Unicredit finanzia la controversa diga kurda


Anche l’italiana Unicredit
fa parte del pool di finanziatori del controverso progetto della diga di Ilisu, nel Kurdistan turco. La banca italiana, attraverso la controllata Austria Bank Creditanstalt, è infatti intenzionata a versare 280 milioni di euro per costruire un bacino d’acqua artificiale alto 138 metri e largo 1.820 metri sul fiume Tigri tramite quella che sarebbe la diga più grande della Turchia dopo quella di Ataturk, sul fiume Eufrate.

.::Aggiornamento::.  A metà agosto è stato siglato il contratto per la costruzione della diga di Ilisu, nel Kurdistan turco.

di Eleonora De Bernardi

Per denunciare la partecipazione italiana e per chiedere formalmente il ritiro della banca dal progetto, gli attivisti della Campagna per la riforma della Banca Mondiale e di altre associazioni per i diritti umani e la tutela dell’ambiente (tra cui Associazione verso il Kurdistan, Arci e Legambiente) si sono dati appuntamento il 17 luglio, davanti alla sede di Unicredit a Milano. Intorno alle 12 due manifestanti hanno consegnato alla direttrice della filiale tre lettere indirizzate rispettivamente all’amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo, al presidente e al consiglio di amministrazione, in cui spiegano le ragioni per cui si oppongo al progetto.

In passato la diga di Ilisu non aveva ricevuto l’appoggio né della Banca Mondiale né del Sace, l’agenzia di credito all’esportazione italiana, a causa della rischiosità dell’investimento e degli impatti che la diga determinerebbe sul territorio e sulle popolazioni locali.  Oggi tuttavia il progetto è tornato in auge, ma ci sono già le prime rinunce dal pool di finanziatori: la svizzera Zuercher Kantonalbank si è ritirata dal progetto cedendo alla pressioni della società civile.

In Turchia, intanto, alcuni cittadini hanno dato vita all’Iniziativa per tenere in vita Hasankeyf, un città di 12.000 anni fa incavata nella roccia, simile ai sassi di Matera, con una parete di grotte a picco sull’acqua. Se la diga di Ilisu venisse realizzata la città verrebbe sommersa completamente, insieme ad altri 200 siti archeologici. Ma il progetto – spiegano gli attivisti – rischia anche di far saltare i delicati equilibri geopolitici dell’area. Si stima che la realizzazione della diga potrebbe implicare il trasferimento forzato di un massimo di 55.000 curdi e la deviazione di grandi quantità d’acqua a favore della Turchia e a scapito di Iraq e Siria.

.::Aggiornamento::.  A metà agosto è stato siglato il contratto per la costruzione della diga di Ilisu, nel Kurdistan turco. Ad apporre le loro firme sono stati i responsabili del Directorate General for Water Works (DSI) e quelli del consorzio composto dalle 14 compagnie responsabili della realizzazione del progetto. L’opera riceverà inoltre il sostegno politico e finanziario delle agenzie di credito all’export di Germania, Svizzera e Austria.

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