, però, due ettari di terra sono tornati a vivere, grazie al lavoro volontario di una ventina di persone. È l’inizio di una (nuova) storia, dopo che per anni questo territorio -la Serra è una delle più grandi e meglio conservate formazioni del genere esistente in Europa, e fa parte del vasto complesso dell’Anfiteatro morenico, uno spazio che “mastica” paesaggio- ha scritto solo quella dell’abbandono. Le cui cause sono state la massiccia industrializzazione della valle e la conseguente emigrazione degli autoctoni. Chi ha letto tutto il potenziale “inattivo” di Roppolo, invece, arriva da fuori: Pancrazio Bertaccini viene da Torino, Ettore Macchieraldo è originario di Milano. Entrambi si sono trasferiti a Roppolo per far crescere i propri figli in un ambiente diverso da quello della città. Ed è proprio grazie alla scuola che Ettore e Pancrazio si conoscono: i propri figli diventano amici, e i due papà iniziano a condividere il viaggio in auto per andare a lavorare a Biella. Col car-pooling, e lunghe chiaccherate in auto, è nata l’idea di recuperare i terreni abbandonati. Una storia iniziata due anni fa, ma che affonda le radici nel 2008, che si è concretizzata nel novembre 2013, durante in un incontro pubblico organizzato con l’ausilio del Comune di Roppolo. Quella sera si raccolgono le adesioni: chi ha terra da offrire?, chi ha voglia di coltivarla?
A gennaio 2014 iniziano i lavori di potatura delle piante e di sistemazione del primo appezzamento di terreno recuperato. E per gestire il processo è nata l’associazione di promozione sociale ColtiViViamo (semidiserra.altervista.org/coltiviviamo).

Riavvolgendo il filo della storia, però, si deve tornare al 2012, quando Pancrazio e Ettore iniziano a pensare all’esigenza di produrre a km0 gli alimenti consumati nella mensa scolastica dai bambini, attraverso il recupero dei terreni abbandonati. La sviluppano insieme ad un gruppo di ricercatori dell’Università di Torino e dell’Istituto di ricerche interdisciplinari sulla sostenibilità (un Centro interuniversitario di cui Pancrazio fa parte da alcuni anni, www.iris-sostenibilita.net). Da questa collaborazione nasce il progetto “Semensa” che amplia il respiro iniziale, specialmente nell’ambito di formazione, nutrizione e sostenibilità, verso nuovi immaginari di alimentazione e di relazioni sociali.
Anche se il progetto non ha ancora ricevuto finanziamenti, Pancrazio ed Ettore lo presentano in numerose iniziative pubbliche, nel canavese e nel biellese.
A Roppolo, però, il terreno era già smosso: dal 2008, l’associazione Semi di Serra, si occupa di trasmettere ai bambini un’idea di ricchezza diversa da quella “dall’economia di crescita”, cioè di una ricchezza non contenuta materialmente in ciò che si possiede ma, piuttosto, in ciò che si fa con altre persone. Semi di Serra nasce grazie all’impegno di cinque famiglie di Roppolo e Viverone (una è quella di Ettore), e porta i genitori ad organizzare dopo-scuola autogestiti dove coinvolgere i bambini in laboratori pratici.
È su questo humus che l’idea di Pancrazio ed Ettore, insieme all’aiuto degli altri genitori, prende la forma di “Orti in serra”, ovvero il progetto di una serra all’interno del parco giochi di Roppolo in cui i bambini d’ora in poi si prenderanno cura di un semenzaio. A quel punto non restava che “esportare” l’esperienza maturata anche nel mondo degli adulti.

È stata preparata così la conferenza del novembre 2013, durante la quale l’associazione Semi di Serra presentò le proprie necessità, riassunte così: “Servono persone che hanno voglia di coltivare qualcosa, e campi che al momento non sono utilizzati”. La risposta della popolazione (proveniente anche da fuori Roppolo) fu subito pronta: diversi proprietari hanno “donato” i propri terreni, e diverse persone si sono rese disponibili a collaborare. A partire dai primi due ettari di terra. ColtiViViamo nasce a marzo da questo percorso, come “costola” di Semi di Serra operativa nel campo agricolo.
Uno degli aspetti interessanti di questa iniziativa è che i proprietari dei terreni verranno aggregati dal Comune di Roppolo in un’associazione fondiaria, come racconta Ettore: “È molto importante che ci sia un ente che garantisca l’interesse pubblico dell’iniziativa. L’associazione fondiaria rappresenta un gruppo unico con il quale l’associazione potrà interagire, invece di rapportarsi con i singoli proprietari presi uno ad uno. Gli agricoltori non pagheranno un affitto perché i terreni incolti saranno concessi a ColtiViviamo con un comodato d’uso gratuito, di cui si stanno ancora stabilendo tempi e modalità”.
Per quanto riguarda le scelte colturali, i prodotti che si andranno a coltivare saranno principalmente ortaggi e piccoli frutti: “Certamente mirtilli e probabilmente anche le fragole, perché dicono che qui venivano molto bene” rammenta Pancrazio. Al momento i neo-contadini hanno fatto analizzare la terra dagli uffici preposti in Regione Piemonte, così da conoscere bene le proprietà del terreno e sapere dove piantare cosa. “In questo contesto la priorità non è il profitto ma la capacità di conservare nel tempo i propri strumenti di formazione del reddito e di sostentamento, oltre che il recuperare terreni in disuso -spiega Pancrazio-. In tal modo una comunità può percepire in modo integrale l’attività produttiva, il reddito che ne deriva e la propria autosufficienza alimentare, che variabilmente definito in base alle caratteristiche del territorio in cui si trova, dalle risorse disponibili e dal clima pone le basi per la propria sicurezza alimentare”.
“La nostra iniziativa -riprende Ettore- ha come scopo il recupero del territorio e la creazione di reddito. Ci stiamo ponendo quindi il problema di come renderla economicamente sostenibile, anche al di fuori dei parametri considerati imprescindibili del mercato”.
Per questo ColtiViViamo ha previsto due modalità di associazione: la prima riguarda chi è interessato ai prodotti e al lavoro agricolo, e l’altra chi è interessato solo al frutto del lavoro altrui, cui è chiesto un impegno che permetterà il sostegno dell’attività. I primi lavoreranno fisicamente e saranno ricompensati per il loro impegno. Mentre i secondi potranno ricevere i prodotti dell’associazione in cambio di una quota, senza necessariamente partecipare all’attività nei campi. “Al momento vige un po’ la regola della Banca del tempo -conclude Pancrazio-: le persone che stanno collaborando, in assenza di finanziamenti, contano le ore dedicate al lavoro e verrano ricompensate in ortaggi e frutta. Intanto stiamo partecipando a diversi bandi per ottenere risorse: speriamo sia il punto di partenza per offrire lavoro a giovani e meno giovani. Al momento resta una bellissima esperienza di recupero di terreni sottratti al disuso e di una comunità di persone che torna a lavorare insieme.
Saranno i risultati della stagione in arrivo che ci indicheranno i passi futuri”. —
 

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