Tre propositi per il nuovo anno

L’editoriale del numero 123

Tratto da Altreconomia 123 — Gennaio 2011

Per l’anno che inizia, noi di Ae ci siamo ripromessi di cercare di capire due o tre cosette che ci accadono sotto gli occhi, e alle quali sembriamo esserci abituati. Ad esempio ci chiediamo: dove diavolo sono finiti i soldi?

Ci hanno spiegato che tra le cause principali della “crisi” (primo dei buoni propositi per il 2011: utilizzare il meno possibile la parola “crisi”) c’è stata proprio l’impressionante quantità di denaro iniettato nel sistema economico, e l’accelerazione che ne è conseguita. Montagna di carta, iperproduzione, bolla.
Un meccanismo tutto finanziario, che tra l’altro è ben spiegato in una delle sue forme nell’inchiesta che dà la copertina a questo numero. Restando più vicini al quotidiano, abbiamo tutti la percezione di lavorare a più non posso e di avere sempre meno tempo libero, mentre diminuiscono diritti, servizi, benessere.

“Non ci sono i soldi” è stata la manfrina che la politica ha utilizzato per farci digerire i tagli della spesa  pubblica all’agricoltura (-22% tra il 2010 e il 2011), alla ricerca (-8,6%), allo sviluppo sostenibile  (-24,3%), alla tutela dei beni culturali e paesaggistici (-11,5%), all’istruzione scolastica (-4,9%),  all’università (-10,4%), alle politiche per il lavoro (-10,7%), ai giovani (-15%). Dati che leggiamo nel  disegno di legge di Bilancio per il 2011, in discussione alla Camera. Ancora: dove diavolo sono finiti tutti i soldi? Come ce li siamo spesi? Sappiamo che una parte cospicua è finita -e in percentuale sempre maggiore- nelle tasche di una minoranza di individui (che magari li ha messi in un paradiso fiscale).

Questa risposta non ci soddisfa del tutto (ma il secondo tra i buoni propositi dell’anno potrebbe essere: scovare gli evasori, denunciarli pubblicamente, metterli in un centro di identificazione -Cie- e poi  espellerli… ma certe cose in una democrazia non si fanno…). Forse i soldi non ci sono mai stati, dunque, e la sbornia consumistica volge al termine. Si tratta quindi di redistribuire quello che c’è. Oggi però noi vogliamo concentrarci su un terzo (e ultimo) proposito per l’anno nuovo: riscoprire il consumo critico. I soldi sono il frutto del mio lavoro: avrò diritto di decidere come spenderli (o come non spenderli), giusto? Potrò scegliere a chi darli, e a chi no?

Oggi fare consumo critico vuol dire, intanto, ridurre i propri consumi, evitando gli sprechi. Sono sprechi gli imballaggi, le pubblicità, il cibo buttato. Poi vuol dire scegliere il più possibile filiere corte (meglio, “colte”) che avvicinano al produttore e lo tutelano come tutelano noi. Si fa consumo critico sull’energia, sui trasporti, sulla finanza, sui beni comuni, sull’informazione (il consumatore critico non perde i suoi soldi con la tv). Il consumatore critico sa anche che le sue scelte possono essere strumento diretto di giustizia, di lotta alla criminalità. Migliaia di persone, in Italia e nel mondo, sanno che il futuro dell’economia sta in scelte come queste. Il futuro è nel buon senso, nella giustizia, nell’efficienza, nella sazietà. In una parola, il futuro è nella democrazia.
Buon anno!

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia