Tonno feroce – Ae 77

La marineria di Mazara del Vallo è la più grande d’Italia: 2.600 gli imbarcati, per il 40 % tunisini. Ma rischiano il posto: il pesce è sempre più raro, e quello in scatola è straniero Senza la pesca, Mazara muore….

Tratto da Altreconomia 77 — Novembre 2006

La marineria di Mazara del Vallo è la più grande d’Italia: 2.600 gli imbarcati, per il 40 % tunisini. Ma rischiano il posto: il pesce è sempre più raro, e quello in scatola è straniero

Senza la pesca, Mazara muore. Con quasi 400 pescherecci, la marineria di Mazara del Vallo è la più grande d’Italia. Siciliani sono gli armatori, tunisini i marinai.

Dal mare arriva il lavoro per 2.600 imbarcati, il 40% dei quali di nazionalità tunisina, e per oltre 5.000 persone impiegate nell’indotto. Tutti, se non si imbocca con decisione la strada della pesca sostenibile, rischiano di rimanere senza lavoro.

Italiani e immigrati sono nella stessa barca e le acque tutt’altro che tranquille: con la pesca non si sbarca più il lunario, il pesce è sempre meno per via di uno sfruttamento forsennato che sta rischiando di trasformare il mar Mediterraneo in un deserto e a causa della feroce concorrenza internazionale. E l’Area di libero scambio del Mediterraneo che entrerà in vigore a partire dal 2010 incombe sulla testa dei pescatori come un uragano (vedi box nella pagina accanto).

Vent’anni fa per riempire le reti bastava stare in mare una settimana, oggi si fanno battute che durano fino a un mese. Diverse specie sono sfruttate al di là dei limiti biologici di sicurezza e per alcuni stock importanti come il merluzzo bianco vi è addirittura il rischio di scomparsa. Nel contempo, le nostre flotte hanno raggiunto la massima efficienza e dispongono di capacità di gran lunga superiori a quelle necessarie per praticare una pesca sostenibile. Insomma ci sono troppi pescatori rispetto al pesce disponibile. I battelli tornano sempre più spesso a reti vuote, le imprese di pesca falliscono e si perdono posti di lavoro.

Alla contrazione degli stock ittici si assommano altri fattori di crisi: primo fra tutti

la concorrenza straniera, soprattutto di Argentina, Senegal e Brasile che saturano

il mercato con gamberi, cernie, stoccafissi, triglie, polpi e seppie determinando la stagnazione dei prezzi. Il saldo della bilancia commerciale ittica nazionale è negativo: tra gennaio e giugno 2006 l’Italia ha esportato 80 mila tonnellate di prodotti ittici e ne ha importate 490 mila. Il deficit ha suìito un ulteriore peggioramento del 4,6% rispetto al primo semestre del 2005. Tanto per fare un esempio, la produzione di tonno in scatola in Italia dipende ora quasi al 100% da materie prime importate.

I pescherecci mazaresi operano nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, dove la concorrenza dei Paesi stranieri è feroce: chi può contare su manodopera a basso costo e assenza di regole immette sul mercato nazionale il medesimo prodotto a prezzi stracciati. A ciò si aggiungono la concentrazione delle vendite nelle grandi catene

di distribuzione e la concorrenza tra i prodotti ittici e altri prodotti alimentari, che spingono i grossisti a ridurre i prezzi di vendita e con essi i margini di guadagno.

Nel frattempo i costi di produzione sono lievitati: a dare il colpo di grazia, l’impennata dei prezzi del carburante che sono quasi raddoppiati fra il 2003 e il 2005 passando dal 18% al 36 % del valore degli sbarchi per i pescherecci da traino.

Risultato, una contrazione delle entrate che si fa sentire soprattutto sulle tasche degli equipaggi, la cui perdita di reddito può raggiungere il 25%.

I numeri parlano chiaro: in circa un decennio, in Sicilia siamo passati da 26 mila a 13 mila addetti nel settore pesca. Dal 1998 al 2004 i battelli da 4.587 sono rimasti 3.674. E siccome non si arriva più a fine mese, molti imprenditori preferiscono mettersi in tasca il contributo ministeriale per la demolizione dei natanti, che per una barca di 100 tonnellate vecchia di 25 anni ammonta a 425 mila euro.

Gli armatori di Mazara del Vallo stanno aspettando l’autorizzazione dal Ministero per la demolizione di 45 barche.

L’uscita dal settore viene stimolata anche dalla nuova “Politica comune europea della pesca” che  attraverso i 5 miliardi di euro in dotazione al Fondo europeo per la pesca (Fep) per il periodo 2007-2013 intende favorire una pesca sostenibile: pescare di meno, pescare meglio e salvaguardare il mare. Proprio al Fep sono ancorate le speranze di armatori ed equipaggi siciliani convinti che le risorse ittiche vadano protette, ma di certo non con i criteri usati fino ad oggi. Il decreto sul fermo biologico emesso dalla Regione Sicilia in agosto ha gettato nel caos l’intero settore: nel bilancio regionale non sono stati individuati i fondi per le indennità e i rimborsi previsti per marinai e armatori durante il periodo di inattività. La Regione deve ancora liquidare quanto dovuto per il 2005. L’efficacia del decreto è stata annullata dalla mancanza dei fondi e si è lasciata in sostanza agli armatori la facoltà di fermarsi o meno. Ognuno fa come gli pare.

A rispettare il fermo biologico sono soltanto le flotte dei paesi Ue che però pescano nelle acque internazionali del Canale di Sicilia, dove operano le marinerie degli altri Paesi rivieraschi (Tunisia, Marocco, Libia, Algeria) e anche i barconi senegalesi e orientali che al rispetto delle norme comunitarie non sono tenuti. Insomma, è inutile fermare le barche siciliane se nelle stesse acque continuano ad operare quelle degli altri Paesi. Che poi rimandano il pescato sul mercato italiano a prezzi stracciati, magari pescando proprio con quei battelli che l’Unione Europea spinge a togliere dalla circolazione per ottimizzare le flotte. Già, perché nessuno si sincera che le barche per cui si riceve il “contributo rottamazione” vengano effettivamente demolite, visto che la norma non impone la distruzione fisica del battello, ma solo la sua eliminazione dalla flotta comunitaria circolante. Tanto è vero che, a partire dal 1998 nell’ambito degli accordi di cooperazione con la Tunisia, sono state create alcune società miste italo-tunisine dove sono i tunisini a detenere il 51% del capitale.

Il peschereccio formalmente demolito passa di mano e batte bandiera tunisina, continua a pescare nelle acque internazionali del Canale di Sicilia ma senza l’obbligo di rispettare le norme europee. Poi ci rivende il pesce. Così il sistema economico della pesca siciliana rischia di rimanere stritolato. Perciò gli operatori sperano che l’entrata in vigore del Fep costituisca l’occasione per far sedere attorno a un tavolo tutti gli attori che operano nel Mediterraneo. Per elaborare una strategia comune che consenta davvero di salvaguardare le risorse ittiche del mare che unisce l’Europa e l’Africa e, con esse, il futuro dei pescatori di entrambe le sponde.

Quanto si guadagna

Armatori ed equipaggi, italiani e tunisini, risentono allo stesso modo di una crisi che non fa sconti a nessuno. Il peschereccio appena rientrato al porto di Mazara del Vallo è stato in mare 22 giorni: ci sono volute 28 tonnellate di nafta, che costa 65 centesimi al litro, e i marinai semplici alla fine hanno guadagnato 600 euro. Non va meglio all’armatore, con il quale abbiamo provato a fare due conti: da un ricavato di 100 mila euro vanno tolti il costo per il gasolio e le spese (cambusa, assicurazione, strumenti per la pesca) che pesano per circa il 60%. Il restante 40% viene diviso a metà fra l’armatore e l’equipaggio, secondo il cosiddetto “contratto alla parte”, riconosciuto da Federpesca ma applicato solo nella marineria di Mazara del Vallo: una parte al marinaio, 2 parti al motorista, 3 parti al capitano. All’armatore restano 20 mila euro, dai quali va sottratto il necessario per pagare gli oneri sociali, le tasse, la manutenzione dell’imbarcazione, i costi di gestione dell’attività, eventuali danni.

Findus, ovvero Nestlé

Entrerà in vigore nel 2010 l’Area di libero scambio del Mediterraneo: una sorta di Nafta di casa nostra che prevede l’abbattimento delle barriere doganali e l’ingresso all’interno del bacino di merci provenienti da tutti i Paesi rivieraschi, dal Portogallo alla Giordania. Il timore degli operatori siciliani è che si ripeta quanto è già accaduto in passato per le arance: un’invasione di prodotti simili lavorati a basso costo, saturazione dei mercati e contrazione ulteriore dei già risicati margini di guadagno. Insomma una commercializzazione più veloce, la concorrenza sempre più incisiva e le grandi multinazionali (come Nestlé attraverso Findus) già pronte ad approfittare al massimo di una situazione che rischia di spazzare via le piccole e medie imprese locali. Benché la direzione generale per la concorrenza dell’Unione Europea abbia garantito che intende mettere a punto iniziative che possano prevenire eventuali contraccolpi sui sistemi economici locali.

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