Tutti i buchi della lista – Ae 73

Controllate nella lista qui accanto se la vostra è una “banca armata”. Poi mettetevi a sedere e leggete: come funziona l’export di armi, quel che sappiamo e, soprattutto, quel che non sappiamo. Per esempio: chi presta soldi all’industria bellica, o…

Tratto da Altreconomia 73 — Giugno 2006

Controllate nella lista qui accanto se la vostra è una “banca armata”. Poi mettetevi a sedere e leggete: come funziona l’export di armi, quel che sappiamo e, soprattutto, quel che non sappiamo. Per esempio: chi presta soldi all’industria bellica, o quali istituti hanno rifinanziato i debiti di Avio (550 milioni di euro) o sottoscritto le obbligazioni Finmeccanica (altri 500 milioni). Tra import ed export un mercato di 1,5 miliardi di euro

Armata o non armata? Eccola, come ogni anno, la lista delle banche armate: è qui accanto, controllate se c’è anche la vostra. In caso positivo, fateci una pensata: coi vostri risparmi forse state dando una mano al commercio di armi. Ma vale la pena davvero fermarsi un attimo e fare alcune precisazioni. Questa lista non rivela gli istituti di credito che hanno finanziato direttamente l’industria o il commercio di armi. La lista indica un’altra cosa: segnala quante volte e per quali importi una banca ha accreditato a un proprio cliente soldi che questo ha guadagnato vendendo armi all’estero.

Un esempio: se un’azienda italiana vende un carro armato al governo del Pakistan, questo versa il corrispettivo sul conto dell’azienda presso una banca operante su territorio italiano. Prima di accettare questi soldi, la banca è tenuta per legge (la famosa 185 del 1990) a chiedere un’autorizzazione al Dipartimento del Tesoro.

Se il Dipartimento dà il via libera, la banca accredita il pagamento sul conto dell’azienda.

La lista indica questo: quante volte una banca ha ricevuto dal ministero l’autorizzazione a incassare, e per quale importo totale, nel corso del 2005. In questo caso quindi gli istituti

non stanno finanziando niente, stanno “semplicemente” fornendo un servizio a un proprio cliente, che di mestiere fa il costruttore di armi.

Le banche ci guadagnano? Su ogni operazione c’è di solito una commissione che è attorno all’1-1,5%. Visti gli importi autorizzati, non si tratta di cifre da poco.

Ma spesso le banche non chiedono nemmeno una commissione, specie se si tratta di aziende importanti. Ciò che conta è tenere presso di sé il cliente, il suo conto, magari curare le paghe per i dipendenti, aprire una linea di credito. Fare da intermediari nell’export di armi può non essere particolarmente vantaggioso per una banca: è solo uno dei tanti servigi per un cliente cui tiene.

Quindi se nella lista c’è la vostra banca, forse non ha usato i vostri soldi per finanziare il commercio di armi. Più probabilmente, se gliene avete chiesti, vi ha prestato soldi provenienti dall’industria bellica. E saperlo sottolinea il valore di quella lista, e della campagna (
www.banchearmate.org) che dal 2001 chiede alla banche di smettere di essere complici di questo mercato.

Tuttavia, la lista e la legge 185 non ci dicono la cosa più importante: quante banche alimentano l’industria bellica, con prestiti, finanziamenti e obbligazioni? Non essendoci nessun obbligo, non è facile recuperare questi dati, e forse anche per questo la 185 andrebbe migliorata.

Un esempio: a marzo Banca Intesa e Mediobanca, con la francese Calyon, hanno rifinanziato un debito di 550 milioni di euro ad Avio (decima nella classifica dei maggiori esportatori di materiale d’armamento per il 2005). Nell’operazione sono state coinvolte anche Antonveneta, Banca di Roma, Banca Nazionale del Lavoro e Banca Popolare di Milano. E ancora: quanti istituti hanno acquisito obbligazioni Finmeccanica (ne ha piazzate per 500 milioni di euro), leader indiscusso del comparto italiano delle armi, la quale si appoggia a una sua società, Finmeccanica Finance SA, con sede

in Lussemburgo, per le operazioni finanziarie?

Se la vostra banca non è nella lista delle “banche armate”, non siate quindi così sicuri che sia del tutto estranea al commercio di armi.

Sommando gli importi autorizzati, si ha un’idea dei soldi incassati per l’export dall’industria italiana di armi nel 2005. Si tratta di 1.125 milioni di euro, meno dei 1.317 del 2004. Rispetto al 2004 anche il numero degli istituti coinvolti è diminuito. Ma, anche qui, non è detto che gli istituti abbiano rinunciato a fare da intermediari per l’export di armi. Il meccanismo delle autorizzazione

non tiene infatti conto della possibilità di una banca di incassare i pagamenti presso una propria filiale all’estero, e poi di girare il corrispettivo su un conto in Italia. La legge 185

si applica solo su istituti operanti sul territorio italiano (anche se stranieri): quindi se il Pakistan paga su un conto di una banca in Francia, i francesi non sono tenuti a chiedere al nostro dipartimento del Tesoro l’autorizzazione per accreditare i soldi. Quando poi la cifra viene riversata

sul conto italiano, l’operazione risulta come giroconto e quindi ancora una volta non ha bisogno di autorizzazione. Pertanto è anche possibile che una banca continui a fare da intermediario

per un produttore di armi, senza che questo risulti dalla relazione del ministero dell’Economia.

E quindi senza apparire nella lista. Tutto ciò è dovuto anche al fatto che la 185 è stata immaginata quando (nel 1990) l’Italia era soggetta a restrizioni di movimenti di capitali esteri, e queste operazioni erano più difficili.

I dati sull’intervento delle banche nell’export di materiale d’armamento sono contenuti nella relazione presentata dalla presidenza del Consiglio dei ministri ogni anno, come prevede

la 185/90. La relazione doveva essere presentata a fine marzo, ma il cambio di legislatura ne ha fatto slittare la divulgazione.

La presidenza del Consiglio dei ministri, per voce dell’ufficio del Consigliere militare, in realtà non fa altro che raccogliere i rapporti redatti dai vari ministeri cui la 185 affida il compito di monitorare il commercio di materiale d’armamento.

Nel meccanismo sono coinvolti la Difesa, l’Economia, l’Agenzia delle dogane, gli Interni, le Attività produttive e il ministero degli Esteri. Presso quest’ultimo opera l’Unità per le autorizzazioni ai materiali d’armamento (Uama), organo interministeriale presieduto da un ministro plenipotenziario degli Affari esteri. L’Uama è il cuore del sistema della 185: per esportare armi, un’azienda italiana deve essere autorizzata da questo ufficio, che è articolato in quattro divisioni e nel quale lavorano una cinquantina di persone.

Non tutti possono arrivare all’Uama: l’esportazione di armi è subordinata all’iscrizione a un apposito registro tenuto dalla Difesa (sono 177 le aziende iscritte). Se un’azienda chiede di poter firmare un contratto di vendita di armi all’estero, l’Uama valuta la convenienza politica e strategica dell’operazione, e se rientra nelle leggi e negli accordi internazionali. Valuta anche l’uso che l’acquirente farà delle armi che ha acquistato. Ogni “pratica” impiega circa un mese per essere portata a termine, e nella maggior parte dei casi ha esito positivo.

Dalle decisioni dell’Uama dipende un commercio che tra export e import vale circa 1 miliardo e mezzo di euro. Quando una quasiasi filiale di banca riceve la richiesta per un accredito

di denaro frutto di una vendita di armi sul conto di un proprio cliente, il dipartimento del Tesoro -cui l’istituto è tenuto a chiedere il via libera- verifica che l’Uama a suo tempo abbia dato l’autorizzazione per l’export, per quel tipo di materiale e per quell’importo. Se tutto combacia, la banca può incassare. Ma a quel punto finisce nella lista.

Tanti nomi, un solo nome: Finmeccanica

Tanti nomi, un solo nome. Nella classifica delle prime dieci aziende esportatrici di armi del 2005 (dati in milioni di euro), nove sono controllate da Finmeccanica, il colosso dell’industria bellica controllato per il 33% dallo Stato italiano. Fanno eccezione solo Oerlikon-Contraves (appartiene alla svizzera Rheinmetall DeTec AG) e Avio, che è per il 70% dell’americana Carlyle e per il 30% di Finmeccanica, dopo la vendita nel luglio 2003 da parte di Fiat. Con 178 milioni di euro, alla fabbrica di elicotteri Agusta spetta il primato per valore totale delle esportazioni 2005, seguita da Galileo Avionica (ora Selex Sensors) con 166 milioni. Tra le esportazioni autorizzate le più imponenti sono state quella della società missilistica Mbda (una commessa per Singapore da 73 milioni) e di Galileo (sistemi terrestri e spaziali, radar) che con la Gran Bretagna ha firmato un contratto da 63,8 milioni di euro. Per il 2006 il fatturato di Finmeccanica dovrebbe attestarsi sui 13 miliardi di euro.

Sulle armi la Lombardia non si converte

La Lombardia non si converte. Con ogni probabilità, il Consiglio regionale non approverà la proposta di legge di iniziativa popolare sulla riconversione dell’industria bellica lombarda. La proposta di legge era stata presentata sostenuta dalle 15 mila firme raccolte da 83 tra associazioni sindacali e di volontariato. La commissione regionale per le Attività produttive a fine aprile ha approvato un ordine del giorno (votato dalla Casa delle Libertà con l’opposizione dell’Unione e l’astensione della Margherita) in cui chiede al Consiglio di ignorare la proposta senza discuterla né esprimersi in merito. Se approvata, la legge avrebbe affidato a un’Agenzia regionale il compito di promuovere “credibili progetti di riconversione e disarmo” per rilanciare e mantenere sul mercato “prodotti innovativi, socialmente desiderabili e utili, garantendo la protezione del posto di lavoro”.

Banca popolare di Milano ancora nella lista

Ancora nella lista. Come avevamo anticipato un anno fa (Ae 62) Banca Popolare di Milano (Bpm) appare ancora tra gli istituti di credito coinvolti nel commercio di armi.

La cosa crea disagio per Banca Etica, di cui Bpm è socia (con meno dello 0,5% del capitale). Bpm però è soprattutto partner strategico (col 27% del capitale) di Etica sgr, il gestore dei fondi di Banca Etica. La quale il prossimo autunno lancerà una campagna per chiedere a Bpm di uscire dal comparto delle armi, rivolta a tutti i privati e le associazioni che hanno un conto presso l’istituto o dal quale hanno ricevuto finanziamenti. Fabio Salviato, presidente di Banca Etica, ha dichiarato che un paio d’anni sono un tempo ragionevole perché Bpm esca dalla lista. Se ciò non dovesse accadere, Banca Etica prenderà provvedimenti. Nel frattempo, a quanto risulta a Ae, anche nei primi mesi del 2006 Bpm ha gestito transazioni per la vendita di armi: quindi anche il prossimo anno sarà nella lista.

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