Ambiente / Opinioni

Adattarsi alle tempeste del futuro conviene

Tra il riscaldamento globale e l’aumento delle piogge intense c’è una relazione, come evidenziano gli esperti. È necessario prepararsi. La rubrica di Stefano Caserini

Tratto da Altreconomia 210 — Dicembre 2018

Quando sento chi dice “Una pioggia così non l’avevo mai vista”, penso al libro “Storm of my grandchildren”, di Jim Hansen, di cui qualche anno fa ho curato con Luca Mercalli l’edizione italiana (pubblicata da Edizioni Ambiente con il titolo “Tempeste”). Un libro che è non solo un racconto della scienza del clima, ma anche la biografia di uno dei suoi più grandi esponenti. Uno scienziato che per tanti anni ha limitato il suo lavoro ai laboratori e alla scrittura scientifica, ma che davanti al peggioramento della situazione climatica e al verificarsi dei primi impatti, assistendo all’enorme ritardo delle risposte del mondo politico, o a tentativi di censura delle sue ricerche da parte dell’entourage di George W. Bush e Dick Cheney, ha scelto di reagire e mettersi in gioco in prima persona.

Hansen ha iniziato tardi a scrivere articoli divulgativi, a tenere conferenze prima delle elezioni politiche, a partecipare a manifestazioni pubbliche, a scrivere ai manager delle aziende energetiche. Ora è una delle voci più attive e impegnate nel chiedere di intervenire urgentemente e radicalmente per agire contro il riscaldamento globale.

Secondo Hansen gli scienziati che capiscono la gravità della situazione climatica, i pericoli che possono correre le specie viventi sul Pianeta, non possono solo stare ad assistere che le loro previsioni si avverino, cosa peraltro successa negli ultimi 30 anni. Nel suo “Le tempeste dei miei nipoti”, lo scienziato ha spiegato come uno dei segni del riscaldamento globale sarà la maggiore frequenza di precipitazioni molto intense, a causa della maggiore energia che si accumula nel sistema climatico. Più o meno la stessa cosa si trova scritta nei rapporti dell’IPCC, compreso l’ultimo, in cui si spiega come con 2°C di aumento delle temperature globali l’intensità e la frequenza delle forti precipitazioni aumenterà rispetto ad oggi, e più di quanto aumenterebbe in un mondo con temperature aumentate di “solo” 1,5°C.

Dal punto di vista fenomenologico, ci sono diversi fattori che indicano un legame fra il riscaldamento globale e l’aumento delle piogge intense o la distruttività degli uragani. Un’aria più calda può contenere più vapore acqueo, secondo una relazione studiata dai fisici Rudolf Clausius ed Émile Clapeyron più di 150 anni fa. L’aumento di temperatura del mare causa una maggiore evaporazione e fornisce più energia agli eventi meteorologici estremi: ad esempio, se gli uragani incontrano un mare più caldo durante la loro traiettoria, possono crescere e raggiungere i livelli più alti della scala che valuta la loro forza.

7%  è la quantità di vapore acqueo in più che è presente in atmosfera per l’aumento di 1°C di temperatura, secondo la legge di Clausius-Clapeyron

E ci sono dati che confermano la tendenza. Non dappertutto, ma a livello globale “il segnale si vede”, come dicono gli esperti. I danni di una pioggia intensa dipendono anche da dove cade, da come il territorio è preparato ad accoglierla, o viceversa è stato costruito senza considerare l’ambiente e la sua componente meteorologica. Oltre a fermare il riscaldamento globale sarebbe utile quindi prepararsi ad accogliere piogge più forti, anche modificando le nostre città, gli spazi, le reti, il rapporto con i fiumi. Sono azioni chiamate di “adattamento” ai cambiamenti climatici. Prepararsi alle tempeste del futuro conviene; anche solo per non accontentarsi di parlare del fango, dei morti, dei danni, dei penosi tentativi di illudersi che sia solo un problema di “alberelli non tagliati” o di “fiumi non dragati”.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia