Esteri

34 milioni di posti di lavoro in fumo

I sindacati di tutto il mondo riuniti in Canada per il congresso internazionale dell’Ituc

VANCOUVER – Più di 1300 delegati provenienti dai sindacati di tutto il mondo sono giunti a Vancouver per il secondo congresso internazionale dell’ITUC, la più grande organizzazione sindacale unitaria nata dalla fusione storica fra l’ICFTU e il WCL che oggi rappresenta 176 milioni di lavoratori.
A incalzare i G20 puntellando un’agenda che si preannuncia ristretta e poco incisiva per quanto riguarda i grandi problemi posti dalla crisi sistemica e simultanea che sta funestando il pianeta, il sindacato mondiale riunito a Vancouver cerca di forzare la discussione attesa a Toronto. A partire dai dati assolutamente allarmanti che parlano di una crisi sociale senza precedenti, i lavoratori non ci stanno ad archiviare la crisi. Trentaquattromilioni i milioni i posti di lavoro bruciati fino ad oggi cui ne vanno sommati altri sessantaquattro milioni precarizzati e flessibilizzati al punto da spingere le persone verso la povertà, generando i cosiddetti working poors, la nuova classe operaia globale del 21esimo secolo.
Oltre ai nuovi disoccupati prodotti dalla crisi, vanno considerati i 178 milioni di disoccupati cronici e quell’allarmante 50,6% di forza lavoro considerata dall’ILO vulnerabile. In tutto fanno 633 milioni di lavoratori poveri, spremuti come limoni nelle zone di produzione del pianeta in cambio di salari da elemosina, dal nord industrializzato al sud globale emergente. E’ con questi numeri prodotti da una crisi sistemica che è innanzitutto una crisi di modello di sviluppo che l’ITUC ha aperto in questi giorni il confronto con i big delle organizzazioni internazionali come Fmi, Wto e Ilo. E’ però Helen Clark , Direttore dell’UNDP ed ex-primo ministro della Nuova Zelanda, a metter subito in chiaro che non è per nulla scontata la creazione di posti di lavoro a partire dai pacchetti di stimoli. Un messaggio chiaro per i colleghi Strauss-Kahn e Lamy, affinchè facciano ogni sforzo per integrare nell’agenda del G20 il Patto Globale per il Lavoro dell’ILO.

Messaggio non ricevuto, dato il discorso eccessivamente ottimista e celebrativo del direttore del Fmi Strauss-Kahn, affrettatosi a sottolineare l’efficacia dei pacchetti di stimoli prontamente messi a disposizione dell’economia, di “carta” aggiungiamo noi. Adesso è tempo di voltare pagina, la crisi sembra passata e l’incendio è stato spento dunque meglio applicare attente misure restrittive fiscali, per evitare l’eccessivo indebitamento, soprattutto in quei paesi particolarmente a rischio. Un’idea che fa tremare i polsi ai molti sindacalisti in sala, che già vedono sulle spalle di chi finiranno le politiche di austerity invocate dai guru delle organizzazioni internazionali: lavoratori, pensionati e disoccupati che vedranno tagliate pensioni, servizi e protezione sociale. Con il risultato di farci pagare la crisi due volte, prima con il prelievo dei soldi pubblici serviti al salvataggio delle grandi imprese, adesso con il taglio della spesa pubblica che incide direttamente sulle vittime della crisi. Una certa convergenza invece si registra tra sindacalisti e Fondo Monetario sulla necessità di ottenere finalmente una tassa a carico della finanza.

Il problema è che tipo di tassa, visto che la proposta in studio al Fondo consiste in una tassazione dei profitti e non delle transazioni finanziarie. Una questione solo tecnica, secondo Strauss Kahn, una questione decisamente politica per i delegati dell’ITUC, che ricordano i trilioni di dollari finiti nei paradisi fiscali che potrebbero finanziare lo sviluppo e la coesione sociale. In perfetta sintonia con il direttore del Fmi, Pascal Lamy, Direttore del Wto, non perde l’occasione per ricordare l’importanza della coerenza verticale e orizzontale delle politiche internazionali. In altre parole, in virtù del benefico e indiscutibile valore positivo del libero commercio che tanto avrebbe contribuito a mitigare gli effetti negativi della crisi, ricorda ai lavoratori cornuti e mazziati , la necessità che le politiche nazionali siano conformi a quelle internazionali in materia di commercio. Come dire, attenti a non metterci i bastoni fra le ruote con ambizioni di stampo protezionistico a difesa delle vostre economie, perché il libero commercio è l’unica via per la crescita e la riduzione della povertà.

Diversi gli africani e i latino americani che intervengono a ricordare come gli accordi di libero scambio non abbiano portato che privatizzazione e precarizzazione del mercato del lavoro con più povertà e vulnerabilità.Interessanti le conlusioni di Tapiola, direttore esecutivo dell’Ilo, il quale esprime forte preoccupazione per la scarsa attenzione prestata ai temi del lavoro e dell’inclusione sociale diversamente dai i problemi fiscali. Anche per lui non ci può essere ripresa senza occupazione. E’ ormai definitivamente chiaro a cosa non servirà il G20.

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