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"Il dibattito si concentra soprattutto intorno al concetto di legge elettorale ed eventualmente sulle ‘quote’ riservate, ma secondo la costituzionalista Maria Elisa D’Amico (Università Statale di Milano) la vera discriminante è la volontà dei partiti di fare eleggere le donne". La questione della rappresentanza femminile nell’editoriale di Elena Sisti da Altreconomia 145, del gennaio 2013. Una riflessione ancora attuale

Tratto da Altreconomia 145 — Gennaio 2013

La rielezione di Barack Obama negli Stati Uniti ha posto al centro del dibattito pubblico il ruolo determinante delle donne. Nel corpo elettorale e, contemporaneamente, nella composizione dei seggi: il numero di donne elette al Senato -seppur rappresentativo del 20% sul totale- ha raggiunto il massimo storico (20).
Gli Usa, purtroppo, non sono un caso isolato. Le donne restano sottorappresentate in quasi tutti i parlamenti del mondo.
Le teorie secondo cui sono sempre poche le donne elette nelle assemblee presentano approcci molto diversi, anche se convergono su un punto: le leggi elettorali hanno un’incidenza determinante nel favorire (metodo proporzionale) o sfavorire l’elezione (metodo maggioritario) femminile. La più attenta osservatrice dell’impatto dei sistemi elettorali è Pippa Norris (nella foto), che sottolinea -in base a studi effettuati a partire dagli anni 80- come le donne abbiano una probabilità quasi doppia di essere elette in sistemi elettorali proporzionali -ancor più con collegi estesi- rispetto a sistemi maggioritari. Norris precisa che in presenza di sistemi elettorali proporzionali con collegi elettorali vasti i partiti hanno interesse a presentare una lista di candidati più varia possibile al fine di non essere giudicati discriminanti e di attrarre il maggior numero di voti possibili. I collegi uninominali dei sistemi maggioritari tendono invece a favorire gli uomini.
Questa radicata convinzione è stata confutata da un recente articolo pubblicato a novembre su Comparative Political Studies da Andrew Roberts, Jason Seawright e Jennifer Cyr, che ha nuovamente affrontato la necessità trovare gli strumenti per aumentare la rappresentanza femminile ridimensionando però il ruolo che la legge elettorale ha sulla strada del raggiungimento di questo traguardo. 
Gli autori, dopo un’analisi dettagliata del rapporto tra il numero di donne elette e legge elettorale, giungono alla conclusione che la modifica delle modalità di elezione dei cittadini potrebbe non essere sufficiente per aumentare la rappresentanza femminile, considerando più efficace la leva del cambiamento sociale e culturale in relazione alle donne.
Sebbene anche in Italia il dibattito sulla legge elettorale sia vivace,  la rappresentanza femminile pare essere un tema dedicato alle sole associazioni femminili.
Il dibattito si concentra soprattutto intorno al concetto di legge elettorale ed eventualmente sulle “quote” riservate, ma secondo la costituzionalista Maria Elisa D’Amico (Università Statale di Milano), la vera discriminante è la volontà dei partiti di fare eleggere le donne. In un sistema proporzionale con liste bloccate, infatti, i partiti possono pure mettere lo stesso numero di donne e di uomini, ma collocando ai primi posti gli uomini -ritenuti più forti- il problema resterebbe comunque. Allo stesso modo, se il sistema elettorale consente di esprimere le preferenze è indispensabile che il partito sostenga le donne in campagna elettorale, altrimenti restano ottime candidate mai elette.
Uno strumento ritenuto efficace è quello della doppia preferenza di genere, introdotto ad esempio, nel sistema di elezione del Consiglio regionale campano. Il sistema prevede che l’elettore esprima due preferenze, ma lo obbliga a che siano di genere diverso. Questo sembra avere avuto l’effetto desiderato con l’elezione di un numero di donne in consiglio regionale pari al 23%, che si confronta con dati sconfortanti della Calabria, dove non c’è nessuna donna, e della Basilicata dove ce n’è solo una.
Il dibattito sulla legge elettorale riprenderà presto e la necessità di incorporare strumenti che garantiscano una maggiore rappresentanza femminile non può che essere tra le priorità per il futuro parlamento.
Forse la legge elettorale non sarà la bacchetta magica con la quale riusciremo a portare più donne in Camera e Senato, ma sicuramente il dibattito deve riporre questa riflessione attenta su quali siano gli strumenti più adatti per assicurarsi che le donne -che in Italia rappresentano il 51% della popolazione- siano adeguatamente rappresentate a tutti i livelli di governo. —
 

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