Approfondimento

Una firma è per sempre

A sostenere i sistemi di petizioni online di Change.org, Firmiamo.it e Avaaz.org la pubblicità e il trasferimento dei dati degli utenti. La prima ha aperto da luglio 2012 a fine 2015 circa 35.000 petizioni, di cui circa 12.300 tuttora attive. Ad oggi, 468 petizioni hanno dichiarato vittoria, ottenendo il cambiamento che si proponevano. Sono l’1,3 per cento

Tratto da Altreconomia 178 — Gennaio 2016

A metà dicembre, oltre 31mila sostenitori avevano sottoscritto una petizione online pubblicata su Change.org e indirizzata al fondatore di Facebook, Mark Zuckerberg, per chiedere di “rimuovere i contenuti di apologia del fascismo”. Per poter “firmare” avevano dovuto inserire il proprio nome e cognome, indirizzo di posta, Paese, CAP, motivazione (facoltativa) e, infine, accettare i “termini di servizio” e la “privacy policy” della piattaforma Change.org, gestita dalla Change.org Inc. -“B-corporation certificata fondata nel 2007 da Ben Rattray in California”-.
Quel che conta, per l’utente di Change.org -e quindi la stessa piattaforma-, è raggiungere l’obiettivo, la “vittoria”. “129.534.916 persone in azione -si legge infatti sulla homepage che misura gli utenti i sostenitori a livello mondiale-. Vittorie giorno dopo giorno”.

Ma se il destino della propria “firma” è conosciuto, per poter scoprire l’approdo dei propri dati personali (quando questi non sono stati inventati di sana pianta), è necessario leggersi con una certa attenzione le clausole di utilizzo. Nel caso di Change.org, il passaggio è piuttosto trasparente. Per potersi sostenere economicamente, infatti, la piattaforma vive di pubblicità.  In due modi. Il primo, che dipende dalle cosiddette “petizioni sponsorizzate”, lo descrive Luca Francescangeli, che è il Communications Director in Italia di Change.org. La piattaforma -che al mondo dichiara di avere 300 dipendenti- opera nel nostro Paese dal luglio 2012 attraverso la Change.org Worldwide Ltd., e paga le imposte nel Regno Unito (anche se non “rilascia esternamente” dati sul fatturato aggregato e nazionale): “I dati degli utenti sono accessibili solo se un nostro inserzionista lancia una petizione sponsorizzata (e chiaramente indicata come tale), l’utente la firma e dà il suo consenso a che il dato sia trasferito. Stop. Non c’è altro modo di avere accesso al nostro database”, spiega Francescangeli.
Gli inserzionisti italiani della piattaforma sono -a detta di Change.org- unicamente Organizzazioni non governative (come l’Unicef e l’UNHCR, anche se “in California ad esempio l’operatore telefonico Credo Mobile è stato nostro cliente”, aggiunge il direttore delle comunicazioni). Il secondo metodo dipende dai “cookies”: “Possiamo utilizzare aziende pubblicitarie terze per fornire annunci di beni e servizi che possono essere di interesse per l’utente -si legge nell’Informativa sulla privacy-, sulla base dell’utilizzo e dell’attività dell’utente sulla nostra piattaforma”.

Tra pubblicità e attivismo online, Change.org ha conquistato un numero sempre crescente di utenti. “A luglio 2012 avevamo 136mila utenti registrati dall’Italia -spiega Francescangeli-; a fine 2015 abbiamo raggiunto 4.850.000 utenti attivi (intorno al 12% della popolazione italiana che usa internet). Nel nostro Paese sono state aperte -sempre da luglio 2012- circa 35.000 petizioni, di cui circa 12.300 tuttora attive. Ad oggi, 468 petizioni hanno dichiarato vittoria, ottenendo il cambiamento che si proponevano”. Sono l’1,3 per cento. Ma dei contenuti di questo attivismo più o meno incisivo, la piattaforma -come è già prassi per altri fornitori di servizi in Rete- non si assume alcuna responsabilità, non “formula promesse circa l’affidabilità di alcuna fonte o l’esattezza, l’utilità, la sicurezza”, né li valuta “sotto il profilo della loro conformità con le leggi e i regolamenti nazionali o esteri” (come Facebook, quindi). E qualunque controversia ne dovesse derivare, “Change.org è una società degli Stati Uniti e i presenti Termini sono disciplinati dalle leggi dello Stato della California, e degli Stati Uniti d’America”.

Caso profondamente diverso è quello di Firmiamo.it, che sul proprio sito si presenta come “portale sviluppato e gestito dalla Livepetitions Ltd, con sede in Londra”. Firmando la petizione per “Eradicare per sempre il caporalato!” promossa da tale Anna Bianchi, infatti, si accorda la cessione dei propri dati “ai partner e ai soggetti terzi operanti nei settori servizi, editoriale, energia, telefonia, turistico, comunicazione, entertainment, finanziario, assicurativo, automobilistico, largo consumo, organizzazioni umanitarie e benefiche per l’invio di materiale pubblicitario e altre finalità di carattere promozionale e commerciale, a mezzo posta o telefono e/o sistemi automatizzati di chiamata o comunicazione di chiamata senza l’intervento di un operatore e/o comunicazioni elettroniche quali e-mail, fax, messaggi del tipo Mms o Sms o di altro tipo”. 
A chiunque e in ogni modo.
Anche Avaaz.org -il nome operativo della “Fondazione Avaaz”, un’organizzazione no-profit con sede legale nello Stato USA del Delaware– ha clausole di utilizzo non così immediate. Nella sezione delle condizioni di gestione -intitolata “I tuoi dati personali”- l’utente viene informato che i suoi dati verranno forniti rispettivamente a “leader mondiali, testate giornalistiche e altri destinatari mirati quando scegli di utilizzare il nostro programma di email”.
A tutto ciò si aggiungono “Ulteriori informazioni in merito alle modalità di utilizzo dei dati personali in relazione a specifiche campagne” che dovrebbero essere “fornite di seguito” nella pagina. Cosa che però non avviene, e che comunque non chiarisce se e come i dati degli utenti possano essere trasferiti a terzi, anche partner commerciali o inserzionisti. Alle nostre richieste, Avaaz Italia non ha potuto fornire risposta perché “quasi tutto il team sta chiudendo l’attività relazionate alla COP21 e molti altri sono già in vacanza” .
Ma c’è un altra fattispecie centrale che deve essere chiara a chi sottoscrive online delle petizioni su queste piattaforme, il più delle volte stabilite negli Stati Uniti. Si tratta dei “trasferimenti internazionali” dei dati personali. Change.org, ad esempio, dà conto di conformarsi al “US-EU Safe Harbor Framework” per il passaggio dall’Europa.

Un atto che, però, una sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 6 ottobre 2015 -in merito alla causa C-362/14 intentata da un giovane austriaco, Maximillian Schrems– ha definito come “una normativa che consente alle autorità pubbliche di accedere in maniera generalizzata al contenuto di comunicazioni elettroniche”, e che in quanto tale pregiudica “il contenuto essenziale del diritto fondamentale al rispetto della vita privata”.
“Change.org rispetta sempre tutte le leggi dei Paesi in cui opera -ha risposto Ae Francescangeli-. Esattamente come per le altre aziende con quartier generale negli Stati Uniti d’America e che operano anche in Europa, stiamo lavorando con i nostri avvocati per trovare vie legali alternative per conservare negli USA i dati dei nostri utenti europei, sulla base delle raccomandazioni e delle linee guida espresse all’interno dell’Article 29 Working Party (l’organo consultivo indipendente istituito in conformità all’articolo 29 della direttiva 95/46/CE sulla tutela dei dati personali delle persone fisiche, ndr)”. —

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