Un osservatorio sulle “banche armate”

Creare un osservatorio permanente composto da rappresentanti delle banche, dei sindacati e della società civile, che vigili sulle relazioni tra esportazioni di armi e istituti di credito. In 6 anni di attività la campagna “Banche armate” ha spinto alcuni istituti di credito (Monte dei Paschi di Siena, UniCredit, Banca Intesa, Capitalia) a ridurre la loro partecipazione nel commercio delle armi, ora vuole coinvolgerli anche nel processo di monitoraggio. La proposta è emersa dal convegno “Cambiare è possibile. Dalle banche armate alla responsabilità sociale”, organizzato a Roma il 14 gennaio con la collaborazione dell’associazione Finanza etica e il patrocinio di Regione Lazio, Comune e Provincia di Roma.

La proposta dell’osservatorio ha incontrato la disponibilità immediata di Carmine Lamanda, direttore generale di Capitalia, intervenuto al convegno. “La 185/90 (secondo cui il Presidente del Consiglio è tenuto a presentare al Parlamento una relazione sulle operazioni di vendita di armamenti italiani all’estero, specificando il numero e il tipo di autorizzazioni governative, i paesi destinatari, l’oggetto delle forniture e gli istituti bancari che appoggiano le transazioni, ndr) è una legge saggia che non va modificata. Anche per Capitalia è importante distinguere tra legittimo ed etico: dal 2004 abbiamo introdotto criteri più restrittivi, partecipando soltanto a operazioni che avessero per destinatari paesi pacifici e democratici come il nostro (l’Unione Europea,  gli 11 paesi Ocse extra Ue e 2 altri paesi Nato, ndr) e per oggetto attività non offensive come radaristica, aviònica, trasmissione satellitare, cantieristica navale, carri non armati per il trasporto truppe”.

L’industria bellica italiana, data una domanda interna insufficiente ad assorbirne la produzione, ha la necessità di esportare in altri paesi. “Se le banche italiane – continua Lavanda – si rifiutassero in blocco di assistere tali operazioni (i compensi di intermediazione oscillano tra il 3 e il 10% del valore della transazione, ndr) verrebbero prontamente sostituite da banche straniere, lasciando immutata la situazione di fatto”. Grazie alla 185, una normativa all’avanguardia a livello internazionale, la nostra industria bellica è già costretta a ricorrere alle banche straniere che, per la loro minore visibilità, vengono utilizzate nelle operazioni più sconvenienti agli occhi dell’opinione pubblica. Il ritiro degli istituti italiani di certo non arresterebbe la produzione e il commercio delle armi nel nostro paese, ma eviterebbe di coinvolgervi i risparmiatori nostrani. La differenza non è affatto sottile.

Adriano Marzi

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