Esteri

25 anni dopo un ideale

È passato un quarto di secolo dall’assassinio di Thomas Sankara e un inviato di Altreconomia racconta da Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, le celebrazioni per ricordare un’eroe nazionale ed africano, capace di concepire e realizzare un processo di decolinizzazione culturale per l’Africa intera 

Sono passati 25 anni dall’assassinio di Thomas Sankara, il primo presidente del Burkina Faso e oggi (15 ottobre 2012, ndr) a Ouagadougou, capitale del Paese, si respira un’aria giovane, come se le sue idee continuassero a germogliare e dare frutti.
Quando arriviamo al cimitero, la manifestazione organizzata per ricordare Sankara è quasi giunta al termine. Lungo la strada che percorriamo a ritroso ci sono lunghe file di persone, e con fatica arriviamo all’ingresso. Il posto è lastricato di immagini e icone di Sankara: vecchie fotografie, alcune della sua frasi più celebri scritte su cartelli portati a mano, magliette e quadri. 
Nonostante il tempo trascorso, ormai un quarto di secolo, la presenza del “Che africano” ha ancora molta presa sui burkinabè. Il sogno di Thomas Sankara a metà degli anni ’80, quando iniziava il suo percorso rivoluzionario, sembrava solo uno slogan. Invece “dare l’Africa agli africani” si rivelo, nei sui 4 anni alla guida del Paese, una promessa che in Burkina Faso in quel periodo si realizzò. Sankara riuscì a rendere il Paese più povero dell’Africa subsahariana autosufficiente dal punto di vista alimentare, riuscì a mettere in scacco la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e sviluppò un sistema bancario interno per sostenere lo sviluppo alimentare del Paese: “Produrre burkinabé e consumare burkinabè” fu la grande lezione che portò all’Africa intera; ciò che era possibile in uno dei Paesi più poveri sarebbe stato alla portata anche degli altri.  
I risultati di quel sistema economico, finalmente libero dai legami del colonialismo europeo e statunitense, fu investito nel processo di cambiamento culturale dei burkinabé. Perché Sankara sapeva che avrebbe potuto contare sulla credibilità dal suo popolo solo quando la sovranità alimentare fosse stata raggiunta, quando alla maggior parte della popolazione fossero stati garantiti 2 pasti al giorni e 10 litri d’acqua, ma che i burkinabé avrebbero ottenuto la vera indipendenza e autonomia solo liberandosi dall’egemonia culturale del Nord del mondo. 
Durante la presidente di Sankara in Burkina Faso la frequenza scolastica sali fino al 15%, dato mai più raggiunto, e lo Stato organizzò campagne di alfabetizzazione massicce che portarono a una progressiva crescita culturale del Paese. Germogliarono musei e mostre cinematografiche di cultura africana (il Fespaco su tutte), a dimostrazione dell’orgoglio del pensiero africano. “Per l’imperialismo”, affermava, “è più importante dominarci culturalmente che militarmente. La dominazione culturale è la più flessibile, la più efficace, la meno costosa. Il nostro compito consiste nel decolonizzare la nostra mentalità”.
Un messaggio che parla forte anche alla nuova generazione di burkinabé. Quella che  circonda la sua tomba, e spera nel suo messaggio di unità e coesione africana come risposta alle sfide di oggi.

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