Opinioni

Una riforma per i beni confiscati

Avanza l’iter parlamentare della legge d’iniziativa popolare che andrà a migliorare l’efficacia della legislazione in vigore. Tra i promotori, Acli, Arci, Avviso Pubblico e Libera
 

Tratto da Altreconomia 165 — Novembre 2014

La vera lotta alle mafie si fa partendo dall’economia, sottraendo i beni, le aziende e le ricchezze illecitamente accumulate dalle cosche e restituendole alla collettività perché ritornino ad essere produttive e diventino uno strumento di riconoscimento dei diritti delle persone.
Questa convinzione, nell’ottobre dello scorso anno, aveva spinto la Cgil e un cartello di associazioni –Acli, Arci, Avviso Pubblico, Libera, SOS Impresa, Centro “Studio Pio La Torre”– e la Lega delle Cooperative a lanciare la campagna “Io riattivo il lavoro” (www.ioriattivoillavoro.it), consistente nella raccolta di firme a sostegno di una legge di iniziativa popolare che punta a tutelare i lavoratori delle aziende sottratte alla criminalità organizzata e a valorizzare l’enorme potenziale di sviluppo di queste attività economiche e produttive, attraverso l’ampliamento dell’attuale copertura degli ammortizzatori sociali, l’emersione alla legalità delle aziende confiscate e a sostegno di un percorso di riconversione delle stesse.
Strumenti concreti per contrastare il rischioso principio che serpeggia, soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno, in base al quale “con la mafia si lavora, con lo Stato si resta disoccupati”.
In Italia, attualmente, le aziende confiscate sono oltre 1.700, e dall’inizio della crisi ad oggi sono aumentate del 65%. I lavoratori coinvolti sono oltre 80mila. Si tratta quindi di una questione rilevante, nella quale entrano in gioco la capacità dello Stato di agire positivamente per dimostrare, da una parte, la sua capacità di sconfiggere le mafie e, dall’altra, quella di recuperare credibilità ed autorevolezza. 

Le firme raccolte durante la campagna -circa 100mila- sono state consegnate nel giugno del 2014 alla presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha subito istruito l’iter parlamentare, affidando il testo alla Commissione giustizia.
Il 14 ottobre si è tenuta una conferenza stampa alla Camera dei deputati, nel corso della quale il relatore del provvedimento, l’onorevole Davide Mattiello (Pd), ha spiegato che “il testo base per la riforma della normativa in materia di beni e aziende confiscate è già stato approvato a larghissima maggioranza in Commissione giustizia (contraria solo Forza Italia), e in Commissione antimafia, dove è stata approvata all’unanimità una relazione le cui conclusioni sono in sintonia con il provvedimento attualmente in discussione. Anche le norme messe a punto dal ministro della Giustizia, relativamente alla criminalità organizzata, vanno nello stessa direzione. Su questa materia -ha concluso Mattiello- la volontà politica è convergente e dunque si può arrivare rapidamente alla riforma”.
Nel corso dell’incontro, è stato ricordato come nel provvedimento siano state previste anche norme per garantire maggiori risorse e personale qualificato all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, la creazione di un Fondo di rotazione per risolvere il problema del credito bancario a cui frequentemente le aziende confiscate vanno incontro, il pagamento degli stipendi dei lavoratori, il mantenimento dei livelli occupazionali.
Ancora una volta, come avvenne con la legge 109 del 1996 -quella sostenuta da un milione di firme e che ha stabilito il principio dell’uso sociale dei beni confiscati-, la sollecitazione a modificare la normativa in materia di beni e aziende confiscate alle mafie parte dal basso, dalla rete dell’antimafia sociale e dei cittadini -una scheda descrittiva del provvedimento è disponibile su www.avvisopubblico.it-. L’approvazione di questa riforma rappresenterebbe un atto di responsabilità politica che il Governo e il Parlamento devono dare al nostro Paese, in particolare ai famigliari delle vittime innocenti delle mafie. Sottrarre i beni e le aziende alle mafie contribuisce a restituire credibilità allo Stato, produce lavoro e sviluppo e, da ultimo, sottrae quel consenso sociale di cui storicamente le mafie si nutrono. —

* Coordinatore nazionale di “avviso pubblico, enti locali e regioni per la formazione civile contro le mafie”,
www.avvisopubblico.it

(Nella foto la pizzeria “Wall Street” di Lecco, confiscata dallo Stato nel 1994. Apparteneva al clan Trovato)

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