Opinioni

Un’eccezione alla democrazia

È in corso la conversione in legge del cosiddetto decreto “antiterrorismo". L’opinione pubblica pare già aver dimenticato l’attacco nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi, che però “giustifica” e renderebbe necessarie nuove misure restrittive delle libertà individuali, anche in Italia. Il commento di Lorenzo Guadagnucci
 

Tratto da Altreconomia 169 — Marzo 2015

Il ministro degli Interni Angelino Alfano si è preso un mese di tempo, all’indomani della strage di Charlie Hebdo del 7 gennaio scorso, e ha infine presentato il suo decreto antiterrorismo.
Lo spirito del provvedimento è lo stesso di sempre: si tratta di rinunciare a qualche porzione di libertà in cambio di maggiore sicurezza (o meglio della promessa di maggiore sicurezza). È lo scambio che ha ispirato le politiche sulla sicurezza dal settembre 2001 in poi, con il Patriot Act dell’amministrazione Bush come esempio. Gli atti emanati secondo questa logica hanno cambiato il volto e la prassi delle nostre democrazie, abituando i cittadini a una progressiva riduzione dei diritti e delle libertà civili. È un percorso che continua.

Il testo vero e proprio del decreto, sette giorni dopo l’annuncio della sua approvazione, non era ancora noto, secondo un malcostume istituzionale che sta diventando regola nell’azione del governo Renzi, ma il ministro ha comunque spiegato una per una tutte le novità.
Saranno allargate al terrorismo le competenze dell’attuale Procura antimafia
; sarà considerato reato l’arruolamento in forze combattenti all’estero; i prefetti avranno maggiori poteri di monitoraggio ed espulsione di cittadini stranieri “sospetti”. Le novità più delicate riguardano la Rete e il ruolo degli agenti segreti. Sul primo punto l’obiettivo del ministro è quasi ovvio: oscurare i siti che fiancheggiano le organizzazioni più temute, a cominciare dall’Isis. Obiettivo scontato ma che ripropone -irrisolti- tutti i rischi di compressione della libertà d’espressione e di privacy, perché l’esperienza dimostra che l’individuazione di siti “simpatizzanti” può condurre ad arbitrii, senza considerare che l’efficacia degli oscuramenti è spesso vanificata dal trasferimento dei siti ad altri indirizzi. Tutto ciò in un ambiente, il cyberspazio, nel quale manca ancora una disciplina che tuteli i diritti fondamentali.

L’estensione delle facoltà “extra legem” degli agenti segreti conduce in un campo delicatissimo, come hanno dimostrato gli ultimi quindici anni di “guerra al terrorismo”. Finora la facoltà concessa agli 007 di compiere azioni illegali per fini istituzionali è stata rigidamente limitata, perché si è coscienti che si tratta di azioni che mettono a repentaglio la solidità e la credibilità delle regole democratiche. In alcuni Paesi, Stati Uniti d’America in testa, l’immunità degli agenti segreti si è allargata a dismisura e quasi non conosce confini. La nuova frontiera -superata da tempo a Washington e Tel Aviv- è l’ammissione dell’“omicidio mirato”. In Europa per il momento non se ne parla.

Le protezioni concesse ai nostri agenti segreti invece sono disciplinate dalla legge numero 124 del 2007, che attribuisce al presidente del consiglio il compito di autorizzare “di volta in volta” le azioni illegali ritenute necessarie e  che fissa dei limiti non valicabili. Non è cioè possibile commettere “delitti diretti a mettere in pericolo o a ledere la vita, l’integrità fisica, la personalità individuale, la libertà personale, la libertà morale, la salute o l’incolumità di una o più persone”.
Il decreto Alfano ha esteso la libertà d’azione degli agenti segreti, che potranno agire in due ambiti a loro prima interdetti, e cioè le aule di giustizia e i penitenziari. Finora si è ritenuto necessario evitare interferenze fra 007 in incognito e poteri della magistratura, d’ora in poi avremo invece agenti segreti che potranno mantenere la falsa identità davanti ai magistrati. È caduto anche un altro tabù, cioè il divieto di agire nelle carceri, che saranno quindi terra d’azione per l’intelligence, sia pure dietro autorizzazione della magistratura e solo fino al gennaio 2016.

La relazione fra intelligence e istituzioni democratiche è un punto assai delicato per qualsiasi Paese, e in particolare per il nostro, che ha una storia tutt’altro che limpida alle spalle, dalle “stragi di stato” alla lotta al terrorismo fino all’antimafia e a casi inquietanti come il rapimento dell’imam Abu Omar a Milano nel 2003.  Le misure annunciate da Alfano (nella foto a fianco) allargano lo “stato d’eccezione” e rischiano d’essere il preludio per ulteriori concessioni, specie se si pensa alla disinvoltura con la quale ministri e capi di governo in Italia e nel resto d’Europa evocano scenari di guerra, dall’Ucraina alla Libia. —
 

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