Tiffany boicotta i diamanti del Myanmar

Tiffany, la famosa gioielleria americana, ha annunciato di mettersi da parte nel commercio dei diamanti del Myanmar. Una decisione che l’azienda ha ritenuto necessaria per non contribuire alla feroce dittatura che regna nel paese. Seppure in modo indiretto tutte le  imprese commerciali, sotto pressioni politiche ed economiche, vanno a rimpinguare le casse del regime birmano. Mentre la popolazione subisce abusi sempre più frequenti e crudeli.

Il boicottaggio è stato annunciato dopo qualche tentennamento. All’inizio di marzo Tiffany voleva mantenere l’attività nei giacimenti asiatici, ritenendo che le pietre estratte in Myanmar non fossero soggette all’embargo perché tagliate e lavorate in altri paesi. Pochi giorni dopo, in risposta a numerose voci di protesta, ha fatto un passo indietro. Tra i querelanti c’era anche Brian Leber, famoso orefice dell’Illinois, che aveva osservato come il regime fosse il principale azionista di tutte le miniere e gestisse le aste di diamanti nella capitale Rangoon.Ma i militari controllano tutto il mercato del Myanmar, non solo quello di diamanti. La situazione ha destato l’attenzione delle organizzazioni internazionali, che hanno organizzato campagne mediatiche per sensibilizzare le economie occidentali. Ad esempio il 21 febbraio scorso è stata lanciata una mobilitazione contro la multinazionale francese Total, una delle principali contribuenti dell’autocrazia. Il suo metanodotto di Yadana, al confine con la Thailandia, ha richiesto una spesa di 1,2 miliardi di dollari. Buona parte ha riempito le tasche dei sovrani; alla popolazione indigena invece è costato molto caro: sfruttamento, abusi e violenze. Precedenti campagne contro la presenza di grandi imprese in Myanmar avevano dato buon esito. A lasciare la regione erano stati PepsiCo, Heineken, British American Tobacco, Triumph e Premier Oil. Ora si aggiunge Tiffany.Purtroppo il Myanmar è solo uno dei tanti punti caldi nel traffico di diamanti. Assassini, torture e detenzioni arbitrarie sono alcune delle denunce contenute in “Lundas: Stones of Death”, il rapporto sulle condizioni di lavoro nei giacimenti dell’Angola pubblicato in questi giorni da attivisti dei diritti umanitari e sponsorizzato tra gli altri anche da George Soros. L’Angola è uno dei paesi più ricchi di diamanti al mondo, con una produzione annuale (probabilmente sottostimata) di 900 milioni di dollari. Ma è anche una zona di gravissime violazioni dei diritti umani.Questo quadro preoccupante si delinea a oltre due anni dal Kimberley Process, il codice di condotta che regola l’industria dei diamanti provenienti da zone di conflitto. Un regolamento presto dimenticato, come dimostra l’inchiesta condotta tra luglio e dicembre del 2004 da Amnesty International. Dei 300 rivenditori contattati per il sondaggio, quasi il 70 per cento non ha risposto. Del restante 30 per cento, più della metà ha ammesso di non avere una politica sui diamanti provenienti da zone di conflitto. Un dato allarmante, che macchia di sangue la gemma più pura e preziosa al mondo, il diamante.

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