Opinioni

Una Finanziaria europea per salvare l’economia

Di fronte alla crisi, un intervento diretto degli Stati appare non solo necessario, ma inevitabile. Esso però non dev’essere "lasciato all’inventiva e alla ricerca di popolarità a buon mercato dei singoli leader", ma deve avvenire "in un quadro razionale e coordinato", abbandonando la logica di privatizzazione. Il commento di Duccio Valori

La crisi che ha colpito la finanza americana -e che si sta trasmettendo a quella europea- ha radici abbastanza profonde, che richiederebbero analisi e considerazioni non brevi. Limitiamoci ad osservare che, nonostante le dichiarazioni ottimistiche delle varie autorità europee, la crisi non potrà mancare di estendersi, in tempi brevi, dalla finanza all’economia reale, con effetti che potrebbero essere devastanti sul reddito e soprattutto sull’occupazione. Che non si tratti soltanto delle migliaia di addetti diretti al sistema bancario e finanziario appare evidente. Infatti, nel clima euforico degli anni passati, la crescita ininterrotta del valore dei patrimoni immobiliari e finanziari si è tradotta in un “effetto ricchezza”, che ha provocato una accresciuta propensione al consumo, indipendentemente dal fatto che l’incremento di valore dei patrimoni venisse effettivamente realizzato. Questo ha avuto effetti propulsivi sull’economia, che hanno almeno in parte compensato il trasferimento di ricchezza avvenuto a spese dei Paesi più industrializzati verso quelli petroliferi e gli altri primary producers. Col venir meno dell’euforia finanziaria ed immobiliare, è facile prevedere un atteggiamento molto più cauto dei consumatori, con riflessi pesanti sulle attività produttive. D’altra parte, le banche in difficoltà  attueranno una politica del credito molto più attenta che nel passato, e le erogazioni di fidi all’industria saranno più selettive ed a condizioni più rigide.
Se è quindi possibile prevedere, per l’industria europea, un futuro tutt’altro che brillante, non è altrettanto facile immaginare quali strumenti possano utilizzare i governi europei per controbilanciare gli effetti sociali ed occupazionali della prossima recessione.
Dopo una ventina di anni di privatizzazioni -non soltanto in Italia- appare oggi evidente come un’economia di mercato sfrenata e priva di regole non possa rispondere alle necessità della società moderna. Gli Stati nazionali hanno fin qui risposto ai fallimenti bancari ed assicurativi con misure slegate e disordinate (nazionalizzazioni, iniezioni di liquidità, garanzie sui depositi, ecc.); alla richiesta di una migliore regolamentazione si è risposto deprecando la possibilità di un’eccessiva burocratizzazione dell’economia.
In realtà, se questa crisi è sotto molti aspetti analoga a quella del 1929 -quanto meno per la sua gravità attuale e potenziale- anche gli strumenti per affrontarla possono essere simili, anche se non identici.
Nel 1929 e negli anni successivi gli Stati più sviluppati risposero alla crisi con misure essenzialmente locali (New Deal rooseveltiano, Iri in Italia, Ini in Spagna), che ebbero qualche successo; si trattava però allora di sistemi economici isolati o quasi, in situazioni quindi ben diverse dalla globalizzazione attuale. La risposta alla crisi -almeno nel caso italiano- non può essere esclusivamente nazionale, ma deve collocarsi su un piano europeo.
Ma, dopo avere smantellato quasi del tutto l’economia pubblica, con quali strumenti?
Già negli anni 70, nell’ambito del Centre Européen de l’Entreprise Publique (Ceep), Pietro Sette, allora presidente dell’Eni, propose la creazione di una Società finanziaria europea, che tuttavia doveva avere lo scopo prevalente di promuovere e sostenere lo sviluppo delle aree più svantaggiate della (allora) Cee.
Oggi un’ipotesi del genere appare tanto più necessaria, quanto più la crisi non sia più limitata alle aree svantaggiate o in declino, ma si vada allargando all’intera UE.
La Finanziaria europea dovrebbe intervenire per il sostegno e il salvataggio delle istituzioni finanziarie e delle attività industriali in crisi; il rilevantissimo capitale occorrente dovrebbe essere fornito dagli Stati membri, e a fronte degli interventi di salvataggio la gestione dovrebbe passare -come avvenne nel 1933 nel caso dell’Iri- dai responsabili del fallimento a manager qualificati.
Si può obiettare che uno strumento del genere sarebbe contrario ai principi dell’Unione europea, che escludono la possibilità di aiuti di Stato; ma questa regola era stata posta per evitare una concorrenza sleale tra gli Stati membri, e dovrebbe cadere qualora l’organo sovrastatale autore dell’intervento fosse di natura comunitaria, partecipato quindi da tutti gli Stati membri, eventualmente pro-quota.
Un’altra, e forse più fondata obiezione, potrebbe consistere nell’entità delle risorse occorrenti perché l’azione della Finanziaria europea fosse sufficiente ad affrontare gli enormi problemi in gioco: essendo tutti gli Stati aderenti al Trattato di Maastricht vincolati al rispetto di rigidi vincoli di bilancio. Anche in questo caso, però, le necessità pratiche dovrebbero far premio sulle impostazioni teoriche, eventualmente esentando gli importi conferiti alla Finanziaria europea dai vincoli del Trattato. Parte delle occorrenze potrebbero comunque provenire dalle banche centrali e dalla stessa Banca centrale europea, con una rivalutazione delle riserve auree a livelli prossimi a quelli raggiunti in questi giorni, pure con qualche margine cautelativo (ad esempio, valutando l’oro delle riserve a soli 700 dollari per oncia, contro una valutazione di quasi 900 raggiunti in questi giorni): la plusvalenza potrebbe essere esonerata dalle imposte qualora conferita alla Finanziaria, o assoggettata ad imposta, il cui ricavo netto potrebbe essere specificamente destinato dagli Stati alla costituenda Finanziaria europea.
Se un intervento diretto degli Stati appare non solo necessario, ma inevitabile, e se appare opportuno rivedere le politiche liberiste degli ultimi due decenni, che non hanno portato -almeno in Europa- al vigoroso sviluppo auspicato dai loro promotori, ma piuttosto ad una stagnazione delle economie nazionali e a una crescente precarizzazione del lavoro, è bene che tale intervento non sia lasciato all’inventiva e alla ricerca di popolarità a buon mercato dei singoli leader, ma che esso avvenga in un quadro razionale e coordinato, tale da far prevedere risultati seri e durevoli.

* Duccio Valori è l’ex Direttore centrale dell’Iri

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