Opinioni

Un nuovo contratto sociale per superare il sisma

Il terremoto ha portato gli emiliani a riscoprire il significato delle parole mutualità e solidarietà —

Tratto da Altreconomia 140 — Luglio/Agosto 2012

Vivo a Crevalcore. O forse sarebbe meglio dire, vivevo a Crevalcore. A pochi chilometri dall’epicentro, anzi dagli epicentri del terremoto che a partire dal 20 maggio 2012 ha colpito, ripetutamente, l’Emilia. Fin che non ci sei dentro, proprio dentro, il terremoto -questa parola composta che richiama il movimento della terra- è qualcosa di astratto. Un altrove, vicino o lontano che sia non cambia: è fuori da te. Può essere al Pollino, nel Dodecanneso o altrove nel mondo. Ma quando senti la scossa e ti fa vibrare anche le corde dell’anima, allora la prospettiva cambia e improvvisamente ti pervade. E anche parole come evacuato, sfollato, terremotato -una volta titoli di giornale letti distrattamente- assumono un peso diverso. Ti appesantisci. Come a riempire quel vuoto momentaneo (?) della terra. Un moto nel vuoto -spostamento improvviso di masse rocciose nel sottosuolo- che si perde nel tempo ma continua più o meno intenso.
Quanto durerà lo sciame sismico? Quando verrà la prossima scossa tellurica? Un cliccare continuo sul sito dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia per sapere e osservare tutto del movimento di quella crosta terrestre: la magnitudo, l’ora, la profondità, la latitudine, la longitudine, il distretto sismico. Quella Pianura­_padana_emiliana che diventa stella bianca e cerchio sulla cartina della Rete sismica nazionale e l’elenco dei Comuni entro i dieci e tra i 10 e i 20 chilometri dall’epicentro. Allora capisci che l’epicentro e l’ipocentro sono vicini a te, ci sei dentro: sotto la crosta, nel vuoto e nel pieno della terra. Questa terra che ti sta violentando, anche psicologicamente. Una terra che però tu hai sempre violentato, noncurante. Tutto questo cemento: colate infinite, spesso inutili. O meglio utili speculazioni, per qualcuno: novelli impresari Caisotti e fratelli Anfossi de “La speculazione edilizia” di Italo Calvino. La febbre del cemento che poi, a un certo punto, ti cade addosso. Sporcandoti, se va bene. Seppellendoti, se al contrario va male. Quando lavori, per giunta. Solo perché manca un giunto: incredibile perdere la vita così. Incredibile perdere la vita, quando molto si potrebbe fare per prevenire. Sorprende quella lunga fila di capannoni nei distretti industriali colpiti: alcuni su, altri giù, a pochi metri. Costruiti diversamente. La vita dipende dalla prevenzione.
Non si previene perché, a monte, abbiamo perso il rapporto con la Natura conquistando quello con il Denaro, invertendolo anche nel buon senso. Le nostre -eco, l’ecologia e l’economia, si sono scambiate di posto e risuonano vuote come l’eco: rimbalzano da una roccia all’altra franandoci addosso. Abbiamo pensato che la buona gestione della casa piccola, letteralmente l’economia, potesse contenere la casa grande, l’ecologia. E quando crolla la nostra casa, cade anche quella che la contiene. Il denaro non conta più. Il fatto è che non riconosciamo più i limiti ecologici della terra, figurarsi se accettiamo il suo essere naturale e viva.
Cambiamo le posizioni e le proporzioni: adesso è la nostra occasione, proprio perché siamo in crisi e stanchi di quanto sta accadendo attorno e dentro di noi. L’economia deve stare nell’ecologia, e non viceversa. Deve essere un capitolo, un paragrafo, un aggettivo: una società fondata sull’ecologia economica. E non viceversa.
Non sapremo prevedere i terremoti, questo non ancora. Ma così saremo certamente più pronti, preparati.
Non potrebbe essere questo il lato positivo di una catastrofe che ha sconvolto le nostre vite, le nostre famiglie, i nostri lavori? Contabilizziamo pure i danni alle persone, alle abitazioni, alle scuole, all’agricoltura, all’industria, ai servizi: ma non potremmo anche pensare a una vera occasione di cambiamento? Uscire da quella crisi continua che ci impedisce di capire e agire per cambiare qualcosa di un modello, sistema, paradigma che ci fa essere cittadini di un mondo in crisi a tutto tondo?
Eppure, queste corde dell’anima che vibrano tutte all’unisono nella scossa intermittente ci trasmettono qualcosa. Gli sguardi attoniti e interrogativi nella piazza buia dopo il primo terremoto: un’alba a magnitudo 5.9. Gli occhi dei vicini, usciti nella notte precipitosamente dalla loro casa, che scopri per la prima volta profondi e che si domandano insieme a te: che cos’è stato? Quel parlarsi di continuo della continuità del tremare scaricando angoscia e tensione: 5.8, 5.1, 4.5 una scala tremolante, ascendente e discendente.
Tesi per esorcizzare la paura di un’altra scossa.
Quella zona rossa che dopo la seconda scossa perimetri assieme ai nuovi compagni, valutando pendenze e fresche aperture, foriere di possibili abbattimenti. Case costruite, acquistate, abitate, abbattute. Fine di una vita. Quella gioia di entrare nella tua casa a prendere qualche oggetto sotto gli occhi, vigili per definizione, dei pompieri. Capaci non solo di darti l’elmetto ma anche di spingere il tuo carrello, non più ricolmo di generi alimentari, ma delle tue cose prese a caso in attesa di un improbabile rientro.
Quell’agibilità perduta, ridata, perduta nuovamente, rientrata ma senza rientrare, per la paura che ti prende e non ti lascia più neppure quando lo scuotimento è soltanto un camion che passa vicino e fa vibrare i vetri per lo spostamento d’aria. Quel tuo essere evacuato al mare -un perfetto bilanciamento- dove ti dicono: lei è nostro ospite. Assieme ai turisti tedeschi, ignari di un altrove che è sempre molto lontano. Come nel regno delle fiabe per bambini. Quell’offerta di case e assistenza da amici e anche da sconosciuti: tutti pronti ad aiutare. Quei container calati accanto alle stalle degli allevatori che devono pur mungere due volte al giorno e non abbandonare le vacche. Quegli argini danneggiati che ti fanno pensare all’acqua che esonda e a quella che serve, e servirà, per irrigare i campi. Quei prodotti agricoli che verranno gettati via perché non più convenienti. Come già con le forme di parmigiano e grana, l’aceto balsamico: millenarie colture e culture perse per uno scuotimento. Quegli imprenditori che non si lasciano abbattere ma continuano a pensare al futuro. E chi ha il capannone in piedi lo presta a chi l’ha perso per continuare a produrre: i fornitori non aspettano la ricostruzione.
Quel riempire i conti correnti spuntati come funghi pensando che gli aiuti non scaricano più una coscienza distratta, ma presente, necessaria. Piena di volontà di ripartire, ricostruire, rifondare una società malata e stanca. Opulenta ma povera. E ricca nel momento del bisogno. Una povertà che si fa ricchezza, anima delle persone.
Questo è (anche) il terremoto dell’Emilia. Nella Bassa che si è abbassata, dove rispunta quel gene antico e robusto della cooperazione e della solidarietà. Per troppo tempo silente, come fosse distratto da altro. Per questo dall’epicentro della Bassa può ripartire una scossa salvifica per l’Italia intera.

* Andrea Segrè, preside della facoltà di agraria dell’università di bologna, è autore di “Basta il giusto (quanto e quando)” (Ae, 2011)

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