Approfondimento

Una penna sovversiva

È la capacità di osservare il mondo e di raccontarlo a fare un giornalista. Per Corrado Stajano la crisi dell’informazione è quella di un modello sociale Entro nella casa di Corrado Stajano, in un’elegante via di Milano, un po’ come…

Tratto da Altreconomia 106 — Giugno 2009

È la capacità di osservare il mondo e di raccontarlo a fare un giornalista. Per Corrado Stajano la crisi dell’informazione è quella di un modello sociale

Entro nella casa di Corrado Stajano, in un’elegante via di Milano, un po’ come se dovessi presentarmi a un esame all’università. Questo “vecchio” (è nato nel 1930) del giornalismo italiano ha ancora molto da insegnare sul mestiere di cronista, lui che per le sue eccezionali inchieste -dal delitto Ambrosoli, di cui a luglio si celebra il 30esimo anniversario, alla morte dell’anarchico Serantini- è divenuto celebre. Il suo ultimo libro si intitola La città degli untori (Garzanti, 2009), e quella città è Milano.
Corrado, il tuo libro si apre raccontando di Guido Galli, giudice istruttore di Milano ucciso di fronte all’aula della Statale di Milano dove teneva un corso il 16 marzo 1980.
Un giorno mi trovavo all’università e mi sono imbattuto nella lapide che ricordava l’assassinio. Mi sono reso conto che in quell’aula, al secondo piano, avevo sostenuto molti esami. Questo ha messo in moto i meccanismi della mente. Nei miei libri c’è sempre un paese o una città. Credo molto nei luoghi. Ho sempre avuto in mente di scrivere di Milano, laddove la parte vale per il tutto: Milano, Italia, mondo. Da qui l’idea di girare intorno ai fatti della città, attraverso una sorta di itinerario della memoria e della verità. Lungo le strade della città, ripercorro l’attentato di piazza Fontana, la peste del 600, il nazifascismo del ‘43/‘45, fino ad arrivare a Sesto San Giovanni, alle fabbriche che non ci sono più. C’è un’unità di luoghi, varietà di tempi e io narrante che lega e collega.
A dicembre saranno 40 anni dalla strage di piazza Fontana. Tu arrivasti nella banca poco dopo l’attentato, e nel libro descrivi quel che hai visto.
Piazza Fontana è stata una cesura per gli uomini e la comunità. Fu un fatto enorme, ma allora la città era appassionata, non passiva come oggi. Ricordo bene le manifestazioni che seguirono, piazza Duomo in quella mattina nera come la pece, tutti gli operai a fare il servizio d’ordine. Il tema era la democrazia, e quel giorno fu salvata, perché quella notte si parlò di colpo di Stato. Quella piazza del Duomo, per chi c’era, è indimenticabile.
Hai accennato agli operai: come cambia una città quando le industrie spariscono?
Per lungo tempo Milano si è retta sull’alleanza tra una borghesia non disprezzabile e la classe operaia. Oggi la borghesia si è chiusa in casa, e non partecipa più alla vita collettiva. La classe operaia è saltata, e con essa quell’alleanza. L’industria ha lasciato posto ai mattoni. Da Berlusconi in poi, sono anche loro gli untori di questa città.
Parli di untori anche quando racconti delle infiltrazioni mafiose all’Ortomercato.
M’impressiona notare che i nomi sono gli stessi del mio libro Africo, scritto 30 anni fa. Solo che i figli delle persone che descrivevo allora sono più pericolosi. A Milano la magistratura è attenta, perché sa che la ‘ndrangheta è molto presente. Ha le sue zone, ha bisogno dei suoi luoghi, e non solo per investire.
C’è redenzione per Milano?
Devo dire che non è mai stata così malridotta. È una città senza controlli, senza un’opinione pubblica, senza una borghesia che si faccia sentire, senza un’informazione reale. Ma Milano è tutta l’Italia, è un’avanguardia e lo è sempre stata, considerando gli uomini che ha prodotto, da Mussolini a Craxi fino alla Moratti. C’è sempre possibilità di redenzione, ma la speranza nasce dall’istinto, non dalla ragione. È una città che dopo “Mani pulite” avrebbe dovuto discutersi, ma l’entusiasmo liberatorio è durato poco. È una città, come lo è la nazione, che dimentica e rimuove. Perché non approfondire, non ricordare, è avere la vita più serena, ma non più felice.
Un protagonista del tuo libro, un’altra figura poco nota, è Giulio Alonzi, giornalista partigiano, torturato a Milano dalla banda Koch, poi vicedirettore del Corriere. Parliamo allora del ruolo dell’informazione.
Siamo ancora in grado di raccontare la realtà adeguatamente? Dovremmo esserlo, voi cercate di farlo col vostro giornale. Ci sono bravi giornalisti, ma spesso sono disoccupati. Ho l’impressione che l’informazione italiana non voglia raccontare la realtà. L’editore è troppo ingerente, e questo è un attentato alla democrazia.
Devo dire poi che un tempo i giornalisti erano più umili. Nel giornalismo non c’è più voglia di scavare. L’informazione è forse al suo momento peggiore. Ma la crisi è antropologica, non solo politica. Ci vorranno generazioni per ricomporre la società.

Corrado Stajano è nato a Cremona nel 1930. Giornalista, scrittore e Senatore, tra i suoi libri più famosi ci sono Un eroe borghese, Africo, Il sovversivo e Promemoria, vincitore del premio Viareggio

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