Tutto l’oro del mondo – Ae 92

Nelle miniere ecuadoriane non è difficile imbattersi nei bambini. Spaccano le pietre alla ricerca di pochi grammi di metallo prezioso, incuranti della fatica e dei pericoli. Li abbiamo incontrati Edwin non è passato dall’ingresso principale dov’è affisso, vicino al posto…

Tratto da Altreconomia 92 — Marzo 2008

Nelle miniere ecuadoriane non è difficile imbattersi nei bambini. Spaccano le pietre alla ricerca di pochi grammi di metallo prezioso, incuranti della fatica e dei pericoli. Li abbiamo incontrati


Edwin non è passato dall’ingresso principale dov’è affisso, vicino al posto di guardia, il cartello: “Cooperativa mineraria di Bella Rica. Non si contrattano minori di 18 anni”. Edwin di anni ne ha 17.

Quel grande cartello non gli ha impedito di presentarsi al proprietario di una delle 52 miniere della montagna.

È partito da Sullana, qualche centinaio di chilometri a Sud, in territorio peruviano, per arrivare a Machala, a spellarsi le mani in questa miniera d’oro ecuadoriana.

Guarda serio e risponde quasi a monosillabi, gli occhi ancora infastiditi dalla luce mentre spinge il carrello pieno di pietre oltre l’uscita del tunnel. Spacca pietre da due mesi, e prevede di resistere ancora per sette prima di lasciare. Lavorare 8-9 ore al giorno, sette giorni su sette, per questi nove mesi sarà dura. D’altronde non è facile trovare un lavoro a 7 dollari al giorno dalle sue parti.

Victor è il coordinatore locale della Dya, un’organizzazione non governativa di Quito, la capitale dell’Ecuador.

Ha lavorato 5 anni in questa zona per combattere il lavoro minorile nelle miniere. Durante la lunga risalita in strada sterrata per arrivare alla miniera indica all’orizzonte le immense superfici a specchio che occupano tutto il litorale, per decine di chilometri. “Sono le colture dei gamberetti, la seconda economia del Paese. Per ampliarle hanno distrutto migliaia di ettari di foresta di mangrovie”. Parla del fiume che abbiamo superato, il Río Guananche, più grigio delle nuvole che avvolgono tutta la montagna. Non c’è vita in questo fiume. Tutti gli sforzi per recuperarlo insieme all’altro torrente, il Río Siete, non hanno avuto successo. Entrambi contengono ancora troppo mercurio e cianuro, la spazzatura chimica delle miniere.

Poi, quasi in vetta, Victor inizia a parlare di chi va a janchar. “Devi conoscere i bambini che vanno a janchar fuori dalle miniere. Siamo riusciti a tirarne via duecentottanta, e a fargli frequentare la scuola del paese, ma ancora tanti continuano a star lì”.

Due uomini stanno spingendo un carrello di pietre fuori dal recinto. Victor mi invita a seguirli: proseguo per qualche centinaio di metri e arrivo alla discarica. Ce n’è una per ogni miniera della zona, mi ha spiegato Victor, e serve a disfarsi delle pietre che vengono giudicate “scarti” dagli addetti del mulino minerario. Capisco di essere arrivato quando vedo donne e bambini che corrono. Saranno una ventina, qualcuno affianca il carrello e strappa una pietra dal mucchio, nella speranza d’aver pescato bene. Poi tutti in posizione, perché appena il carrello scarica bisogna essere veloci ad afferrare le pietre che sembrano riportare qualche segno di quarzo, dove forse si nascondono granelli d’oro.

Si lavora con un ferro dalla punta ricurva, che aiuta a scavare il cumulo di pietre. Tre, quattro minuti di ressa, poi ognuno si apparta con quanto ha raccolto e accucciato inizia a frantumare i sassi con le piccole mazze.

Katty ha dieci anni. La destra tiene forte la mazzetta, gli occhi stretti ad evitare le schegge che saltano, l’altra mano si muove veloce per ispezionare il cuore delle pietre. Kelvin è un “operaio specializzato”. Ha nove anni, occhi da bambino e mani da grande, mentre regge il ferro per janchar. Patricio e Franco, più piccoli, rimangono dietro le sue spalle.

Annibal è già stato a Bella Rica per sei mesi, quando aveva sedici anni. Da allora non c’era più tornato, la vita l’ha portato a lavorare nelle piantagioni di banane e poi è riuscito a comprarsi un pezzo di terra tutto suo. Tornare qui oggi per lui è anche guardarsi indietro. Convince alcune donne a raccontare il loro meccanismo di sopravvivenza: si mettono d’accordo a piccoli gruppi, e ogni 3 o 4 giorni riescono a riempire un sacco da 50 chili di pietrisco selezionato. In tre mesi mettono insieme i 20 sacchi necessari per affittare, per un dollaro al sacco, l’uso del molino. Da quella tonnellata di materiale selezionato, se davvero avranno fortuna, potranno ricavare 20 grammi d’oro, trecento dollari al valore del mercato locale. I loro uomini lavorano sottoterra, nella miniera, ma quanto guadagnano non basta. Anche se nei periodi più duri accettano anche il doppio turno, altre quattro ore serali dopo averne lavorato già nove durante il giorno.

La nebbia sale a Bella Rica, come ogni giorno. Sembra voler nascondere alla vista le piccole baracche di legno dove ogni famiglia cucina, dorme, cresce in un’unica stanza di pochi metri quadri. Le bocche scure dei tunnel incombono sopra le nostre teste. Poco più in là le sagome di due uomini intenti a setacciare la polvere di pietra. Riconosciamo da lontano il movimento circolare delle braccia, perché è uguale a quello tante volte immaginato e visto in qualche film western americano. Ma qui non c’è niente di epico. C’è la lucida follia di due persone che accarezzano il setaccio a mani nude, incuranti del mercurio che hanno mischiato alla polvere per individuare l’oro. Forse moriranno per questo. Ma forse per loro non fa differenza.

Il fastidio diventa tangibile. Sembra di respirare l’acqua sporca che scorre dappertutto. Acqua di fogna a cielo aperto, acqua usata dal molino, acqua passata nei setacci. Neppure le due ragazze che vengono ad aprirci il laboratorio artigianale di gioielleria organizzato dalla Dya, e che dovrebbe dar lavoro a 14 donne, riescono a farmi sentir meglio. La nebbia scende su Bella Rica. Bella, ricca e dannata. Ce ne andiamo e tiro un sospiro di sollievo. Non si può vivere così, neppure per tutto l’oro del mondo.



Un anello, 20 tonnellate

Da 4.000 anni è un simbolo di ricchezza e potere. Ma solo negli ultimi 50 anni l’estrazione dell’oro ha assunto dimensioni da grande economia: delle 155.500 tonnellate d’oro che si stima siano state estratte sinora, più del 60% è stato trovato negli ultimi decenni. Nel 1970 in Sudafrica si estraeva più del 70% dell’oro prodotto a livello mondiale. Oggi le sue 296 tonnellate annue riescono ancora a garantirgli il primo posto delle “regioni d’oro del mondo”, con una quota del 12% sul totale.

L’Indonesia si è conquistata il ruolo di sprinter, con la sua incredibile performance degli ultimi anni: nel 1992 ne produceva solo 2 tonnellate, ma a seguito della scoperta della miniera Grasberg -la più grande miniera d’oro al mondo in termini di produzione- è balzata ad oltre 167 tonnellate nel 2005 guadagnandosi da sola il 7% del mercato. La seconda miniera più grande del pianeta è Yanacocha, nelle Ande peruviane, e permette al Perù di produrre oltre 200 tonnellate l’anno.  

Stiamo parlando di oltre 2.500 tonnellate l’anno d’oro. Ma c’è un problema: l’oro non si trova come i tartufi. È necessario scavare enormi quantità di terra e pietra, trovare il filone e poi spaccare, triturare, setacciare. Per una normale coppia di fedi nuziali, oggetto a noi familiare, è necessario scavare tra dieci e venti tonnellate di roccia. Fate i conti: tra 0,6 e 0,10 grammi d’oro a tonnellata, a seconda dell’area geografica e della miniera di provenienza, tra 4 a 6 grammi d’oro per i nostri cerchietti.

Questo grande pagliaio in cui viviamo ce li fa sudare, i nostri aghi d’oro.

Ma più che a noi, li fa sudare a chi si infila sottoterra. Anche a Savuka in Sudafrica, a 3.777 metri sottoterra, per la precisione, nella miniera più profonda del mondo.



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Le strade del cacao

di Paolo Chiavaroli

Jorge Castillo ha una settantina d’anni, rughe profonde, la pelle temprata dal sole e da una vita trascorsa nel campo dove, all’ombra di platani, banani, agrumi e decine di altri arbusti, coltiva il suo prezioso cacao “fino de aroma”. Sabanetillas, in Ecuador, un villaggio a circa mezz’ora dalla città di Echeandia, provincia di Bolivar. Oggi la pioggia è fitta e insistente e pensiamo di trovare Don Jorge a casa. Non è così, anche oggi è alla finca e lo intravediamo oltre il fango di una piccola risaia con l’immancabile machete tra le mani. Ne ha per tutti: per il banco, che per un prestito può chiedere fino al 44% di interessi, documenti e titoli di proprietà che spesso mancano o che costa carissimo procurarsi, garanzie ed ipoteche cinque volte il valore del prestito. Per l’usuraio, che si offre al posto della banca; qui spariscono le formalità, ma il tasso è del 20% mensile. Per le autorità che lo hanno lasciato solo con il suo campo, le sue piante, i suoi problemi. E ne ha anche per il commerciante di cacao di Echeandia che paga 40 o 50 dollari al quintale, contro gli 80 che dovrebbe, perché giudica il cacao troppo umido e perché pesa in modo così approssimativo che i contadini mettono in conto di perdere un 10% di prodotto a ogni consegna. Ma l’unica alternativa sarebbe quella di non vendere e riportare a casa il sacco di cacao: una falsa alternativa dunque.

Jorge Castillo è uno dei 150 nomi che compaiono nella lista di famiglie cacaoteros di Sabanetillas e dintorni. Ciò che li accomuna è la fortuna di avere piante di cacao tra le migliori al mondo, il cacao nacional “fino de aroma”. Ma, al tempo stesso, l’impossibilità di trasformare questa ricchezza naturale in valore economico. L’alternativa che molti intravedono è sostituire le piante tradizionali con nuove varietà che promettono una produzione più intensa: in particolare si ricorre al Ccn-51, un clone ottenuto nel 1965 dall’agronomo Homero Castro e dunque brevettato. Il rischio però è che quest’alternativa possa rivelarsi alla fine un’illusione e produrre problemi più che soluzioni. Si tratta, infatti, di un cacao senza aroma che garantisce quantità ma non qualità. “Puoi nascondere anche cento sacchi di Ccn-51 -commenta un altro cacaotero, Tito Navarrete (nella foto in basso), mentre ci accompagna per la sua finca- ma non è possibile nascondere il profumo intenso di neppure un sacco di cacao nacional”.

C’è un altro impoverimento che balza agli occhi attraversando le fincas di Sabanetillas: è la perdita di biodiversità che generalmente accompagna l’introduzione del Ccn-51.  

La coltivazione del cacao nacional, infatti, è associata a quella di centinaia di altri frutti, piante ed arbusti, mentre quella delle nuove varietà è spesso una monocoltura: così un ricchissimo e complesso ecosistema agricolo-forestale viene distrutto per far posto all’arido susseguirsi di piante tutte uguali e che hanno l’unico scopo di produrre quanto più possibile.

In realtà altre esperienze in Ecuador assicurano che è possibile avere una migliore e più veloce produzione anche con il cacao tradizionale a patto che si sappiano curare le piante e che vi siano i mezzi finanziari e tecnici per farlo. Tutte cose, queste, che a Sabanetillas mancano. Così come manca la possibilità di commercializzazione direttamente il cacao che qui si produce, non essendovi un centro di raccolta nel quale fermentare ed essiccare il cacao in modo adeguato per l’esportazione.  

Dunque questo sembra il posto sbagliato per un’organizzazione di commercio equo e solidale che vuole comprare cacao. A meno che la possibilità di stabilire un rapporto commerciale sia un obiettivo e non un prerequisito, una tappa e non il punto di partenza. Ecco dunque l’idea di un percorso che possa accompagnare i cacaoteros di Sabanetillas e degli altri quattro villaggi circostanti, fino a colmare il proprio deficit organizzativo e infrastrutturale. Il viaggio è iniziato.



Da qui parte un nuovo progetto di commercio equo

Il progetto accennato in questa pagina è promosso da Equoland (www.equoland.it) in collaborazione con il Gruppo Salinas, storico progetto di commercio equo e solidale dell’Ecuador (www.salinerito.com). L’obiettivo è integrare gli attuali fornitori di cacao di Equoland con nuovi gruppi di produttori della provincia di Bolivar. Grazie all’esistenza a Salinas di un laboratorio di lavorazione del cacao, il progetto prevede lo sviluppo di sinergie a livello locale in modo tale che il cacao prodotto nella zona di Sabanetillas sia lavorato a Salinas: in questo modo Equoland continuerà ad importare semilavorato anziché materia prima, lasciando maggiore valore aggiunto in Ecuador e favorendo un rafforzamento dei propri partner anche sul mercato locale. L’evoluzione del progetto nella zona di Sabanetillas può essere seguita attraverso il sito www.ciocador.it. Nel sito c’è anche un blog per comunicare direttamente con i referenti del progetto in Ecuador.

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