Un cappio al collo – Ae 36

Numero 36, febbraio 2003Sul piatto un risarcimento che potrebbe strangolare l'Etiopia. Il motivo? L'esproprio di una fabbrica, nel 1975. Un gigante da 4 miliardi (di dollari) contro un Paese da 11 milioni (di affamati)Pochi giorni prima di Natale, quando tutti…

Tratto da Altreconomia 36 — Febbraio 2003

Numero 36, febbraio 2003

Sul piatto un risarcimento che potrebbe strangolare l'Etiopia. Il motivo? L'esproprio di una fabbrica, nel 1975. Un gigante da 4 miliardi (di dollari) contro un Paese da 11 milioni (di affamati)

Pochi giorni prima di Natale, quando tutti ci sentivamo più buoni, una notizia ha riportato alla dura realtà degli istinti animali: Nestlé in lite con l'Etiopia per una vecchia questione legata a un esproprio.

Tutto comincia a metà del 1900 quando una società tedesca a vocazione multinazionale, una certa Schweisfurth, decide di impiantarsi in Etiopia. La sua specialità è la produzione di latte, pertanto acquista la Elidco, un'impresa locale che gestisce allevamenti.

Per diversi anni gli affari della Schweisfurth vanno a gonfie vele, perché l'Etiopia è governata da una monarchia che non si sogna lontanamente di compiere scelte sgradite alle imprese straniere. Ma all'inizio degli anni '70 c'è un colpo di Stato che porta al potere Menghistu, un colonnello che instaura uno dei regimi più sanguinari conosciuti dall'Africa moderna. Un regime che se da una parte uccide più di 500 mila oppositori e trascina il Paese in una guerra catastrofica contro l'Eritrea, dall'altra si lancia in un vasto programma di nazionalizzazioni. In questo contesto, nel 1975 anche la Elidco viene requisita e passa sotto la proprietà dello Stato senza il pagamento di alcun indennizzo.

Nestlé compare sulla scena nel 1986 quando decide di comprare l'intero gruppo Schweisfurth. Nell'atto di acquisto la Elidco viene ricordata di striscio, solo per sottolineare che non contribuisce alla formazione del prezzo. In effetti nella storia di Nestlé, la Elidco sarebbe stata meno di una stella cadente se nel 1998 non fosse intervenuto un fatto nuovo. Sopraffatto dai debiti, il nuovo governo cerca di fare cassa vendendo tutto il vendibile ed anche la Elidco viene ceduta ad una società locale per 8 milioni di dollari. La vista dei soldi ha fatto trasalire Nestlé che ha ordinato ai propri legali di verificare se esisteva qualche cavillo per mettere le mani su quella fortuna. I legali hanno risposto positivamente: l'appiglio c'è e sta appunto nel fatto che l'esproprio è avvenuto senza indennizzo. Poco importa se nel 1975 Nestlé non era in gioco. Come nuova proprietaria può agire al posto della Schweisfurth e può rivendicare il pagamento del mancato incasso.

Il caso è approdato al Multilateral Investment Guarantee Agency (Miga) una sezione della Banca mondiale che fra le varie funzioni fa anche da arbitro nei contenziosi fra multinazionali e Paesi più poveri. Una nota del Miga precisa che la richiesta avanzata da Nestlé non è un caso isolato. In effetti, il Miga sta arbitrando contenziosi fra multinazionali ed Etiopia già da quattro anni senza che se ne veda la fine perché le liti in attesa di soluzione sono ancora 42. L'Etiopia, che vuole recuperare la fiducia degli investitori, non mette in discussione il diritto delle imprese a ricevere un indennizzo, ma ha da ridire sulle somme richieste. Ad esempio nel contenzioso con Nestlé, l'Etiopia è disposta a pagare un milione e mezzo di dollari equivalente al valore della Elidco nel 1975. Ma Nestlé chiede che vengano aggiunti altri quattro milioni e mezzo per interessi e mancati guadagni. Totale: 6 milioni di dollari.

Nestlé non perde occasione per dichiararsi sensibile ai temi sociali e alla condizione dei poveri. Recentemente ha addirittura acquisito il diritto ad esporre il suo logo accanto a quello delle Nazioni Unite. Tale privilegio le deriva dall'aver sottoscritto la Convenzione globale (Global Compact), una sorta di codice di comportamento che la impegna a gestire i propri affari nel rispetto dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori e dei diritti dei popoli. Ma le continue violazioni al codice emanato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità per la commercializzazione dei sostituti del latte materno, mostrano che Nestlé bada soltanto ai profitti. Nestlé non tiene neanche conto delle denunce dell'Unicef, secondo le quali il mancato allattamento al seno provoca ogni anno la morte di un milione e mezzo di bambini. Del resto, negli stessi giorni in cui tutto il mondo parlava del caso Etiopia, i giornali asiatici diffondevano la notizia che in Pakistan Nestlé affama gli allevatori pagando il loro latte a prezzi che non coprono neanche i costi di produzione. Pochi mesi prima Nestlé era stata accusata di insensibilità verso il lavoro minorile esistente nelle piantagioni africane di cacao. Secondo le associazioni umanitarie Nestlé era al corrente del fenomeno, ma si era guardata dal denunciarlo.

Questa serie di comportamenti ha fatto guadagnare a Nestlé una pessima fama. Per le stesse ragioni è boicottata da oltre 20 anni. Ma tutti concordano che prendendo per il collo l'Etiopia, Nestlé ha superato se stessa. Tutti trovano scandaloso che una multinazionale che nel 2001 ha avuto profitti per 4 miliardi di dollari e che ha speso in pubblicità quasi 2 miliardi di dollari, tenti di arricchirsi, senza colpo ferire, alle spalle di un paese con un reddito procapite di 100 dollari all'anno. Un Paese che il 7 dicembre scorso ha chiesto aiuto alla solidarietà internazionale per salvare dalla morte per fame 11 milioni di persone. Un paese dove la mortalità infantile è del 171 per mille contro il 6 per mille dell'Italia. Un paese dove il 31% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Un Paese con oltre 2 milioni di malati di Aids. Un Paese dove solo il 12% della popolazione ha accesso a servizi igienici adeguati e dove solo il 24% ha accesso a fonti sicure di acqua potabile. Con i 6 milioni di dollari che Nestlé sta cercando di portare via all'Etiopia si potrebbero costruire 6.500 pozzi d'acqua per 4 milioni di etiopi. Ci vorrebbe davvero poco per dare una prospettiva di vita agli impoveriti. Basterebbe difendere gli interessi della gente anziché quelli delle imprese.!!pagebreak!!

Le due facce del caffé
Al peggio non c'è mai fine. L'Etiopia è uno dei Paesi più poveri del mondo, flagellato da guerre, carestie e piani di ristrutturazione finanziaria prescritti dal Fondo monetario internazionale. La richiesta di risarcimento presentata dalla Nestlé arriva mentre il Paese sta affrontando una nuova crisi umanitaria, in ginocchio per la carestia e la povertà provocata, tra le altre cose, dal crollo del prezzo internazionale del caffè.

In Etiopia, il 55% degli introiti da esportazione è rappresentato dal caffè, ma con il crollo del prezzo, le casse dello Stato hanno subito pesanti perdite. In grave crisi, i piccoli produttori, che con la vendita del loro caffè non sono riusciti a guadagnare abbastanza neppure per coprire i costi di produzione e ripagare i debiti per l'acquisto di sementi e attrezzi. Nestlé, invece, che acquista chicchi verdi in Etiopia per produrre il Nescafè ha ottenuto dei risultati strabilianti, grazie a un margine sui profitti del 26%.

Parola d'onore: “Tutti i soldi per la lotta alla fame”
“(…) non siamo interessati a ottenere denaro dal governo dell'Etiopia quando si trova in una situazione di povertà così disperata. Quindi destineremo tutto il denaro del risarcimento agli sforzi, pubblici e privati, per alleviare la fame in Etiopia. (…)

Dal momento che il governo etiope ci ha già offerto 1,6 milioni di dollari, quando riceveremo questa somma la renderemo immediatamente disponibile come aiuto per la fame in Etiopia. Faremo lo stesso con ogni somma in più che dovesse risultare da un risarcimento finale.

Di recente, insieme con la Federazione internazionale della Croce rossa/Mezzaluna rossa (Ifrc), abbiamo avviato un ricerca sul modo migliore di destinare questi fondi (…).

In questo periodo natalizio, i nostri pensieri vanno ai miliardi di persone sulla terra che andranno a letto affamati. Questo vale in modo particolare per il popolo dell'Etiopia, e speriamo che il nostro impegno possa aiutare un numero significativo di persone”.

Peter Brabeck, amministratore delegato Nestlé, 22 dicembre 2002

Cara multinazionale,permette una domanda?
Ma Nestlé lo sa che è Natale? Eccola la domanda da 6 milioni di dollari che Oxfam invitatava a scrivere alla multinazionale quando si è diffusa la notizia della richiesta di risarcimento.
La campagna continua e, conferma Oxam Etiopia, i risultati si vedono. Per esempio “è probabile che verrà accettata l'offerta di 1,6 milioni fatta dal governo etiope, anziché l'oltraggiosa somma di 6 milioni”. E allora, scrivete anche voi da
www.maketradefair.com

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