Tra marchio e sostanza – Ae 80

In attesa del rinnovo delle cariche sociali, Banca Etica lancia il suo fondo azionario. Un punto di svolta che comporta dei rischi. Il primo: diventare normali Venerdì 19 gennaio, nella sala delle Colonne di Banca popolare di Milano, Banca Etica…

Tratto da Altreconomia 80 — Febbraio 2007

In attesa del rinnovo delle cariche sociali, Banca Etica lancia il suo fondo azionario. Un punto di svolta che comporta dei rischi. Il primo: diventare normali


Venerdì 19 gennaio, nella sala delle Colonne di Banca popolare di Milano, Banca Etica ha presentato il suo fondo azionario, partito all’inizio del 2007. Un’operazione in qualche modo già prevista e che quindi non ha suscitato emozioni: il dibattito se e come entrare nel mercato borsistico si era già consumato alcuni anni fa, ai tempi della fondazione di Etica sgr.

Ora però il nuovo fondo azionario segna un ulteriore passaggio.

Al tavolo dei relatori, Fabio Salviato, presidente di Banca Etica e di Etica sgr, Pietro Cirenei, direttore generale di Bipiemme gestioni, Alessandra Viscovi, che dalla scorsa primavera ha sostituito alla direzione di Etica sgr Luca Mattiazzi (diventato uno dei 4 vicepresidenti di Banca Etica), e Mauro Meggiolaro, dello staff di Etica sgr.



Una presentazione vera e senza imbarazzi, nel cuore della city finanziaria milanese. Senza imbarazzi perché nessuno ha sentito l’esigenza di sottolineare la distanza originaria di Banca Etica nei confronti del mercato speculativo; si è parlato sì di “criteri etici” nella scelta dei titoli ma non si è andati al di là dell’indicazione dei criteri di “esclusione” (no alle imprese che investono nelle armi, nel gioco d’azzardo, nella sperimentazione animale non a fini medici, nell’energia nucleare e nel legname che proviene da foreste protette), criteri che appartengono ormai alla “prima generazione” dei fondi cosiddetti responsabili (difficile ormai definirli etici e, in effetti, anche quelli di Banca Etica si chiamano “Valori responsabili”).

Devo dire che, in questo, non ho visto differenze con la presentazione di altri fondi “etici” cui ho assistito in questi anni (ce ne sono una trentina oggi in Italia). Anzi. Sul mercato ci sono prodotti anche più innovativi.



La messa a punto e il lancio del fondo azionario di Banca Etica avviene in un momento delicato per Etica sgr, proprio nei mesi in cui lascia Ethibel, l’advisor etico (il garante esterno) che l’aveva accompagnata nel momento dello sbarco nel mondo della Borsa: allora l’agenzia belga Ethibel era stata presentata come “la più rigorosa nel suo settore, la meno tenera nei confronti delle multinazionali”. Insomma, una garanzia per il rispetto dei valori di riferimento, garanzia sempre utile in un mercato, come quello della finanza, estremamente volatile e poco trasparente. Da gennaio Ethibel non lavora più per Etica sgr che l’ha lasciata in favore di Eiris, società inglese che incentra le sue analisi sulla responsabilità sociale delle imprese quotate e degli Stati. Qual è la differenza?

Ethibel ha un registro ristretto di imprese e di Stati che seleziona in base a criteri sociali e ambientali definiti a priori e che monitora con continuità: i fondi certificati Ethibel sono tenuti a investire in questo paniere, se non lo fanno perdono la certificazione “etica”. Era quanto era stato sottolineato con enfasi al momento del lancio di Etica sgr.

Eiris invece è in sostanza una banca dati di circa 2.800 imprese quotate nelle Borse dei diversi Paesi, banca dati all’interno della quale un software (non un comitato etico o di esperti) seleziona i titoli secondo criteri indicati di volta in volta dal gestore. Qual è il problema? Che in un mercato così complesso, in continuo movimento e difficile da monitorare, i criteri di scelta diventano  sempre più labili e arbitrari (pensate che cosa significa stare dietro a 2.800 grandi imprese e alle loro quotidiane scelte in tema di politiche ambientali e sociali, delocalizzazioni, fusioni, ingresso di nuovi soci, eccetera eccetera…). Banca Etica ha spiegato l’abbandono di Ethibel con il fatto che la società belga è stata comperata dalla società francese Vigéo, la quale è a rischio di conflitti di interesse (certifica imprese ma quelle stesse imprese possono essere clienti della società) e ha compagni di viaggio imbarazzanti (tra i soci di Vigéo ci sono anche Eads, secondo produttore di armi in Europa, e alcune multinazionali come Suez, Total e McDonald’s). Sta di fatto che Vigéo, anche grazie a operazioni come quella con Ethibel (in Italia ha assorbito Avanzi srl, altra società storica del settore) sta diventando leader in Europa per la certificazione di responsabilità sociale d’impresa. E, come si vede, ha al suo interno alcune “contraddizioni in termini”. D’altra parte neppure

Ethibel-Vigéo se la sente di etichettare come “etiche” o “sostenibili” le grandi aziende o le multiazionali che tiene nel paniere; semplicemente le definisce come quelle più accettabili.



Alla fine il rischio è che il riferirsi a un paniere “etico” abbia il valore della classica foglia di fico. Rischio d’altra parte sempre presente quando ci si confronta con un mercato altamente speculativo. Alla domanda se il passaggio da Ethibel a Eiris non consegni alla banca una libertà e una arbitrarietà troppo grandi in questo campo, Mauro Meggiolaro in conferenza stampa ha risposto: “Non parlerei di una maggiore arbitrarietà ma di una maggiore responsabilità”, riconoscendo però che “l’obiettivo è tornare a farci certificare da un soggetto esterno”. Per il momento, nei primi 19 giorni di operatività, il fondo ha raccolto 7,5 milioni di euro investendo in una trentina di titoli tra i 300 che sono stati individuati da Etica sgr nel paniere di Eiris. Attendiamo di conoscere i nomi dei 300, che dovrebbero essere disponibili alla fine di marzo “quando il comitato etico avrà finito di fare le sue considerazioni” (Ma questo è curioso: proprio perché il comitato etico deve vigilare e ha il compito di validare le scelte in un ambito così delicato, la verifica di tutti questi 300 nomi non andrebbe completata prima del lancio del fondo e non dopo?).

Tra le imprese in cui sono stati investiti i primi 7,5 milioni sottoscritti ci sono Cisco, Dell, Intel, Kraft Foods, Ups, France Telecom, Peugeot Citroen, Sanofi-Aventis, Astrazeneca, Vodafone.

Grandi aziende e multinazionali. Nulla di diverso dai panieri di altri fondi etici presenti sul mercato.



Ecco, nella sala delle Colonne di Banca popolare di Milano, l’interrogativo torna a riaffacciarsi: Banca Etica sta diventando una banca normale?

La domanda può apparire dura alle orecchie dei fondatori, dei soci e dei dipendenti che quotidianamente si spendono a favore della banca e delle economie solidali. Ma è chiaro che dovendo agire sul mercato “normale”,e in più su un mercato sensibile come quello della finanza (e quindi dovendosi confrontare con i concorrenti e con tutti i parametri di garanzia su cui vigila Banca d’Italia), questo è il terreno -qualcuno dice il rischio- sul quale Banca Etica, il suo sogno, la sua dirigenza e i suoi sostenitori devono stare.

L’esito di questo confronto non può più essere definito a priori, facendo leva sul buon nome del “marchio”, ma va misurato di volta in volta sulle scelte strategiche e sulle pratiche quotidiane. Senza paura. La perfezione non è di questo mondo.

Per questo, un prodotto finanziario nuovo come il fondo azionario non può essere considerato per Banca Etica un dettaglio, e può invece diventare un’occasione per interrogarsi sulle scelte di sostanza.



Così come lo è ogni assemblea dei soci  e, tanto più, quelle in cui si votano le cariche sociali, come la prossima, convocata per il 26 maggio a Padova (vedi box in alto).

I giochi per l’assemblea sono aperti. La raccolta delle candidature per i vari organi sociali (si vota per il consiglio di amministrazione, il collegio sindacale e il comitato dei probiviri) si è aperta il 31 gennaio e si concluderà il 31 marzo.

Per la prima volta dopo anni, proprio in vista dell’assemblea, Banca Etica conosce un momento di confronto interno anche aspro, innescato nello scorso maggio da Alessandro Messina, ex presidente dell’Associazione finanza etica, e dai soci che man mano ha coinvolto.

Il dibattito riguarda le scelte della banca (“si sta assuefacendo ai modelli della finanza responsabile invece che puntare a sostenere un diverso modello di sviluppo”, scriveva Messina su queste stesse pagine nel numero di luglio/agosto); ma, inutile nasconderlo, riguarda anche la governance di Banca Etica e la possibilità di entrare nella stanza dei bottoni, cioè nel consiglio di amministrazione.

Una scalata? A noi francamente non sembra, visto che delle scalate l’operazione non ha i crismi fondamentali: infatti parte dal basso, senza alleanze e in maniera trasparente.

“Non ce la faranno mai”, aveva previsto qualche mese fa Tonino Perna, presidente del primo comitato etico, commentando i primi passi di Messina & C. Forse aveva ragione, ma non è questo che ci riguarda: ci sta a cuore che non si fermi il movimento che ha reso possibile la costruzione di Banca Etica e che ha portato a farne in pochi anni un formidabile marchio di successo; c’importa che appunto non prevalga il “marchio” sulla sostanza.

Banca Etica è cresciuta, è ovvio che crescano i problemi: di gestione

e di strategie. E magari anche il dibattito interno. Oltretutto in questi anni la banca sta scommettendo su un modello di partecipazione che, su questa scala (oltre 23 mila soci su tutto il territorio nazionale), è inedito. La partecipazione oggi è merce rara, tanto più per una realtà “fredda” e complicata come quella di una banca. Si deve dar atto del grande sforzo messo in campo in questa direzione: la costruzione delle circoscrizioni e delle quattro aree nazionali è un grande esperimento del quale ancora non si possono misurare i risultati (la banca ha appena otto anni di vita, le organizzazioni locali ancora di meno), ma può diventare anche un ottimo sistema per incanalare il consenso.



Un sogno non si critica.

Forse nasce da qui, da questo “non detto”, il lieve senso di disagio, quasi di pudore, che ci accomuna quando affrontiamo temi a cui teniamo molto, come Banca Etica. Ma il pudore può diventare una trappola, se imprigiona in uno stato di perenne infanzia e toglie la parola. Così oggi, proprio in virtù del sogno, torniamo a parlare di Banca Etica. Non ce ne voglia l’attuale board della banca.



A maggio si vota, candidarsi non è facile

Il prossimo 26 maggio si vota a Padova per il rinnovo del consiglio di amministrazione,

del collegio sindacale e del comitato dei probiviri di Banca Etica. Per la presentazione

delle candidature c’è tempo fino al 31 marzo. Complessa la macchina che condurrà

alla loro selezione; ecco che cosa prevede il nuovo regolamento approvato nell’assemblea dei soci del maggio 2006 per l’elezione del cda:

-hanno diritto di candidarsi i membri del cda in carica;

-i soci fondatori possono esprimere 3 candidati (sono già stati scelti in una riunione

a Roma nello scorso gennaio: sono Giuseppe Di Francesco, Pino Curcio,

Sergio D’Angelo, tutti e tre membri del cda attuale e quindi già candidati naturali);

-le 4 aree territoriali in cui sono raggruppati i soci possono esprimere ognuna un candidato;

-infine singole candidature possono essere presentate purché sostenute da un numero

di soci non inferiore all’1 per cento degli iscritti al libro soci (il che corrisponde a 280  firme, se abbiamo fatto bene i conti). Le firme devono essere autenticate da un pubblico ufficiale oppure dal personale di Banca Etica. E un socio può firmare solo per un candidato.

Come si vede il regolamento scoraggia, o rende estremamente difficile, la presentazione

di candidati indipendenti. Non è così per molte altre banche popolari (che richiedono

un numero inferiore di “soci presentatori” e, quasi mai, l’unicità della firma), e neppure

per alcune delle banche più grandi. Forse un punto da rivedere presto per chi,

come Banca Etica, vuole favorire la partecipazione dal basso.

Il presidente Fabio Salviato (nella foto), spiega questi meccanismi con la necessità

di garantire che nel cda entrino dei tecnici e non degli sprovveduti.



210 milioni di “valori responsabili”

L’ultimo nato, il fondo azionario lanciato il 2 gennaio, completa l’offerta dei “Valori responsabili” di Etica sgr, la società creata da Banca Etica e da Banca popolare di Milano “per indirizzare gli investimenti finanziari delle famiglie e delle istituzioni verso le imprese e gli Stati più attenti alle conseguenze sociali e ambientali delle loro azioni”. Alla fine del 2006 i fondi di Banca Etica gestivano un patrimonio di 210 milioni di euro (al terzo posto in Italia per il mercato “etico”). 430 mila euro il valore delle commissioni percepite nel 2006 da Etica sgr. La scelta dei titoli in cui investire è responsabilità di Etica sgr, la gestione invece spetta a Popolare di Milano. I clienti devolvono lo 0,1% delle somme sottoscritte (Etica sgr devolve da parte sua lo 0,1% delle commissioni) a un fondo di garanzia per progetti di microcredito.



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