Altre Economie / Approfondimento

In Africa la sovranità alimentare passa dalla custodia dei semi

Le sementi contadine sono un elemento essenziale per una produzione agricola sostenibile e su piccola scala. Una ricerca dell’associazione “Grain” fotografa la situazione in sei Paesi del continente. Anche l’Italia fa passi avanti

Tratto da Altreconomia 210 — Dicembre 2018
Un agricoltore rimescola il terreno attorno a delle piantine di cavolo per facilitare la crescita delle radici © flickr.com/photos/faooftheun - ©FAO/Olivier Asselin

C’è un tavolo, nella foto che Million mostra sullo schermo, coperto di zucche intagliate ed essiccate: sono ciotole che raccolgono chicchi colorati di diverse forme. Accanto c’è un baccello: ha la forma di un piccolo serpente, ma non striscia. È la casa salda di semi biodiversi. “Questa che vediamo non è il romanticismo dell’agricoltura africana -parla da Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, dall’altro lato dello schermo-, ma l’immagine di un sistema agroecologico necessario per la sopravvivenza. Grazie alla resilienza e alla microbiologia, infatti, i nostri terreni agricoli potranno aumentare le rese, tutelando la sovranità alimentare, la salute e la sostenibilità ambientale”. Million Belay coordina l’Alleanza per la sovranità alimentare in Africa (Afsa, afsafrica.org), una rete di trenta realtà impegnate nell’agroecologia che ha da poco pubblicato il rapporto “The real seed producers” insieme all’associazione internazionale no profit “Grain”, che ha sede a Barcellona. È il risultato di un’ampia indagine durata tre anni su come e perché “i piccoli contadini risparmiano, usano, condividono e valorizzano la diversità delle sementi delle colture che alimentano l’Africa”, come recita il sottotitolo della ricerca.

Il report racconta i sistemi sementieri gestiti dagli agricoltori in sei paesi africani -Etiopia, Mali, Zambia, Senegal, Uganda e Zimbabwe- e il loro contributo alla sovranità alimentare, “compresi i benefici che questi sistemi chiamati ‘informali’ forniscono alle comunità agricole come parte dei loro mezzi di sussistenza socioculturali, economici e spirituali, oltre che ecologici”, spiega Million.

Secondo la Fao, circa l’80% del cibo prodotto in Africa proviene dalle sementi tradizionali dei contadini. “Un sistema che quindi è fondamentale per garantire la nutrizione nel nostro continente”, aggiunge Susan Nakacwa di Grain, raggiunta telefonicamente in Uganda da Altreconomia. Ma il valore dei semi custoditi dagli agricoltori non sta solo nella sopravvivenza alimentare e nella possibilità di consumare ogni giorno cibi diversi e sani, spiega: “Non possiamo dimenticare l’importante ruolo culturale essi hanno nel contesto in cui abbiamo svolto la ricerca”. Ancora in molte comunità, infatti, le semine seguono delle vere e proprie cerimonie, che governano anche le pratiche agricole e le scelte alimentari. La cura riposta da questi agricoltori nella selezione, conservazione e diffusione delle sementi riguarda “una gestione sostenibile su piccola scala, che sviluppa la resilienza e garantisce la sopravvivenza di fronte ai cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo l’agricoltura”. Pratiche che, oltretutto, sono comprensibili e facilmente tramandabili di generazione in generazione: anche per questo sono considerate una garanzia per il futuro.

Questa tutela locale è però messa a dura prova dal controllo globale del mercato delle sementi, che sta “sostituendo la diversità con l’uniformità e la condivisione con i diritti di proprietà”, spiega Million Belay. Soprattutto, i “padroni dei semi” sono molto abili nel costruire una narrazione che illumina le loro varietà come le più sicure e produttive, e oscura invece i sistemi sementieri locali bollandoli come fallimentari. “Ma se è proprio così, perché gli agricoltori continuano a conservare e piantare i loro semi?”, chiede Million con un velo d’ironia. Il report di Afsa e Grain dà risposte incoraggianti, raccontando le numerose iniziative a favore della biodiversità locale Paese per Paese -in collaborazione con le reti agricole e le associazioni della società civile impegnate per la biodiversità.

“L’agroecologia messa in pratica dalle comunità contadine in tutta l’Africa garantisce la diversità degli alimenti, delle bevande e dei mangimi. Ma ha un valore importante anche per aspetti non direttamente legati alla nutrizione: nella costruzione delle case, per esempio, i cui intonaci sono fatti mescolando la pula dei semi con il fango. O per le proprietà curative dei semi, tramandate nel tempo, che ancora oggi sono sfruttate per curare molte malattie”. Questi aspetti culturali s’intrecciano a un approccio scientifico, come spiega Million Belay: “La scienza è necessaria per affrontare i cambiamenti sociali e ambientali. L’agroecologia è una scienza, una pratica culturale e un movimento sociale”. Un movimento che, tuttavia, è raramente sostenuto dai sistemi politici di questi Paesi, sedotti invece dalla propaganda delle multinazionali. “Con la nostra ricerca poniamo una questione semplice: per sopravvivere, i sistemi sementieri locali hanno bisogno del sostegno dei governi -dice Susan Nakacwa-. Hanno bisogno di essere riconosciuti e rispettati, perché sono gli unici che potranno garantire la sovranità alimentare delle comunità per il prossimo futuro”.

“L’agroecologia messa in pratica dalle comunità contadine di tutta l’Africa garantisce la diversità degli alimenti, delle bevande e dei mangimi” – Million Belay

Il diritto dei contadini e delle contadine di “mantenere, controllare, proteggere e sviluppare i propri semi e le proprie conoscenze tradizionali”, di “affidarsi ai propri semi o ad altri semi disponibili localmente e di loro scelta” e di “decidere sulle specie che desiderano coltivare”, con il sostegno degli Stati, è sancito dalla Risoluzione sui “diritti dei contadini e di altre persone che lavorano in zone rurali”. Approvata alla fine di settembre dal Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite con 33 voti a favore, 11 astenuti e tre contrari (Australia, Ungheria e Regno Unito), la Risoluzione è il frutto di 17 anni di lavoro da quando “Via campesina” ha avviato questo percorso all’interno dell’Onu -sostenuta da altri movimenti sociali, in particolare “Fian international” e l’associazione “Centre Europe-Tiers monde”- e oggi siamo a un passo dalla votazione della Dichiarazione finale da parte dei membri delle Nazioni Unite, prevista entro la fine dell’anno.

Un esempio dei colori e della varietà delle sementi tradizionali ugandesi © ZIMSOFF

La Risoluzione riconosce “nell’accesso alla terra, all’acqua, ai semi e ad altre risorse naturali” una sfida crescente per la popolazione rurale ed evidenzia l’importanza di “migliorare l’accesso alle risorse produttive” per garantire un corretto sviluppo rurale, basato sulla partecipazione, la parità e la dignità dei contadini. L’articolo 19 riguarda proprio “il diritto alle sementi”, ovvero alla “protezione delle conoscenze tradizionali” sulle risorse fitogenetiche, all’equa partecipazione nei processi decisionali e a “mettere da parte, utilizzare, scambiare e vendere i semi” autoprodotti nei sistemi sementieri locali. Secondo Roberto Schellino dell’Associazione rurale italiana, il riconoscimento dei sistemi sementieri delle comunità locali è proprio il punto di convergenza dei movimenti contadini del mondo. Un tema che si sta facendo spazio anche nel nostro Paese, nel lungo percorso -avviato nel 2009- verso una legge quadro sulle agricolture contadine. Lo scorso novembre, i promotori della “Campagna popolare per l’agricoltura contadina” si sono incontrati a Costa Vescovato (AL), da Valli Unite, per dialogare con i deputati della commissione Agricoltura della Camera, gli amministratori locali, i sindacati di settore, Slow Food e le associazioni contadine.

“I sistemi sementieri locali hanno bisogno di essere riconosciuti e rispettati perché sono gli unici che potranno garantire la sovranità alimentare” – Susan Nakacwa

La campagna, infatti, dopo aver aperto dal 2013 una relazione con il Parlamento e aver partecipato alle audizioni in Commissione agricoltura alla Camera, deve ora costruire nuovi rapporti con l’attuale legislatura. L’obiettivo, come spiega Roberto Schellino, membro del Coordinamento nazionale della Campagna, è dare il giusto valore alla biodiversità agricola e al suo ruolo di presidio del territorio. “La nostra è un’agricoltura molteplice, praticata su zone molto diversificate e in forme differenziate. Perciò, per tutelare i diritti dei piccoli agricoltori e le loro pratiche agroecologiche, c’è bisogno di una legge che sappia riconoscere questa molteplicità e distinguerne le sfaccettature”.

L’attuale normativa, invece, si rivolge a un unico modello produttivo, penalizzando i piccoli contadini che sfuggono all’uniformità usata come criterio dal legislatore. Sono 1,3 milioni le aziende in Italia più piccole di cinque ettari. E, secondo Eurostat, le aziende italiane con una superficie inferiore a un ettaro producono cibo per oltre 75 milioni di chilocalorie. Un modello di agricoltura familiare che coinvolge almeno un milione di persone nel nostro Paese. E che ha un’importante funzione di manutenzione dei paesaggi, salvaguardia della biodiversità e gestione del territorio. La proposta di legge ne chiede il riconoscimento e, di conseguenza, l’approvazione di una normativa diversa da quella attuale, basata sul modello dell’agricoltura intensiva su larga scala. A livello locale, in merito a uno dei temi sostenuti dalla “Campagna contadina”, la Regione Toscana ha già fatto un passo in questa direzione, approvando lo scorso marzo la legge 12/2018, “Disposizioni per la lavorazione, la trasformazione ed il confezionamento dei prodotti agricoli di esclusiva provenienza aziendale”.

Roberto Schellino, membro del Coordinamento nazionale della “Campagna popolare per l’agricoltura contadina” © Marta Gatti

L’obiettivo della legge -approvata all’unanimità dal Consiglio regionale, sebbene fosse stata presentata dalla minoranza- è “sostenere la piccola agricoltura agevolando la lavorazione, la trasformazione e il confezionamento dei prodotti agricoli di produzione aziendale destinati alla degustazione in azienda e alla vendita diretta”, spiega il consigliere regionale Tommaso Fattori, promotore dell’iniziativa. La legge regionale è il frutto di un lavoro di rete fatto con le associazioni contadine del territorio: “Un processo partecipativo che ha condensato in una proposta di legge le richieste del mondo rurale sensibile alla biodiversità e al futuro della terra”, spiega. Una legge importante anche perché mette nero su bianco il ridotto impatto ambientale dell’agricoltura su piccola scala -grazie all’adozione di colture diversificate, la conservazione delle varietà tradizionali e la vendita diretta ai consumatori- e il suo ruolo di difesa dell’equilibrio idrogeologico del paesaggio. “Di fronte alla scelta -di vita e lavorativa- di tante persone di riavvicinarsi al mondo rurale, le istituzioni devono chiedersi come possono sostenere e facilitare questo ritorno alla terra”. La risposta virtuosa della Toscana ha interessato anche la Regione Sicilia, che lo scorso novembre, durante la quinta edizione di “Fà la cosa giusta!” a Palermo, ha organizzato un incontro verso la stesura di un testo di legge simile, per la tutela dell’agricoltura contadina siciliana, che ha il suo cuore pulsante proprio nelle aziende di piccole e medie dimensioni che preservano le colture locali e tradizionali.

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia