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Esteri

Un giorno in Siria

Dai “poltroni” del mercato di Damasco alle suore del monastero di Qâra, il conflitto raccontato dalla gente comune. Tra inflazione, disoccupazione e siccità

Tratto da Altreconomia 139 — Giugno 2012

“Mi sembra di rivedere qui lo stesso film”: la tragedia siriana è un déjà-vu per gli iracheni rifugiati a Damasco. Quelli che vivono nel quartiere Jaramana si ritrovano la sera a bere tè nei bicchierini dai ricami dorati, a leggere e giocare a scacchi sotto il grande gazebo-caffetteria “aperto” da due anni su uno slargo. Sono oltre un milione -fra chi parte e i nuovi arrivati- i rifugiati iracheni in Siria; effetti collaterali dell’invasione del 2003 e dei suoi strascichi mortali. Ogni guerra provoca esodi. Arriva in Occidente solo una minima parte degli “espulsi”. Se li accollano in genere i Paesi limitrofi.

Iracheni erranti
“Credevamo di aver trovato in Damasco il rifugio, un luogo abbastanza vicino al nostro Iraq, con tradizioni simili, poco costoso e senza pericoli né divisioni settarie” dice il signor Majid, scappato in Siria nel 2007 dopo aver perso tre figli: uno in un rapimento, altre due in un’esplosione al mercato. Esplosioni, rapimenti, scontri: pane quotidiano a Baghdad, ma adesso anche in Siria.
Una normalità stranita pervade le vie della capitale, la città abitata più antica del mondo, detta familiarmente Sham. Lo sgomento provocato dagli attentati (a partire da quello dello scorso 10 maggio) si rintana ogni volta dietro l’urgente incoscienza del sopravvivere.  Succede(va) lo stesso nella Baghdad dei kamikaze, o a Tripoli e prima ancora a Belgrado sotto le bombe Nato.
A Sham non c’è presenza militare nelle strade. Si cammina anche di notte, escludendo certi quartieri periferici “caldi”, dove dopo mezzanotte non si avventurano più i bus del servizio pubblico. Di giorno in città non sembra mancare nulla – salvo i turisti. Il curioso mercato dei “poltroni” (suq al tanabil) è tuttora pieno di ortaggi già mondi per le famiglie pigre o frettolose, una sorta di quinta gamma sfusa dal produttore al consumatore. Chioschi, ristorantini, “pizzerie” offrono cibi benedetti, per i cinque o sei sensi dei vegetariani – e per il loro portafogli, se non sono siriani. E i siriani?

Fra indipendenza e sanzioni
I siriani si possono ancora permettere delizie quotidiane come falafel (polpette di ceci e aromi), fave (all’egiziana, con limone), hummus (crema di ceci e sesamo), baba gannoush (crema di melanzane e sesamo), pizzette calde (con sommaco e timo), e poi frutti e pistacchi.
Ma certo il costo degli alimenti come del carburante (pur entrambi sovvenzionati) è raddoppiato in questo anno di paralisi da conflitto, sabotaggi di infrastrutture, blocco del turismo e sanzioni economiche occidental/petromonarchiche imposte per “rispondere alla repressione del regime”.
Il tutto si è aggiunto alla crisi climatica: anni di siccità. La crisi, la disoccupazione, l’emergenza agricola e le primavere arabe sono stati fra i fattori delle proteste di piazza iniziate nel marzo 2011. E represse in modo spropositato.
Ma poi, quando lo stesso governo inizia a condannare gli eccessi della polizia e aprirsi alle riforme, “l’opposizione in poche settimane diventa armata e degenera in cospirazione internazionale”, spiega Salam, seduto a un solitario tavolo del ristorante al-Dar, nel vecchio cortile ristrutturato entro le antiche porte della città.
Figlio di un siriano e di una russa (“sai che mir in russo significa sia mondo sia pace?”), giovane militante del locale Partito comunista unificato, Salam come tanti siriani critica parecchio il governo ma al tempo stesso è indignato per la guerra mediatica in corso, che spaccia uno scontro armato per “genocidio di manifestanti inermi”.
“Se gli oppositori avessero domande sociali ed economiche, ci staremmo anche noi. Ma ormai è una congiura e basta vedere chi la sostiene dall’esterno. Qatar, Usa, Francia, Arabia Saudita, Turchia, e media come al Jazeera”.
Salam ammira i Paesi dell’Alba (Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra América): Venezuela, Cuba, Ecuador, Bolivia, Nicaragua e piccoli Stati caraibici. Dell’Alba la Siria è osservatore esterno. “Dovremmo sfruttare il boicottaggio che ci fanno gli occidentali e certi Paesi arabi per completare il nostro sviluppo autocentrato e l’autosufficienza svincolandoci da qualunque dipendenza dagli imperialisti”. Magari.

Shbab, basalto, ulivi e siccità
La Siria è quarta produttrice mondiale di olio di oliva, coltiva molti cereali e la costa mediterranea è fiorente e verdeggiante. Ma l’interno del Paese non è così favorevole. La strada verso Shbab, nel governatorato di Deraa (colpito dalla siccità e dalla riduzione dei sussidi agricoli; là iniziarono le manifestazioni) è costeggiata di uliveti anche di nuovo impianto, nell’ambito di un programma nazionale di riforestazione. Il resto è brullo.
“Quest’anno dovremmo avere un buon raccolto” dice Ali, maestro che commercia anche in olio (doppio lavoro, tipico in Siria). Si è costruito da sé la bella casa, un esempio di bioarchitettura spontanea: ha usato come tutti in zona le pietre di basalto dei ruderi ipogei e ha messo aperture a diversi livelli per fare corrente. Accovacciato sui tappeti della stanza per ricevere gli ospiti, Ali parla soprattutto della crisi: “Peggio dei terremoti e delle tempeste è l’odio settario, e le ingerenze esterne l’hanno ormai scatenato” dice lui che appare, come la moglie, sunnita praticante.
Non lontano da Shbab, ecco “una fonte di acqua sulfurea a 37 gradi, ottima per la pelle e il fegato, in tempo di pace le donne ci venivano in pullman da sole, per i bagni di fango. È molto profonda, l’hanno trovata per caso scavando alla ricerca di petrolio” dice Iyad, ingegnere informatico che passa il tempo libero a cercare di smentire le menzogne sul suo Paese, anche accompagnando giornalisti “autogestiti”. La Siria ha limitate risorse petrolifere. Ma, secondo il Washington Institute for Near East Policy, avrebbe grandi giacimenti di gas. Ed ecco una delle ragioni dell’appetibilità internazionale di questo Paese che del resto ha una collocazione geostrategica cruciale.
Il 16 agosto 2011 il ministero del Petrolio ha annunciato la scoperta di un pozzo presso Qâra.

Verso Qâra con Linda e le suore investigatrici
Qâra, un luogo da visitare, ma non per via del petrolio. Mattina presto. Sul pullmino di linea che dal centro di Damasco corre in direzione di Homs, l’infermiera Linda (sì, è anche un nome arabo) torna a casa dopo la notte all’ospedale. La conversazione, in arabo, si limita all’essenziale. “Saiya… tourisht?”. Bugia bianca: “Sì”. Linda sembra contenta: forse perché un turista non va in un Paese che è sull’orlo di un baratro… Fuori dai finestrini, di là dall’asfalto, un paesaggio di colline ocra punteggiate di alberelli in crescita. Sono i programmi di riforestazione, con ulivi ma anche pini e cipressi. “Jadid?”, sono nuovi quegli alberi là? E Linda annuisce. Ma è più esperta di ospedali. Indica un grande edificio: “Mustashfa…flus”. Poiché il primo termine significa ospedale e il secondo denaro, è probabile che si tratti di un nosocomio privato. La conferma viene poco dopo: altro grande edificio, “mustashfa”. Domanda: “flus?”. Risposta: “la” (no). È dunque un ospedale pubblico. La sanità come la scuola fino all’università è gratuita in Siria. Peccato non avere le parole per chiedere a Linda cosa pensa della situazione di adesso.
Qâra, eccoci. Su una collina, e del colore della stessa, il monastero di San Giacomo l’Interciso (il solitario) è stato del tutto ristrutturato dopo secoli di abbandono. Lo abita una comunità di suore -e adesso anche frati- di rito greco-cattolico. “Siamo di dieci Paesi diversi, dal Cile al Belgio, dal Venezuela alla Francia, dagli Usa al Libano” dicono suor Claire-Marie (francese) e suor Carmen (libanese, anche lei ammiratrice dell’Alba). Indicano la bella foresteria che accoglieva turisti pellegrini, “siriani e non, musulmani e cristiani e agnostici: siamo un luogo di unità!”. Indicano il negozio di tisane e oleoliti, produzione propria, e l’orto delle erbe aromatiche sotto il cielo azzurro.
Invece la superiora, Madre Agnès-Mariam de la Croix, franco-libanese, indica le liste di famiglie uccise da bande di terroristi, liste che cerca di diffondere. “L’Occidente parla di democrazia e diritti ma sono slogan di consumo visto che poi usano l’arma islamista. Noi come religiosi siamo impegnati a servire la verità”. Per questo da mesi la Madre, insieme ad altri religiosi, vanno sul terreno e raccolgono storie e denunce, cercando di contrastare la propaganda internazionale rispetto a “chi uccide chi”. Un lavoro controcorrente: “L’Osservatorio siriano per i diritti umani, da Londra, ascoltato da tutti anche se non dà prove, spesso addebita al regime i morti fatti dalle bande armate; è successo anche a Homs, ricordate quei filmati terribili? Gli armati dell’opposizione, poi, si trincerano in zone abitate facendosi scudo dei civili. Homs, aveva un milione di abitanti e se ne sono andati i due terzi, e il 90% dei cristiani. Anche a Kusayr, non lontano, abbiamo trovato una situazione terribile: tanti uccisi da bande armate,  tanti rapiti, tanti buttati fuori dalle case, e sgozzamenti, e stupri”.
Dopo che anche il curato di Qâra, padre George Luis, è stato aggredito e ferito in una notte terribile, il monastero ha deciso di formalizzare la propria attività di indagine: è nato Vox Clamans, centro di informazione della Diocesi greco-cattolica di Homs.

“Noi mediterranei, svegliamoci”
Lattakia, città costiera. Piante di agrumi, belle spiagge. Ma “molti contadini hanno paura di recarsi in campagna per via dei rapimenti” dice una signora tedesca che nel centro della città da oltre venti anni gestisce una caffetteria – tipico posto da turisti, ovviamente desertissimo.
In Siria non viene più nessuno e secondo i sindacati questo significa decine di migliaia di disoccupati.
Quanto danno stanno facendo le sanzioni in Siria? Risponde Jola, economista casalinga incontrata al centro della città: “Prima della crisi vedevi tutti a lavorare. Non dico certo che fosse un paradiso, ma le opportunità c’erano. Ora sì, molti stanno male. Comunque qui non c’è nessuno che viva per strada, come a New York”. La soluzione? “Se dall’esterno smettono di sostenere i gruppi armati, tutto finisce domani. Penso che i popoli mediterranei siano tutti sotto attacco. Italia, Grecia, Siria, Libia, Libano, Egitto, Tunisia… dobbiamo svegliarci, abbiamo dormito troppo”. Ma si tratta di cambiare i governi? “In Italia si sono disfatti di Berlusconi. Ma non so se adesso state meglio. Quando i poteri del mondo decidono che uno è demonio, lo mettono all’inferno. Chi viene dopo, è un’altra storia”. —

Questione di fonti
C’è un problema di informazione sulla Siria. Da mesi la politica internazionale e i grandi media attingono solo a fonti dell’opposizione siriana (come l’Osservatorio per i diritti umani basato a Londra) e accusano il solo governo di Damasco di compiere massacri e bombardare i civili. Come ha dichiarato il patriarca caottolico Gregorius III (Laham) su Vox Clamans il 10 maggio, “sono accuse senza vere indagini, mentre gli atti barbari compiuti dagli insorti sono passati sotto silenzio. Purtroppo constatiamo che c’è una volontà internazionale che cerca di esacerbare le differenze e provoca il conflitto in Siria armando forze incontrollabili”.
Sul lato opposto, Damasco offre la conta dei morti ufficiale: “6.143 fra civili e militari uccisi per mano di bande armate e terroristi foraggiati dall’esterno”. Per saperne di più (anche sugli interessi geopolitici  che alimentano la tragedia) ecco alcuni siti di controinformazione:
www.michelcollon.info
www.globalresearch.ca
www.infosyrie.fr
www.sibialiria.org

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