Vivere sotto l’occupazione

Le stime numeriche come il numero di morti, feriti o disabili provocate dalla guerra, anche se naturalmente colpiscono nella loro crudezza rimangono pur sempre troppo alla superficie del vissuto della gente comune in situazioni di conflitto violento cronico come quello del territorio palestinese occupato (TPO). Attraverso queste misure (tassi di mortalità e morbilità) utilizzate comunemente dagli epidemiologi non trovano tuttavia espressione i pensieri, le paure e i bisogni di quella parte di popolazione che vive nella condizione intermedia che sta tra benessere-malattia e morte.

di Angelo Stefanini, Università di Bologna, Osservatorio Italiano Salute Globale www.saluteglobale.it

Anche i più moderni e sofisticati strumenti diagnostici di matrice psichiatrica (come la Sindrome da Disordine da Stress Post-Traumatico, PTSD) sono sostanzialmente incapaci di rappresentare pienamente lo sconvolgimento, l’incapacitazione e soprattutto il costo sociale di queste condizioni, specialmente nelle loro dimensioni collettive.

Una commissione congiunta costituita dall’Ufficio della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il TPO e l’Institute of Community and Public Health, Birzeit University, in cooperazione con il Palestinian Central Bureau of Statistics, durante il periodo 19-25 Dicembre 2005 ha effettuato una ricerca sulla Qualità della Vita (QoL) percepita dalla gente. Lo studio includeva 1008 adulti scelti in modo casuale da un campione rappresentativo di residenti Palestinesi nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

I risultati mostrano che

• Un quarto degli intervistati riferisce che la sua qualità di vita è misera o molto misera.

• Più di uno su cinque soffre molto o in maniera estrema per problemi di salute fisici che influenzano negativamente la sua capacità a svolgere le funzioni di base.

• Circa uno su quattro riferisce di non aver denaro o di non averne abbastanza per soddisfare le necessità individuali o familiari.

• Più di un quarto ha perso un familiare o un parente prossimo a causa delle violenze.

• Oltre un quarto di coloro che risiedono in Cisgiordania riferiscono che il dover attraversare i posti di blocco israeliani per effettuare le normali attività quotidiane, come andare a lavorare, a scuola o all’Università, rende misera la qualità della loro vita.

• Quasi una persona su cinque nella Cisgiordania riferisce di vivere in prossimità del Muro di Separazione, con un profondo impatto negativo diretto sulla loro vita.

• Più di un quarto degli intervistati residenti nella Cisgiordania riferisce di vivere in prossimità di un insediamento israeliano illegale, e 4 su 5 di loro affermano di esserne colpiti negativamente.

I risultati di questo studio raccontano come il contesto politico in cui la gente vive e le conseguenze che ne derivano rappresentino fattori determinanti per qualità della vita nel TPO. Il significato innovativo della ricerca, aldilà di ciò che mostra in termini di qualità della vita in simili situazioni, risiede nella nuova prospettiva che offre su come descrivere complessivamente i veri costi umani dei conflitti.

Le informazioni prodotte da questa ricerca, inoltre, forniscono alla comunità internazionale anche una importante indicazione su come modellare la propria risposta in funzione dei bisogni reali dei Palestinesi a cominciare dal tema dei diritti umani. Questo studio è un esempio di come il considerare un conflitto alla stregua di un vero e proprio importante problema di salute pubblica può condurre ad un cambiamento nella concettualizzazione delle sue conseguenze (dal conto dei morti e dagli indicatori medici ad una misura più ampia della sofferenza sociale). In questo modo la risposta su cui la comunità internazionale viene ad essere sollecitata va inevitabilmente oltre il semplice aiuto medico ed umanitario chiamando in causa un intervento anche, e soprattutto, di tipo politico sia immediato che a lungo termine per assicurare il ristabilimento della giustizia e del diritto internazionale.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia