Tessile: lo “tsunami” cinese in Kenya

Si fa un gran parlare, ultimamente, della sleale concorrenza cinese e dei suoi effetti sull’economia occidentale, dei problemi per le nostre aziende, specie nel settore tessile.
Da quando, lo scorso 31 dicembre, è scaduto l’accordo multifibre e con esso i vincoli e le quote imposte, l’allarme è generalizzato. Eppure, quello che nessuno racconta è che a rischio non ci sono solo le aziende italiane ed europee. Si sta scatenando una “guerra tra poveri”.
di Giusy Baioni

In Kenya lo chiamano lo “tsunami cinese”: la concorrenza asiatica sta spiazzando anche le produzioni locali. Lo scorso 1 maggio, oltre 5000 lavoratori hanno boicottato le celebrazioni per la Festa del lavoro, chiedendo con forza ai sindacati di agire per far fronte alla crisi.
Nella fabbrica di Upan Wasana, alle porte di Nairobi, 2.160 operai sono stati lasciati a casa. Colpa di un calo di ordini dagli Stati Uniti, per un ammontare di 800.000 dollari. I prezzi di produzione non sono concorrenziali, nemmeno in Africa, rispetto alla Cina, anche a causa dell’alto costo di acqua ed elettricità. E così, l’unica soluzione è il taglio dei posti di lavoro.
La United Aryan, altra fabbrica tessile keniana, produceva 300mila pezzi al mese. Ora è tra i 130 e i 150mila: anche qui si profilano licenziamenti. 6.000 posti di lavoro sono già andati persi, e quattro importanti fabbriche, che erano stabili, hanno già chiuso. Altre si stanno spostando in altri stati.
Per far fronte all’emergenza, il 27 e 28 aprile a Nairobi si sono riuniti rappresentanti di governi e altri gruppi interessati, provenienti da una ventina di paesi dell’Africa orientale, occidentale e meridionale. Al meeting – primo di questo tipo – si è stabilito di dar vita ad una federazione regionale del tessile, perché all’interno del WTO si dia voce anche alle preoccupazioni africane per le pratiche di commercio cinesi.
Proprio pochi giorni prima, l’Unione europea si era pronunciata a favore di limiti da imporre alle importazioni cinesi.In Kenya, le aziende tessili private sono subentrate alle dieci compagnie tessili statali, crollate tra gli anni ’70 e ’80 anche a causa dell’importazione di prodotti più economici. Tali compagnie private erano decollate grazie all’AGOA, l’Africa Growth and Opportunity Act, voluto da Clinton nel 2000 per promuovere lo sviluppo del continente: i paesi dell’Africa subsahariana che garantivano legalità e rispetto dei diritti umani, potevano esportare una certa varietà di beni verso gli Stati Uniti, senza dazi. In tal modo, le esportazioni tessili africane erano cresciute dallo 0,95% del ’99 al 2,5% del gennaio 2005.Tutti vantaggi che ora i keniani temono di perdere. Per via della concorrenza “sleale” della Cina e anche dell’India. E qualcuno già parla di ridurre i costi di produzione e del lavoro per tornare ad essere competitivi. Ancora, sulle spalle dei lavoratori, che rischiano di vedersi ulteriormente ridurre i salari e magari peggiorare le condizioni di lavoro.

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